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Amari C

Amaro Calabro

AmaroL’amaro richiama fin dal nome il suo forte legame con il territorio e la sua natura selvaggia.
L’Amaro Calabro (calabroliqueur.com) si compone di 15 erbe tra cui la genziana, cicoria, bergamotto e arancio amaro, per dare una certa fragranza e piacevolezza all’insieme.
E’ comunque un prodotto dal gusto decisamente amaro, che poco concede alla moda attuale dei prodotti dolci e poco connotati, facendo riscoprire il gusto di un prodotto tradizionale e vero.
La prima ricetta del’amaro fu elaborata da Donna Rachele bisnonna del dott. Maiorano, il titolare dell’azienda agricola e dell’opificio, nei primi del ‘900.
Levatrice e grande conoscitrice delle erbe spontanee del territorio curava ogni malessere con l’erba appropriata, tanto da rappresentare un punto di riferimento per le genti del luogo.
Fu quindi elaborata una prima ricetta piuttosto grezza dell’amaro d’erbe prodotto con alcool di montagna da vinacce (come era tradizione, mancando al cultura dell’alcol cerealicolo che arrivò solo in tempi recenti) e una base di cicoria. L’amaro veniva offerto ogni anno il 18 Marzo, vigilia di San Giuseppe in occasione del tradizionale “Invito all’aperto di San Giuseppe”, dove affluiva tutta la cittadinanza di Cariati, dove tuttora ha sede la distilleria.
La tradizione dell’amaro e dell’invito di San Giuseppe fu perseguito in famiglia anche quando Donna Rachele emigrò a Buenos Aires durante il ventennio fascista.
Di ritorno in Italia la ricetta dell’amaro fu ingentilita grazie alle nuove conoscenze sulle erbe acquisite dalla signora in Argentina, fra cui nuove spezie ed erbe per dare un sapore molto più equilibrato e complesso. L’Amaro di Cariati (soprannominato poi amaro Calabro-Cariatese da Carmine Abate, premio Campiello 2012) divenne sempre più diffuso, non solo quindi per San Giuseppe ma anche nei banchetti di matrimonio in cui Donna Rachele veniva puntualmente invitata per sfoggiare gli ori ed i vestiti “Moda Parigi” portati di ritorno dalle Americhe. La ricetta è giunta fino a noi ripresa da Roberto Maiorano, suo nipote, che nel frattempo aveva perfezionato le sue conoscenze erboristiche presso alcune importanti e prestigiose università fra cui la Cornell di New York, la Wageningen UR in Olanda e la China Agriculture University di Pechino.
L’amaro è stato ovviamente aggiornato anche nel pack che oggi risulta moderno ed essenziale in vetro trasparente per poter apprezzare il color ambra dell’insieme.

