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Amari J

Jagermaister

L’amaro del “GuardiaCaccia” che porta in etichetta un cervo e una croce, è un classico della liquoristica del comparto.
Un vero best sellers che riscuote consensi crescenti in Europa ed America. Un risultato straordinario per  un prodotto con un immagine sicuramente “datata” che si connota invece come prodotto di tendenza grazie ad innovative pubblicità.
Un plauso va sicuramente al marketing dell’azienda che ha svecchiato l’immagine dell’amaro come prodotto venduto esclusivamente nel dopo pasto.
Vi sono due leggende circa l’origine dell’immagine in etichetta, mentre i versi a bordo etichetta di Otto von Riesenthal  recitano: “Questo è lo schermo di onor del cacciatore, per proteggere e nutrire il suo gioco, per cacciare nel senso adeguato, per onorare il creatore nella creatura”. I versi rafforzano il significato di guardiacaccia, ovvero colui che fa rispettare le regole del gioco, ma non danno una spiegazione.
La storia narra che un cacciatore inseguendo un cervo si addentrò parecchio nel bosco, quando il cervo fu a tiro, decise di graziarlo perchè vide in lui un animale fiero con occhi quasi umani.Resosi conto di essersi perso nell’inseguire il cervo, il cacciatore fu preso da panico. Ad un certo punto giunta la notte, il cacciatore si dava per spacciato. A questo punto riapparve il cervo ed una croce luminosa si stagliò all’orizzonte sopra la testa dell’animale, posta fra le due grandi corna.  Un inspiegabile miracolo che salverà la vita al cacciatore. Egli seguì la croce che stava all’orizzonte ad indicargli la retta via per uscire dal bosco. Giunto a casa raccontò il miracolo e capì che la compassione e la misericordia gli avevano salvato la vita. Un altra versione fa capo alla conversione di Sant’Eustachio, che risparmio la vita ad un cervo poichè vide fra le sue corna un immagine del Cristo in Croce lo implorava di non perseguitarlo ed di salvargli la vita. Essendo Placido, questo il nome precedente del santo, un persecutore di cristiani, il giorno seguente si convertì al Cristianesimo.
Albrecht_Duerer-_Paumgartner_Altar_-_right_wingLa storia reale dello Jagermaister inizia nel 1934 quando ne viene iniziata la produzione seguendo il filo conduttore della grande tradizione dei bitter europei che vedeva il Boonekamp e l’Unicum primeggiare.  L’amaro prodotto con 56 erbe, si presenta con nette note di rabarbaro, camomilla, cannella, sandalo, anice stellato e scorza di agrumi. Nonostante la chiara origine religiosa dell’etichetta non viene dichiarato se la ricetta abbia avuto origine ecclesiale. E’ protagonista di molti spot televisivi che cercano di togliere eliminare l’etichetta d’amaro della tradizione tedesca, compassato e rigoroso, a favore di una componente modaiola, notturno-trasgressiva. Rimane comunque decisamente amaro e a tal proposito la recente tendenza è di berlo assolutamente ghiacciato, anche grazie a speciali macchine erogatrici, fornite dall’azienda, che hanno il compito di abbattere il liquore a temperature prossime ai 18 sottozero.
Una nota di miscelazione: è molto utilizzato nei paesi anglo-sassoni, abbinata alla Red-Bull, per eliminare la scia dolciastra dell’energetico che non risulta gradita a tutti. Il nome è tutto un programma: Jager-Bomb.
A dimostrazione del suo successo americano l’amaro compare nel bel film “This Must be the place”, diretto da Paolo Sorrentino e premiato con svariati David di Donatello. Il protagonista, un malinconico cantante rock, ispirato vagamente alla figura di Robert Smith dei Cure ed impersonato da Sean Penn, ripercorre la sua storia travagliata fatta di amore ed odio per il padre. Lo Jagermaster viene sorseggiato dal protagonista Cheyenne, seduto su un comodo divano, direttamente dalla bottiglia, ed è l’aiuto alcolico per le sue ultime, intime esternazioni. Altre testimonianze americane vedono l’amaro protagonista di una canzone del cantautore Beck, “Jagermaister Pie”e del film “Una notte da leoni” dove il protagonista lo beve sul tetto del famoso Caesar Palace di Las Vegas. Nella natia Germania è citato dal celebre gruppo “Die Toten Hosen” in “Zehn Kleine Jägermeister” (Dieci piccoli Jägermeister), parodia del celebre romanzo “Dieci Piccoli Indiani” di Agatha Christie.

