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Amari O

Amaro delle Orobie

amaro orobieL’amaro porta il nome delle montagne alle spalle di Bergamo, già famose per il formaggio d’alpeggio che qui si produce e con cui si confeziona il famoso piatto della cucina orobica “La polenta taragna”. Un robusto mix di farina di mais, burro e formaggio ideale per superare i rigori dell’inverno facilmente digeribile con l’aiuto di questo amaro. Questo liquore gradevolmente amaro nasce da un’antica ricetta in possesso di due dottori della vallata, Marida Cegani e Gianni Avenati. Questa formula fu ritrovata casualmente all’interno di un manuale militare dell’epoca e fu deciso di riportarla in vita, come un importante pezzo della nostra storia. Il liquore amaro, infatti nacque come rimedio tonico-curativo per i soldati in tricea nella Grande Guerra del ’15-’18, probabilmente utilizzato anche con funzioni di “coraggio liquido”, necessario in determinate situazioni. La composizione è stata ovviamente riveduta e corretta, come la totalità degli altri amari che affondano le loro origini nel passato. Il prodotto come indica l’etichetta è completamente naturale, ottenuto da macerazione a freddo di erbe e radici alpine e dolcificato con miele e zucchero di canna. Il prodotto viene poi lasciato invecchiare per circa un anno in botti di rovere per far si che si arrotondi al palato. Si riconoscono nettamente la Genziana Lutea, un classico prodotto su tutto l’arco alpino, l’Angelica, e la presenza di scorze di arancio per rendere piacevole la beva, come si usava ad inizio secolo per vermouth e aperitivi a base di vino. Infatti fra gli stili di consumo consigliati c’è sia l’uso aperitivo, grazie a Genziana e agrumi, sia come digestivo. Inoltre non bisogna dimenticare la funzione tonica esercitata dall’Angelica, che probabilmente, in passato era presente in misura maggiore.

Amaro Oropa

amaro oropaAmaro tipico dell’area biellese, dove è visitabile il magnifico Santuario di Oropa, il più importante dedicato alla Madonna, di tutte le Alpi. La posizione del monumento mariano è spettacolare, infatti è edificato a 1200 metri di altezza a dominare per intero, la pianura piemontese sottostante, alle cui spalle svetta il Monte Mucrone, altro simbolo della città di Biella. Sulle sue pendici i laboriosi frati raccoglievano le erbe e le radici necessarie al suo confezionamento.
La costruzione fu voluta da S. Eusebio, primo vescovo di Vercelli, sede di una potentissima curia, che decise di ampliare alcune cappelle dedicate a San Bartolomeo e utilizzate per il culto eremitico.
Alla sua edificazione parteciparono i più importanti architetti sabaudi dell’epoca, da Juvarra a Guarini, che resero famosa Torino nel mondo, e che qui realizzarono un favoloso monumento articolato su tre piazzali, con una magnifica scalinata culminante nella Porta Regia.
Il cui corpo centrale, costituito dalla Basilica Antica, il cuore pulsante attorno a cui ruotò il successivo grandioso sviluppo, fu voluta a seguito del voto della città, durante la peste che flagellò il Piemonte nel 1599. Secondo notizie storiche la peste uccise meno persone in Piemonte che nel resto d’Italia, e quello che fu scambiato per un miracolo, in realtà probabilmente fu il semplice risultato di una dieta ricca d’aglio. E’ risaputo che il piatto principe piemontese è la Bagna Cauda, un intingolo di aglio, acciughe, olio e panna ed era consumato abitualmente dalla popolazione unendo le verdure dell’orto.
L’amaro nasce all’interno delle mura di questo Santuario e fu sicuramente, in epoca medioevale, uno dei tantissimi rimedi della farmacopea che si stava sviluppando nelle erboristerie dei conventi e dei monasteri. La ricetta proposta dal liquorificio Rapa, che ne ha acquisito la ricetta in tempi recenti, è sicuramente più dolce dell’originale. E’ infatti risaputo che i rimedi risalenti a quell’epoca erano del tutto privi di piacevolezza. Il liquore amaro è tuttora reperibile nei negozi e sulle stagere dei bar del capoluogo piemontese, mentre è del tutto assente nel resto del Piemonte.