Amaro Camatti

amaro-camattiL’amaro Camatti è un pezzo di storia ligure, anche se i due protagonisti, marito e moglie, fondatori della distilleria, in realtà provengono da fuori regione.
L’inventore dell’amaro è Umberto Briganti, il cui nome è ben presente in etichetta, era originario di Cecina, in provincia di Livorno e sua moglie, Teresa Camatti, da cui prese il nome l’amaro, di Montecreto sull’appennino modenese.
Il nostro è un chimico farmacista, erborista, come spesso accadeva al tempo, quando gli amari erano sempre prodotti a scopi curativi, ed è titolare insieme al fratello Cesare, il commerciale, di una farmacia a Genova.
L’attività prosegue con successo, grazie a Cesare che ha ottimi rapporti con i notabili dell’epoca e con D’Annunzio, che apprezza i suoi rimedi.
Ad un certo punto balena l’idea di produrre in proprio molti dei prodotti proposti, tanto che Umberto sta studiando da tempo un liquore aperitivo e digestivo che promette molto bene.
Nel 1923 il sogno diventa realtà e la famiglia Briganti si trasferisce in quel di Recco, dove apre la sua distilleria.
La zona promette bene poiché è ricca di acqua necessaria alla lavorazione ed inoltre ha un ottimo bacino turistico che assicura vendite e conoscenze.
Sul fronte della distilleria capeggia la scritta Amaro Camatti, il nome scelto per il prodotto di punta che sarà un toccasana adatto a stimolare l’appetito, alla digestione, ma anche utile per il mal di mare ed un tonico per gli sportivi.
La guerra interrompe un successo crescente con vendite in tutta la regione e nel Basso Piemonte ed in Toscana. Nel 1935 diventa anche fornitore della Real Casa.
La produzione è sospesa e la fabbrica usata come caserma. Lo zucchero, merce rara per l’epoca, presente nella distilleria viene usato come merce di scambio per avere cibo. Finita la guerra gli affari ritornano ad andare molto bene tanto che la Ramazzotti, senza successo, chiede di acquisire il marchio.
Umberto muore nel 1964 e proprio nel periodo successivo inizia la fase di crisi dell’amaro e del liquore in generale, tanto che nel 1989 si decide la sua cessione all’attuale proprietà.
La ricetta rimane segreta, custodita prima dal nonno ed ora dalla nuova proprietà che ne ha acquisito il diritto alla produzione, la Sangallo Distilleria delle Cinque Terre di S.Salvatore di Cogorno (Ge).
Il prodotto moderatamente alcolico (20°) ha un sapore amaro gradevole e delicato di genziana e china, rinfresca la bocca con toni mentolati ed ha un persistente finale di amaretto (mandorla amara).
(grazie ad Andrea Revello, mensile Eccorecco settembre 2013)

Amaro Cangaceiro

E’ stato l’unico amaro di origine brasiliana importato in Italia, poichè ad oggi la produzione risulta essere fatta nel nostro paese. Nel 2013 è attivo nel portfolio Rinaldi. Ad oggi la presenza di un amaro di scuola brasiliana è alquanto particolare, infatti siamo portati a pensare al Brasile come ad una terra di cocktail a base di frutta esotica e cachaca. La presenza di molti tedeschi e italiani emigrati nel dopo guerra, ha probabilmente fatto si che un prodotto digestivo di cultura europea potesse essere messo in produzione. Anche se il Brasile è conosciuto sopratutto per il distillato cachaca, ottenuto dalla melassa di canna da zucchero, in questo caso la base alcolica utilizzata è neutra ed è di origine cerealicola. Più che l’amaro in se è molto interessante la storia del nome che porta che si lega al movimento Cangaco, nato in Brasile nel XIX secolo.
I cangaceiros erano banditi d’onore, una sorta di Robin Hood sudamericani, che lottavano contro lo strapotere dei latifondisti, a difesa dei contadinii e della popolazione, il cui nome derivava appunto dal giogo “la canga”, utilizzato per legare la coppia di buoi all’aratro.
Il suo rappresentante più famoso fu il mitico Limpeao, sulla cui testa, rappresentata in etichetta, pendevano decine di migliaia di cruzeiros di taglia. La sua diffusione è piuttosto limitata, proposto sopratutto nei ristoranti brasiliani, le churrascherie, dove è possibile mangiare dell’ottima carne allo spiedo.
La ricetta dell’Amargo Brasileiro è segreta, ma si riconosce piuttosto nettamente il profilo agrumato della scorza di lime, prodotto d’eccellenza del paese.