Jannamico amaro abruzzese

Nel 1888 Francesco Jannamico aprì il suo liquorificio e mise a punto la formula del dell’Amaro d’Abruzzo che presto avrebbero varcato i confini della regione e raccolto prestigiose onorificenze europee, da Parigi fino alla corte dei Savoia.
I prodotti Jannamico vinsero, e tuttora sono sfoggiate in etichetta, la medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di Parigi ed un gran diploma d’onore alla Fiera di Torino.
La ricetta di questo ottimo amaro nasce in un luogo incontaminato e incantato, Villa Santa Maria, le cui erbe erano per la maggioranza raccolte sul massiccio della Maiella, che si staglia all’orizzonte a sud della distilleria e sul Gran Sasso.
Le eccellenze abruzzesi sono la ciliegia e la genziana e quest’ultima fa bello sfoggio di se nel bouquet armonioso di questo amaro.
Al naso il rabarbaro risulta la più riconoscibile delle piante, così come le scorze di arancio, vera firma degli amari del sud. Il gusto è segnato dall’originale nota di tamarindo, frutto esotico del Corno d’Africa, che divenne un classico italiano durante le’epoca coloniale sul finire del 1800, periodo in cui l’amaro vinse ben 19 onorificenze.

Jefferson Amaro Importante

amaro jeffersonImpossibile riassumere, nello spazio del sito dedicato alle recensioni degli amari,  tutte le vicende dell’Amaro Jefferson (compagniadeicaraibi.com) nato dalla mente di Ivano Trombino, imprenditore operante da 23 anni nel settore e da oltre 4 impegnato sullo studio dei biotipi delle piante calabresi.
Questa sua expertise si traduce nella ricetta che vedremo più avanti, un vero e proprio inno al territorio.
La cosa migliore è visitare il suo sito e leggere i racconti che hanno portato alla nascita dell’amaro, ovvero il ritrovamento di un diario, eredità americana di un nonno emigrato in tempi lontani, al cui interno sono narrate le vicende di Jefferson, naufrago con i suoi compagni, con la sua nave, in terra di Calabria. Qui trovò ospitalità, lavoro ed appassionato di piante officinali quale era, trovando un trionfo di profumi, creò un suo amaro presso il Vecchio Magazzino Doganale, nome divenuto poi anche la ragione sociale dell’azienda .
I racconti, leggibili sul sito, sono degni del miglior Stevenson e della sua “Isola del Tesoro” o se volete di Jules Verne e del suo “Giro del mondo in 80 giorni” e meritano sicuramente una lettura.
Il prodotto si fregia del sottotitolo “amaro importante” che fa presagire una ricchezza di profumi, e così è.
Nella nuova versione della ricetta la vaniglia è stata abbassata per evidenziare al meglio le scorze di arancio di Bisignano, il Bergamotto di Roccella Ionica, il rosmarino  di Montalto Uffugo e l’origano di Palombara. In via di studio anche il limone di Rocca imperiale, mentre è già in atto il riconoscimento del Ginepro.
Nell’etichetta piuttosto sobria e semplice compare il nostro Jefferson, che viene affiancato nella gamma da un Bitter detto Roger, compagno di viaggio nello sfortunato o fortunato naufragio, a seconda dei punti di vista, di Jefferson.