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Birra

La birra è sicuramente il fermentato più antico mai elaborato dalla mano dell’uomo e la sua data di nascita si fa risalire ad almeno 8000/9000 anni fa, quando, da individuo nomade, decise di apprezzare i vantaggi di una fissa dimora.
I primi insediamenti umani risalgono a 10.000 anni fa, a Gerico, non lontani dalla depressione del fiume Giordano. In questi luoghi sono stati ritrovati dei semi di orzo non selvatico. Non si sa quando l’uomo incominciò a far fermentare grano e orzo, ma quasi sicuramente la scoperta fu casuale e fortuita.
Dei chicchi di orzo o farro, dimenticati in un incavo della roccia, a contatto con l’acqua piovana, germogliarono, fermentarono sviluppando una schiuma e un odore per niente invitanti.
Nonostante l’aspetto poco gradevole, quasi sicuramente un coraggioso provò ad assaggiarla lo stesso, spinto dalla curiosità che spesso ha guidato l’uomo verso conquiste importanti. La fermentazione tumultuosa, con bolle e schiuma, fece pensare fin da subito ad un intervento divino, cosa che fece del composto un prodotto avvolto nel mistero.
Il risultato della fermentazione svolta non doveva essere il massimo sotto il profilo organolettico, ma la mai provata sensazione di benessere che pervase il coraggioso, invitò anche gli altri ad assaggiare il liquido.
Altri pensano, in maniera più probabile, che la prima fermentazione avvenne all’interno di una terracotta da cucina, dove della zuppa di cereali di una distratta massaia dell’epoca, iniziò a ribollire lentamente senza l’aiuto del fuoco, producendo schiuma e un gas che “pizzicava” il naso. L’ammostamento del cereale sciolse in maniera ottimale gli zuccheri nell’acqua e fece si che la resa alcolica fosse superiore. Per questo motivo nei millenni a seguire la bollitura preventiva del cereale sarà adottata come procedura produttiva standard.
La leggenda della nascita al femminile della birra è confermata dalla mitologia armena che attribisce la creazione della birra alla dea della terra Armalu.

Qualunque sia l’origine, la fabbricazione della birra si diffuse velocemente per un motivo molto semplice, era il metodo più sicuro per la sanificazione dell’acqua di pozzo e di cisterna.
La bollitura dell’acqua necessaria alla maltazione del cereale distruggeva ogni batterio che si sviluppa nell’acqua stagnante all’interno di pozzi o di contenitori di terracotta, mentre la fermentazione con la sua carica alcolica e il saldo acido inibiva gli attacchi batterici successivi, rendendo possibile dissetarsi senza pericolo. Tale virtù terapeutica viene confermata nel miracolo di S. Arnaldo, beatificato intorno al 1100 d.C.quando per salvare i suoi parrocchiani dall’epidemia di colera trasforma istantaneamente l’acqua infetta in birra. Un ‘altro vantaggio era che la bassa gradazione alcolica, sufficiente però per la sua conservazione, per un certo periodo, non impediva il regolare svolgimento delle azioni quotidiane legate al lavoro nei campi.