Capitan Pipa

Capitan-PipaL’amaro del Capitan Pipa è un prodotto della Morelli, azienda produttrice di liquori in provincia di Rovigo e non va confusa con la Grapperia Morelli, toscana  e produttrice anch’essa di amari.
La recensione di questo amaro viene fatta solo per la simpatia che esso ha suscitato nell’autore e, caso raro, non è stato assaggiato.
L’amaro ricorda molto da vicino nella comunicazione il più famoso Kambusa One l’amaricante, dove nella pubblicità faceva bella mostra di se un capitano ugualmente barbuto ma meno attempato del nostro Capitan Pipa, che recitava “Dopo ogni pasto è l’ancora di salvezza”. Qui invece lo slogan è “L’amaro del vecchio lupo di mare”.
L’amaro nasce nell’immediato Dopoguerra, nel 1949 quando l’industria liquoristica italiana risorse grazie al ritrovato ottimismo che di li a poco sarebbe sfociato nel boom economico degli anni 50. Il suo inventore è Mario Marzolla che lo elabora dopo innumerevoli tentativi, come ogni liquorista che si rispetti.
Il prodotto viene chiamato successivamente Capitan Pipa e si diffonde rapidamente nel Polesine, dove è molto praticata la pesca, da qui sicuramente la scelta dell’immagine e dello slogan, e successivamente in tutto il Veneto ed nella Romagna.
La gradazione del prodotto tradisce le sue origini “antiche”, ben 35 gradi, decisamente elevato per un amaro di nuova concezione.

Amaro del Carabiniere

Amaro ufficiale della Benemerita, l’Arma dei Carabinieri, prodotto dalla Sassano & Pagani di Milano da oltre 30 anni.
L’azienda produce oltre che per i Carabinieri anche per la Guardia di Finanza un prodotto analogo.
Michele Sassano è l’unico ad avere la licenza ufficiale per la produzione di questo amaro che viene distribuito solamente all’interno delle caserme, come il famoso calendario, riccamente illustrato.
Questo amaro, composto da 63 erbe segrete è degustabile esclusivamente da chi possa annoverare amici e conoscenti appartenenti all’Arma, non essendo possibile reperirlo neli normali canali distributivi.
L’immagine in etichetta dell’amaro riproduce foto d’epoca con le antiche divise ed il tradizionale cappello con il pennacchio.
L’Arma dei Carabinieri fu fondata nel lontano 1814, dal Re di SArdegna Vittorio Emanuele I di Savoia, ispirandosi alla gendarmeria francese, che aveva compiti civili di ordine pubblico e militari, come la difesa della Patria. I Carabinieri erano un corpo scelto e tutti i componenti dovevano saper leggere e scrivere, cosa non molto comune per l’epoca ed andare a cavallo. Il loro battesimo del fuoco fu durante la battaglia di Grenoble, nel luglio del 1815, quando caricarono le truppe napoleoniche per la conquista della piazzaforte. Successivamente a questo episodio l’Arma partecipò attivamente a tutti gli eventi che resero possibile l’Unità d’Italia e nel proseguo della sua storia, molti dei suoi aderenti si distinsero per coraggio e fedeltà durante le due guerre mondiali.

Amaro ``Il Carlina``.

SAM_4126L’Amaro il Carlina è prodotto dalla Bordiga Liquori in collaborazione con il principale distributore di bevande alcoliche torinesi, una vera istituzione presente da anni nel cuore di Torino.
Sotto i portici di Piazza Repubblica (conosciuta da tutti i torinesi come Porta Palazzo o Porta Pila in dialetto) trova sede Damarco, una drogheria d’altri tempi con un’assortimento invidiabile di liquori e vini.
Il titolare, Piero, da sempre è impegnato nella riproposta di prodotti della tradizione e anche questo amaro si inserisce in questo progetto, anche se non vi sono prove concrete di una ricetta collegata a Carlo Emanuele II, a cui è intitolato l’amaro.
La volontà è quella di proporre un prodotto tipico  ed una delle storie più singolari di Torino, la cui popolazione è da sempre abituata a soprannominare le proprie piazze con nomi diversi dagli originali, come dimostra anche l’esempio di poco sopra.
La ricetta trae ispirazione da una formulazione tipica degli speziari torinesi che anticamente avevano le botteghe proprio in questa zona di Torino ed ha nel Cardo Mariano uno dei principali ingredienti.
La storia dell’amaro invece si rifà a Carlo Emanuele II a cui fu intitolata la nuova piazza che diede via all’ampliamento di Torino verso le rive del Po.
La storia dice che il re, piuttosto effeminato nei modi, non sia stato in grado di avere un discendente da sua moglie,  Maria Giovanna di Savoia, per via delle sue preferenze rivolte ai corazzieri di guardia alla sua persona.
Le male lingue presto soprannominarono Piazza Carlo Emanuele in Piazza Carlina dando un nome femminile e vezzeggiativo al re poco virile.
Il liquore è un classico della produzione Bordiga, di facile beva, ben eseguito, equilibrato, con una sensazione amaricante non molto marcata, piacevole e solo abbastanza persistente in bocca. Un amaro che affonda le radici nella storia ma che ha un gusto moderno alternativo ad altri “must” torinesi.

Amaro Ciociaro

La “Paolucci Liquori” fu fondata nel 1873 da Vincenzo Paolucci mosso da profonda passione per l’erboristeria e l’infusione.
Sono gli anni del boom delle distillerie, l’entusiasmo per l’Unità d’Italia, e la forte richiesta di acqueviti e liquori, spinge molti imprenditori ad aprire nuovi opifici mettendo a frutto le conoscenze della farmacopea famigliare.
La tradizione viene proseguita dal figlio Donato, che da una nuova spinta alla produzione di liquori che vengono premiati nel 1922 con la Medaglia d’Oro all’Esposizione Mondiale di Roma e nel 1934 con il Brevetto della Real Casa, il cui stemma fa ancora bella mostra di se sull’amaro in recensione.
L’Amaro Ciociaro dal profumo intenso d’agrumi è il prodotto di punta dell’opificio e raccoglie consensi in tutto il mondo.
Il nome deriva dalla zona con cui viene identificata l’area rurale, originariamente paludosa, a sud est di Roma, sinonimo della provincia di Frosinone, ricca di erbe officinali e piante utilizzate, in parte, per la produzione di questo amaro.
Nel 1964 l’amaro viene riproposto, partendo da ricette storiche, opportunamente aggiornate per meglio seguire i gusti odierno, mantenendo comunque la tipicità e la cura delle materie prime.
A dimostrazione di ciò, non si segnala in etichetta l’uso di aromi. Propio questa è decisamente bella e curata, con un bello studio per mantenere un tocco Liberty, tipico degli anni del successo dell’amaro. Infine una citazione per il famoso film “La Ciociara” del 1960 con protagonista Sofia Loren,, uno dei capolavori del Neorealismo.

Amaro del Colle Don Bosco

Un prodotto di assoluta nicchia, prodotto ed imbottigliato in esclusiva dalle Distillerie Quaglia di Castelnuovo don Bosco, per il ristorante ubicato ai piedi del santuario del Colle don Bosco.
Il ristoro, il cui nome è un omaggio a Margherita, la mamma di san Giovanni Bosco, è molto frequentato da tutti i pellegrini che si recano in visita ai luoghi natale di questo grande uomo
L’amaro, piuttosto classico e tradizionale nel gusto, si caratterizza per una piacevole scia amarognola ed ha una gradazione alcolica di soli 19 gradi che ben si presta ad un consumo dopo pasto. Il prodotto, tutto sommato semplice, è il pretesto per parlare di Don Bosco, uomo di grande umanità e spessore, che con la sua passione e dedizione salvò dalla strada e dalla delinquenza moltissimi ragazzi disagiati.
Don Bosco nacque il 16 agosto 1815 nella modesta cascina ancora visitabile all’interno dell’area dove sorge il santuario, nella frazione Becchi di Castelnuovo d’Asti, oggi ribatezzato Don Bosco in suo onore, dopo la sua morte avvenuta nel 1888.
Il suo sistema preventivo si basava nel dare ai ragazzi in difficoltà e disagiati le conoscenze culturali e professionali in grado di dar loro un lavoro con cui guadagnarsi onestamente da vivere.
Il suo insegnamento si basava su Ragione, Religione e Amorevolezza, mentre spesso ripeteva di voler essere “All’avanguardia del progresso”, cosa successa effettivamente, poichè a lui si deve la nascita dei contratti di tirocinio e apprendistato, così come la fondazione di quasi tutte le scuole professionali. Presso una di queste, lavora l’autore del sito.