La produzione della birra viene citata ufficialmente in alcuni documenti risalenti al 3000 a.c. in caratteri sumerici che attestano l’assegnazione di pane e birra a circa 50 persone. In realtà più che di birra si doveva trattare di una sorta di pappa semiliquida acida e leggermente alcolica. Il vantaggio di questa birra “non filtrata” era che l’acqua utilizzata veniva sanificata dalla bollitura, dalla carica acida e dalla dotazione alcolica ed era bevibile dagli operai per un buon periodo di tempo nonostante le elevate temperature. Il suo nome era “sikaru” e vi sono notizie che potesse essere anche aromatizzata con datteri per aumentare il grado zuccherino in fermentazione e con miele per la sua conservazione. I datteri con il loro tenore zuccherino elevato, venivano messi in infusione e successivamente scolati dall’acqua, che poi sarebbe stata utilizzata per la brassazione della birra. Gli zuccheri e i profumi disciolti aumentavano la qualità del prodotto finale. L’aggiunta di miele invece rappresenta uno standard dell’antichità per la conservazione delle bevande, utilizzato anche poi per i vini, in quanto elevando il grado zuccherino di esse si inibisce lo sviluppo batterico. Spesso questa birra veniva anche aromatizzata con spezie, fra cui la cannella.
Inizialmente l’uso del sikaru era prevalentemente legato al culto religioso e alla cura dei malati, avendo ottime qualità corroboranti, successivamente il suo consumo venne esteso al resto della popolazione lavorativa come dimostrato dal documento. Ogni strato sociale aveva diritto alla sua razione di birra: due litri di di dissetante chiara ad operai, tre di forte a funzionari e cinque litri ai sacerdoti. La sua attinenza produttiva con il pane, dove sono necessari cereali e lieviti, fece si che la sua produzione fosse affidata ai fornai di allora.
La birra viene anche tutelata qualitativamente, il codice babilonese di Hammurabi prevede che chi allunga la birra con eccessiva acqua alla vendita, ci sia affogato dentro.

Presso gli Egizi divenne la bevanda più consumata con il nome di “zythium”.Questo ingegnoso popolo ne affinanò anche la produzione tanto da farne un prodotto commerciale prodotto a livello “industriale”.
Con gli Egizi la birra divenne la bevanda più consumata nell’antichità, da tutti i ceti, nessuno escluso, mentre il vino mantenne per lungo tempo i presupposti di una bevanda riservata alla sola casta dirigenziale e sacerdotale, visti i maggiori costi di produzione e la manodopera specializzata necessaria alla cura della vigna. Il dio che protegge la birra è Osiride, dio della fertilità e degli inferi, a cui Cleopatra offre coppe di questa bevanda.
La birra si diffuse grazie ai commerci fra i Greci che la chiamarono inizialmente “zythos” e Romani che la ribattezzarono “cervogia”, ispirandosi alla dea delle messi Cerere. La bevanda viene utilizzata anche a scopi estetici, infatti le matrone romane la usarono per schiaririsi i capelli e farne dei bagni tonificanti per la pelle.
Tale nome rimarrà in uso per lungo tempo e da questo deriva il termine spagnolo cerveza. Il termine birra invece deriverebbe dal verbo romano “bibere” ovvero bere e questo la elegge a bevanda per eccellenza.
Per finire con i popoli dell’antichità, anche gli Ebrei bevono birra durante la festa del Purim, legata al miracolo che li salvò dallo sterminio progettato da Hamam.

La birra è meno influenzabile del vino a livello climatico, quello che rende indimenticabile un Barolo del 67 non è l’abilità dell’uomo, ma la qualità dell’uva derivante da un’annata eccezionale. I cereali necessari alla produzione della birra non hanno bisogno di pratiche colturali particolarmente difficili, crescono nelle varie specie a tutte le latitudini e sono facilmente immagazzinabili, una volta essiccati. La loro qualità, anche se influenzata dal clima, risulta meno decisiva per il prodotto finale. L’andamento stagionale delle piogge risulta invece decisivo per la quantità delle messi.
La buona riuscita di una birra dipende molto dall’abilità dell’uomo nel mantenere costante il suo ciclo produttivo ed è per questo che non poteva essere prodotta durante tutte le fasi dell’anno.
Il problema della birra era la sua conservazione nei mesi caldi , malgrado si accumulassero, durante l’inverno, ghiaccio e neve nelle cantine, il prodotto non riusciva a mantenersi per tutto l’anno e si deteriorava facilmente con l’arrivo dei primi caldi. Ancora in epoca risorgimentale le fabbriche di birra cessavano ogni produzione con l’arrivo dell’estate.
La distillazione introdotta nel Medioevo riuscirà ad ovviare al problema, così come la scoperta degli lieviti “da Champagne” che renderanno possibile la rifermentazione in bottiglia della birra, secondo lo stile trappista e abbaziale, di fatto, tale processo innalzando il grado alcolico di parecchi punti, rende possibile la conservazione del prodotto, nelle fresche cantine dei conventi.
Ai monaci delle abbazie del Belgio di Orval e Chimay, per citare le più commerciali , dobbiamo la possbilità di apprezzare ancora ai nostri giorni queste specialità deliziose, che spesso venivano anche aromatizzate con alcuni botanici.
Sempre grazie ai monaci e precisamente a San Colombano dobbiamo la produzione della prima birra in Italia, nel monastero omonimo nelle vicinanze di Bobbio , sui colli Piacentini, qui nel 614 d.C. il confratello di San Patrizio, al termine di un lungo pellegrinaggio si stabilì e brassò la prima birra.