Amaro Cora

Amaro storico, una pietra miliare del mondo del bar e della miscelazione, presente su ogni scaffale o stagera di bar fin dalla sua nascita. L’amaro ha una storia molto antica e risale all’anno di fondazione dell’azienda Cora, nel 1835, che lo ebbe fin da subito nel suo portfolio.
La Cora era sopratutto famosa per i suoi vermouth e l’amaro ne era il completamente ideale. Il liquore trovava posto anche in alcuni cocktail datati anni 60, forse il massimo apice di una carriera commerciale luminosa. Uno di questi è “Arena”, di Giuseppe Briganti con cui si aggiudicò il nazionale Aibes del 1962. Il prodotto rimase molto popolare fin dopo gli anni 70, grazie alle bellissime pubblicità su Carosello che avevano come protagonisti Gaia Germani e Giulio Bosetti. I coniugi litigavano, poi facevano pace bevendo un amaro Cora. Eccezionale il ritornello dello spot con la parola “Amarevole”, vero capolavoro di marketing e creatività, imperniato sul cambio di vocale.
Un altro momento importante della storia dell’Amaro Cora si ebbe durante l’epoca Futurista, quando fu incluso all’interno dei menù del Santopalato di Torino, il primo ed unico ristorante a proporre cucina d’avanguardia.
A tal proposito si ricorda la magnifica pubblicità, conosciuta come la “Spirale Cora” opera del designer Diulgeroff, artista bulgaro, trasferitosi a Torino ed entrato a far parte con Fillia e Marinetti dei progettisti degli interni del ristorante conosciuto anche come la “Taverna di Alluminio”.
Il prodotto è ancora reperibile sporadicamente su internet venduto a caro prezzo, frutto di giacenze inventariali di qualche vecchio bar. Sfortunatamente la fulgida carriera dell’amaro è terminata malamente in temi recenti, quando l’azienda Cora ha cessato di esistere.h
L’amaro oggetto della pubblicità non esiste più, anche se notizie recenti risalenti al 2011 dicono di un ritorno di interesse per della proprietà attuale, la Bosca di Canelli.
Per un certo periodo fu prodotto un Amaro Cora giallo zafferano che nulla aveva a che vedere con l’originale, color caramello scuro. Talvolta è possibile vederne qualche bottiglia sullo scaffale di qualche bar nella sua veste bruna con una bella etichetta vintage su cui spicca la Regia Concessione e la scritta “Plus Amer Formula Antica” ed è per questo che l’amaro è stato recensito ugualmente, nonostante la sua discontinuazione. L’etichetta sul collo della bottiglia reca orgogliosamente la dicitura “Concessione Utif n°1 dell’ufficio di Alessandria”, vale a dire il primo liquorista di tale area che anticamente comprendeva anche Asti e Vercelli. Sul retro etichetta leggiamo che la ricetta dell’amaro originario fu una scoperta casuale, tratta da un quaderno di appunti, scritto fittamente, dall’inventore della formula. Ovviamente non viene riportato in etichetta nessun riferimento alla composizione, ma si intuiscono genziana, china e gli altri classici botanici, fra cui un tocco di cannella.