I monaci nel Medioevo ebbero un ruolo importante nel tramandare e perfezionare la tradizione brassicola, se il vino era un prodotto superiore, investito di una profonda carica spirituale legata alla funzione della da messa, la birra era il cibo di tutti i giorni, insieme con il pane, altro prodotto di derivazione cerialicola.
Il pranzo era composto da pane inzuppato nella birra ed era il nutrimento energetico fatto di un concentrato di carboidrati, in grado di assicurare l’adeguato sostentamento per tutta la dura giornata lavorativa dei frati impegnati nei campi.

Una leggenda nordica fa risalire al mitico Gambrinus la nascita della birra nel IX secolo avanti Cristo e la avvolge in un alone di leggenda, come accade per tutte le origini dei fermentati. La saga celtica di Mag Meld, l’eroe dell’indipendenza, narra che questi riuscì a sconfiggere i mostri Fornoriani solo dopo che ebbe loro carpito la segreta ricetta della birra, che donava l’immortalità.
Il Nord Europa diventa il fulcro della produzione dell birra che si trasforma da artigianale ad industriale.
Ad Amburgo, in Germania intorno alla fine del 1300 vi sono 457 attività legate alla birra, fra esportatori e mastri birrai produttori, la cui figura diventa cardine dell’intero sistema. Il successo commerciale della birra determinò un moltiplicarsi di leggi e balzelli, di disciplinari e deroghe sulla produzione che sfociò in una confusione del mercato che doveva essere necessariamente eliminata.
La vera svolta, la pietra miliare che cambiò il corso della storia nella produzione della birra fu il REINHETSGEBOT del 1516, ovvero la legge di purezza della birra emanata da Guglielmo IV.
La legge sulla purezza, tuttora in essere, dichiarava che la birra doveva essere prodotta solo con malto d’orzo, acqua purissima e luppolo, una sorta di grande DOC con valenza transnazionale che determinò una qualità riconoscibile con la parola “Birra”.

A differenza del vino, sensibile al territorio, con punte di eccellenza dovute a fattori pedoclimatici unici, la birra non ebbe mai particolari stravolgimenti durante la sua storia, passando indenne da guerre e alleanze commerciali.
Non si hanno mai avuto notizie di particolari sofisticazioni ai suoi danni, di guerre commerciali o di cambi di stile in nome di nuovi mercati. La birra nel tempo si è adattata al suo territorio, risultando via via più o meno alcolica, amara o con tendenza dolce, bionda, rossa, scura, a secondo del cibo, del clima e del bisogno del consumatore. Tutto questo è dovute sicuramente alla sua facilità di preparazione, alla sua composizione , essenzialmente basata sull’acqua e su cereali reperibili facilmente a qualunque latitudine che si traduce nel conseguente basso costo di produzione, unito ad una forte localizzazione sul territorio, dettata anche da problemi di tenuta a fronte di lunghi tragitti.
Questi fattori economici, che relegarono sempre la birra a ruolo di prodotto povero non attirarono mai le attenzioni e le bramosie dell’uomo che continuò la sua produzione seguendo le regole e i dettami che da sempre regolavano questo fermentato.
La storia della birra si può riassumere brevemente in poche date: nel 1295 Re Vinceslao emana un editto per la produzione della birra nella storica cittadina di Pilsen , creando di fatto uno stile birrario, la Pilsener che conquisterà secoli dopo il mondo, risultando il prodotto vincente. Nel 1328 a Monaco di Baviera nasce l’Augustiner, il birrificio che darà il via alla grande tradizione della città, diventata, di fatto, il simbolo, con l’October Fest, della bevanda luppolata. Nel 1620 la birra sbarca in America con i Padri Pellegrini che avranno il compito di evalgelizzare l’immensa nazione, anche se la diffusione commerciale inizierà solo dopo il 1632 grazie all’arrivo dei coloni olandesi che fonderanno New Amsterdam (oggi New York). Il colosso birrario della Budweiser sarà però fondato da un emigrante cecoslovacco, originario di Budwar, mentre nel 1721 la birra Ale scura chiamata Porter, sbarcò, è il caso di dire, nel porto di Londra, diventando la bevanda ufficiale dei “camalli” anglosassoni, ed infine arriviamo a Guiness che aprì il suo birrificio “simbolo” della birra scura a Dublino nel 1759…

La birra arriva ufficialmente in Italia nel 614 d.C. portata da San Colombano, un frate irlandese confratello di San Patrizio, partito per evangelizzare l’Italia, che fondò a Bobbio, sull’appenino piacentino il monastero che oggi porta il suo nome, in cui si dice sia stata brassata la prima birra “italiana”. Altri invece pensano che i primi passi dell’Italia brassicola siano stati mossi a Monte Cassino all’interno del convento benedettino, che subirà una triste sorte nella Seconda Guerra Mondiale.Le notizie sulla produzione brassicola non sono moltissime durante il Medioevo, si sa soltanto che vi era un certo consumo grazie alle incursioni dei Lanzichencchi, soldati mercenari di origine tedesca, che spesso combatteono in Italia. Nel 1494 un altro personaggio di origine tedesca fa parlare della birra in Italia. Massimiliano d’Asburgo sposa a Milano Bianca Maria Visconti, che, per festeggiare l’avvenimento, fa distribuire fra tutti i milanesi intervenuti alla cerimonia un boccale di birra. La storia della birra proseguì fra alti e bassi, spesso osteggiata e vissuta come comprimario del vino, di cui l’Italia ha tradizone millenaria con decine di produzioni di eccellenza. La birra costava più del vino, che veniva prodotto a livello famigliare a costo “zero”, fu così che per avere uno sviluppo deciso dell’attività brassicola in Italia si dovrà aspettare la fine dell’800 con la dominazione austriaca del Nord Italia. Paradossalmente però la prima birreria italiana vide la luce a Nizza Marittima, ora territorio francese, nel 1789 ad opera di Baldassarre Ketter di chiare orgini teutoniche. Due anni dopo questi vendette l’azienda a Giovanni de Bernardii che ottenne la licenza da Casa Savoia per la vendita della birra sul territorio piemontese. A partire dal 1814 le vendite si fecero così interessanti, che il Re decise di tassare gli introiti del commercio della spumeggiante bevanda. Il Risorgimento e le battaglie contro gli austriaci, che occupavano il Nord Est della nostra penisola, influenzarono profondamente la nascita delle maggiori birrerie italiane del nord. Nel 1890 si contano ben 140 aziende impegnate nella prouzione  brassicol. Solo alcune di queste sopravviveranno al ventennio fascista e alla Seconda Guerra Mondiale.
Gli occupanti austriaci, poco abituati al forte vino italiano, che usavano allungare con acqua (da cui lo Spritz), preferivano di gran lunga la loro bevanda nazionale. Fu così che per assecondare le guarnigioni di stanza in Italia, alcuni connazionali ed alcuni intraprendenti italiani aprirono le loro birrerie a Brescia, Udine e Trieste, di cui leggeremo a fine capitolo nella storia loro riguardante. Le piccole realtà sorte dopo l’Unità d’Italia , sull’onda dell’entusiasmo per la nuova bevanda, saranno falcidiate dalle tasse del regime che volutamente tassò pesantemente tutte le bevande cosidette d’importazione straniera, di cui facevano parte birra e sidro, per favorire l’italico vino, soprannominato nel frattempo “carburante del popolo”. Delle 62 fabbriche di birra censite nel 1913, ne sono rimaste solo 5, di grosse dimensioni a distribuzione nazionale: Poretti, Peroni, Moretti, Menabrea, Forst, con alcune realtà locali come Birra Messina, Icnusa, Raffo, Castello, Menabrea e Pedavena. Queste realtà spesso sono comunque sotto il controllo delle cinque sorelle…eccezion fatta per l’ultima, che dopo la chiusura, ha riaperto gestita da una cooperativa composta dagli stessi operai.