Cardamaro

Vino aromatizzato con un’infusione alcolica di cardi e carciofi, su ricetta segreta formulata da Rachele Toriasco Bosca.
La Bosca, produttrice del liquore, è un’importante azienda vinicola di Canelli, in possesso delle ricette del vermouth e dell’amaro della prestigiosa Cora, azienda leader nei primi del 900.
La ricetta deriva dalla farmacopea casalinga piemontese ed è un amaro tonico digestivo dalle numerose attività salutari.
Il cardo gobbo e il cardo santo sono i due botanici principali del liquore a base di vino e sono da sempre molto diffusi in Piemonte.
Il cardo primo trova grande impiego nella cucina regionale: verdura insostituibile della Bagna Cauda, la famosa salsa a base di acciughe e aglio ed in gustose zuppe con carne, consumate negli inverni freddi di Langa e Monferrato.
Il secondo è una pianta da sempre conosciuta per le sue proprietà depuranti e detossinanti del fegato, conosciuto anche come Cardo Mariano. Il nome deriva dalle macchie bianche che si trovano sulle foglie, che secondo la leggenda sarebbero state originate dalle gocce di latte della Vergine Maria, nel momento in cui stava cercando di nascondere e proteggere il piccolo Gesù dai Romani, durante la fuga verso l’Egitto.
Le conoscenze benefiche dei cardi erano conosciute già da Plinio il vecchio e Carlo Magno che ne consigliavano l’uso in erboristeria per la preparazione di tisane. Il prodotto è distribuito localmente nei locali piemontesi e da Eataly a Torino.

Chinol

Prodotto storico che si colloca nel fortunato filone dei prodotti a base china, che hanno lungamente connotato la proposta italiana della liquoristica negli anni 50 e 60.
Il liquore, tuttora in produzione, viene prodotto dalla Sipla a Campodersago in provincia di Padova. L’opificio nacque nel 1920 grazie alle doti imprenditoriali di Giovanni Dalle Molle, creatore della ricetta originale dell’ottimo amaro.
Prima della Sipla, il liquore era prodotto, negli anni ’80, dalla Freund Ballor, famosa azienda torinese fondata nel 1856, nota per la produzione di vermouth chinato e Prunella.
Il prodotto, assolutamente naturale, viene commercializzato da oltre 60 anni nel Veneto, risultando poco distribuito altrove.
La ricetta originale sembra derivare dalla saggezza popolare che utilizzava questi prodotti come febbrifughi e curativi dello stomaco e a dimostrazione di ciò, vede fra i suoi ingredienti tre capisaldi botanici come la china calissaia, la genziana lutea e il rabarbaro cinese.
Il liquore veniva indicato come corroborante curativo bevuto sottoforma di punc caldo con aggiunta di scorze di agrumi.
Come spesso accade agli amari di tradizione il suo consumo è consigliato anche aperitivo, sfumato con uno schizzo di selz e buccia di limone. Molto belle infine le pubblicità storiche e l’etichetta vintage rimasta inalterata negli anni.