La storia dell’America così convulsa e veloce, fulcro di decine di culture, fucina di idee creò i presupposti per alcune invenzioni che si rivelarono deteminanti per la produzione della birra. La macchina a vapore di James Watt del 1785, la veloce tostatrice di malto di Daniel Wheeler del 1817, il tino a temperatura controllata di J.L. Baudeot del 1856, la fabbricatrice di ghiaccio di Carrè e Linde del 1859, resero possibile la velocizzazione dei processi produttivi, ma sopratutto la possibilità di produrre la birra tutto l’anno. ù
I produttori europei erano costretti ad interrompere la produzione all’arrivo dei primi caldi primaverili o a sottostare ai capricci stagionali di inverni miti poveri di neve, necessaria alla fabbricazione del ghiaccio con cui raffreddare le cantine, ora con queste innovazioni la produzione ed il trasporto potevano essere effettuati in qualunque giorno dell’anno.
La birra a bassa gradazione, dissetante e beverina, può essere commercializzata e venduta anche in luoghi lontani, prima ad appannaggio delle sole Indian Pale Ale o dei Barley Wine.
La birra diventa un business molto importante della neonata nazione americana, con decine di produttori, alcuni ancora in attività con produzioni svariati milioni di ettolitri.
Questo importante commercio creò ingenti patrimoni finanziari, utili all’attività politica di due dei primi tre presidenti degli Stati Uniti.
Pochi sanno infatti che George Washington, il primo presidente e Thomas Jefferson, il terzo, considerati i padri fondatori della patria, prima di diventare politici erano produttori di birra.

A rendere nuovamente spumeggiante il mercato con nuove proposte, spesso di territorio, ci hanno pensato i microbirrifici, vera novità del panorama italiano, dopo aver vissuto un importante stagione anche in America, da dove ha avuto origine il fenomeno. Le realtà attuali censite sono circa 600, pertanto come sito, così come per le aziende del vino, non esiste una recensione di essi, per precisa scelta dell’autore. Sarebbe impossibile contenerli tutti su queste pagine, senza fare torti a nessuno. L’unica considerazione che mi permetto di fare è legata al concetto di artiginalità e conseguente qualità a cui spesso il consumatore associa il micro birrificio. Il fatto di essere una produzione artigianale, in quanto basata su brassazioni in piccola quantità,  non ha come diretta conseguenza laqualità eccelsa della birra. Allo stesso modo una fabbrica di birra semi o indistriale necessariamente non produce solo prodotti mediocri. La vera plusvalenza qualitativa la fanno le materie prime, la loro cura e lavorazione, pertanto possiamo trovare grandi prodotti eseguiti anche da birrerie industriali che conoscono come acquistare e come lavorarle da decenni se non da secoli. Il consumatore deve affinare un senso critico che deve prevalere su guide e serate a tema e deve essere spinto a visitare le manifestazioni di settore, se non i birrifici.  Infine un discorso speciale meritano le aromatizzazioni che spesso caratterizzano le produzioni artigianali, spesso frutto di fantasie dettate dal famigerato territorio di origine, termine ormai abusato in ogni settore del bere. Solo alcune di esse sembrano perfettamente riuscite, mentre la maggior parte sembrano solo degli esercizi stilistici e dimostrativi. La birra deve rimanere tradizionale e il produttore deve essere in grado di confrontarsi con gli stili classici, pils o ipa che siano, per dare al consumatore una chiara dimostrazione del suo sapere, confrontabile con altre realtà. E’ proprio sui grandi classici che spesso, come si suol dire, casca l’asino. Le aromatizzazioni nei distillati, liquori e vino, spesso servivano in passato a coprire difetti produttivi o meterie prime non eccellenti….