Cynar

La paternità della rinomata specialità appartiene alla liquoreria Pezziol, fondata nel 1845, famosa e conosciuta per il VOV, prodotto trattato ampiamente nel paragrafo dedicato ai liquori. L’idea di commercializzare un aperitivo a base di carciofo nacque nel 1948 per volontà dei fratelli Dalla Molle, gli allora titolari della distilleria Pezziol. La ricetta fu sviluppata da Rino Pinton Dondi, (che ringrazio per le preziose informazioni avute), capo tecnico della produzione, che fece tesoro delle esperienze liquoristiche di suo padre che l’aveva preceduto in tale ruolo. Pinton e i suoi collaboratori misero a punto un aperitivo a base d’erbe in cui il botanico principale erano le foglie di carciofo. Questo ortaggio inusuale per la liquoristica è da sempre conosciuto per essere un tonico del fegato, coadiuvante della digestione, ricco di vitamina B. Il Cynara Carduncul Scolimus è l’assoluto protagonista di questo amaro, unito ad altre 13 erbe e spezie tra cui cardamomo e scorza d’agrumi. Il prodotto fu messo punto, dopo diversi tentativi e ricette, nel 1950 e fu lanciato con un battage pubblicitario tambureggiante. Famosa la pubblicità di Carosello con Ernesto Calindri che recitava, seduto nel mezzo di un trafficatissimo incrocio, probabilmente in centro a Milano un efficace ed attualissimo slogan “Contro il logorio della vita moderna”. Il successo fu immediato e determinò un cambio nei costumi di consumo dell’aperitivo nell’Italia del dopoguerra.
L’amaro ha sembre puntato sulle doti disintossicanti del carciofo, sottolineate dalle pubblicità dell’epoca. In tempi recenti il famoso gruppo “Elio e le storie tese”, ha ripreso il famoso slogan e lo ha riattulizzato in una bellissima pubblicità. Anche il consumo e l’utilizzo del Cynar sembra aver trovato nuovo slancio nella miscelazione di cocktail. In una recente gara svoltasi in Nuova Zelanda il primo premio è stato vinto da un cocktail che lo conteneva a guisa di bitter aromatizzante, mentre sempre più spesso si consuma una sorta di Spritz dove il Cynar sostituisce il bitter Aperol. Nessun problema di concorrenza, entrambi sono prodotti del portafoglio del gruppo Campari.

Chrysos Amaro di Elicriso Silvio Carta

Amaro di nicchia proveniente dalla splendida Sardegna, prodotto dalla Silvio Carta, realtà piuttosto giovane del panorama liquoristico locale, nata inizialmente come produttore di vini della Doc Vernaccia di Oristano e del ben più famoso mirto, vero caposaldo della gamma aziendale. Nel 1972 dopo l’ingresso in azienda del figlio di Silvio Carta, Elio, si incrementa la produzione seguendo le nuove tendenze bio, loro il primo mirto della tipologia, e nuovi liquori, fra cui il Crhrysos, un amaro prodotto con questo arbusto tipico della macchia mediterranea. Questa piccola pianta, amante dei luoghi pietrosi, aridi ed assolati si caratterizza per il caratteristico colore verde argentato con i fiori giallo luminoso che gli sono infatti valsi il nome greco unione di “helios”, sole e “crhysos”, oro. Il profumo è caratteristico e ben distinguibile se si ci trova a camminare lungo le scogliere ricoperte di macchia mediterranea, mentre le sue proprietà terapeutiche sono ben note alle famiglie sarde che lo utilizzavano per preparare rimedi della farmacopea casalinga. Il suo infuso ha doti sedative del dolore, antiasmatiche, fluidificante sanguigno e delle vie respiratorie, inoltre può essere utilizzato come antinevralgico ed antifiammatorio per uso esterno. Sono stati riscontrati anche benefici effetti sull’emicrania, nonchè sull’artrite reumatica. In dialetto sardo viene indicato come “Sa scova de Santa Maria”,perchè un’antica leggenda narra che una madre disperata per la tosse che non voleva guarire dei suoi tre figli, avesse sognato la Madonna intenta a scopare la loro stanza con una fascina di questo arbusto. Risvegliatasi corse a raccogliere alcuni fasci di erba profumata e ne preparò un decotto che fece guarire miracolosamente in pochi giorni i suoi figli. L’Elicriso veniva anche raccolto verso la fine dell’estate, quando le parti esterne secche dell’arbusto venivano raccolte ed utilizzate come coadiuvante per accendere il fuoco nel camino, nel caso che la legna fosse umida. Il suo fumo aveva un effetto benefico su chi avesse in quel momento problemi respiratori e la sua brace veniva messa in una tegola ed utilizzata come una sorta di incenso-fumento per il malato. L’amaro è delizioso, con discreta persistenza amarognola al palato e il profumo tipico balsamico dell’erba che pervade la bocca.