Per produrre una buona birra sono fondamentali:
Acqua pura con importanti fattori organolettici dati dai sali disciolti in essa
Cereali (da Ceres la divinità delle messi);
Lieviti selezionati;
Luppolo che ha funzioni battericide, antisettiche ed amaricanti.

Per la fabbricazione della birra si utilizzano diversi tipi di cereali e di malti d’orzo, come il Crystal o il Sauer, ognuno con caratteristiche diverse di acidità e amidi. Il Mastro Birraio, in base allo standard qualitativo deciso deve miscelarli per ottenere un risultato sempre uguale a se stesso.La produzione prevede i seguenti passaggi: il chicco di cereale ricco di amidi, zuccheri complessi infermentabili dagli enzimi, viene posto in acqua per la maltazione e germinazione, in questo modo si creano gli zuccheri semplici, di cui si nutre il germoglio.
Questi zuccheri sono fermentabili e quindi attaccabili dagli enzimi, si passa quindi all’essiccazione ed ad un’eventuale tostatura del chicco, leggera per le birre rosse (altbier o pale ale) e più marcata per le scure (stout). Per la fabbricazione di birre di qualità si usano diversi tipi di malto, spesso anche 5 tipi, ognuno con le sue caratteristiche peculiari. Vi sono malti con tendenza acida, come il “sauer” per birre leggere e beverine o come il “crystal” per birre scure strutturate. La percentuale di malto d’orzo deve essere come minimo del 60% , mentre il restante 40% può essere di cereali succedanei come il mais, il riso o altri amidi.
La fase successiva è l’ammostamento, la miscelazione della farina ottenuta con i chicchi d’orzo con acqua clada che inizia a demolire ed emulsionare gli zuccheri. Questa delicata fase si svolge in più riprese e a varie temperature. La base di partenza è di 35 gradi, poi a step successivi, grazie a serpentine di vapore che scaldano il mosto, si sale a 45, 55, 62 e infine a 72 gradi. La temperatura deve essere mantenuta ad ogni step per un periodo che varia a seconda della sensibilità del Mastro Birraio che conosce le materie prime di volta in volta a sua disposizione.L’intero processo dura per un paio d’ore, necessaria affinchè tutti gli zuccheri vengano emulsionati.
Successivamente si chiarifica il mosto eliminando le parti solide del chicco con un largo filtro meccanico che ha il compito di trattenere le granaglie e di permettere la percolazione dell’acqua attraverso di esse. Più si vogliono ottenere birre strutturate ed alcoliche, più il filtro dovrà essere di buone dimensioni, per permettere di “spalmare” al meglio la parte solida. In questo caso si parla di impianto a tre tini separati Se si vogliono ottenere birre leggere con sottoestrazione del malto sarà sufficiente mettere dei filtri sul fondo del silos di ammostamento. In questo caso si parla di impianto a due tini separati.
Il mosto chiarificato così ottenuto viene pompato all’interno di un silos di fermentazione. La fermentazione avviene con lieviti selezionati della specie saccaromicetus carlsbergensis per la bassa fermentazione di birre lager e pils, isolato solo nel 1880 dai mastri birrai della Carlsberg e il saccaromicetus cervisiae, per l’alta fermentazione tipica delle birre rosse o scure.
Le birre Lambic fermentano lentamente utilizzando solo lieviti selvaggi naturali presenti nell’aria, in una determinata area del Belgio, dove le vasche di ammostamento sono poste sotto i tetti delle case. Vi sono altri casi di Lambic al di fuori del Belgio, ma sono produzioni locali di microbirrifici, con minima diffusione.
La magia si ripete ogni anno donandoci birre acidule, con caratteristiche organolettiche diverse, spesso aromatizzate con succhi naturali di frutta, solitamente ciliegie o mirtilli. Molte di queste invecchiano anche 3 anni in botte grazie alla loro acidità che le rende inattaccabili ai batteri acetici.
Segue il raffreddamento del mosto al termine della fermentazione che si protrae per tre settimane e la filtrazione dalle impurità date dagli lieviti che hanno terminato il loro ciclo vitale. La luppolazione è la fase finale del processo produttivo, anche se per alcuni stili birrari si procede all’operazione durante l’ammostamento. Per questa importante operazione si utilizzano i fiori femmina della pianta che contengono la luppolina che è un chiarificante, antibatterico naturale ed elemento determinante per la compattezza della schiuma. Esistono svariati tipi di luppolo a seconda dello stile birrario e la scelta sul loro utilizzo è legata al mastrobirraio. Le migliori birrerie utilizzano il luppolo in fiore, per esempio il Saaz, costoso, ma in grado di donare una sensazione duratura di amaro gradevole e persistente. Risulta anche molto diffuso il luppolo in “pellet”, decisamente più semplice nell’utilizzo e dal costo inferiore, mentre l’industria ormai utilizza quasi esclusivamente oli estratti di luppolo, che hanno caratteristiche organolettiche inferiori, ma che evitano il passaggio della decozione e del filtraggio, diminuendo così tempi e costi di produzione.
Le birre di abbazia subiscono una successiva fermentazione in bottiglia con lieviti selezionati per la produzione dello Champagne in grado di resistere a gradazioni alcoliche superiori (mortali per i saccaromiceti che sopportano ambienti con massimo 5/6 gradi alcolici) e alle forti pressioni interne sviluppate (anche 4,5 atmosfere).

La cosa fondamentale da chiarire è innanzi tutto il concetto di alta fermentazione e bassa fermentazione. la prima si svolge a temperature alte dai 10 ai 20 gradi, mentre la bassa intorno ai 4 è più lenta e permette di ottenere prodotti dalle caratteristiche di morbidezza superiori.

ALE: birra ad alta fermentazione inglese, praticamente non è gassata ed è servita a temperatura ambiente (18°), cosa che spiazza il consumatore italiano abituato a bere la birra fresca. Si possono trovare alcune declinazione come la Bitter Ale, decisamente più amara rispetto allo standard e la Indian Pale Ale, con un grado alcolico superiore e fortemente luppolata per renderne possibile il trasporto nelle colonie, da cui il nome. Anche gli Stati Uniti producono una American Pale Ale, decisamente amara, in piccole partite per gli amanti del genere bitter. Solitamente queste birre sono prodotte da birrifici artigianali.

ALTBIER: birra ad alta fermentazione di color ruggine (alt = vecchio) tipiche della Germania del Nord, con Dusseldorf maggiore centro produttivo. Sono birre rosse che però non si contraddistinguono per l’eccessivo grado alcolico tipico della categoria. Sono fresche e beverine con gradevole luppolazione. Anche gli austriaci producono una birra chiamata Vienna con queste caratteristiche.

BIRRE BLANCHE / WIT BIER: birra di grano beverina, tipica del Belgio con lieviti in sospensione, dovuti alla mancanza di filtrazione, aromatizzata con scorze d’arancio o coriandolo.

BIERE DE GARDE: birra francese ad alta fermentazione stagionata in legno.

BOCK O DOPPELBOCK: birra tedesca forte normalmente scura e fortemente maltata, con retrogusto di caramello.

KOLSCH: birra pils tipica di Colonia, protetta da una DOC, dai tratti beverini e con retrogusto amaro.

LAMBIC: la birra nella sua forma originale, acida e moderatamente alcolica, come doveva essere prima della scoperta degli lieviti selezionati.
Birra a fermentazione naturale a tino aperto che è posto sotto il tetto delle case, in una determinata zona del Belgio, con capoluogo Lambeek, da cui deriva il nome del prodotto. Questa area molto particolare, unica al mondo è ricca di lieviti selvaggi sospesi nell’aria. La presenza di questi lieviti nell’aria sempra molto influenzata dalle coltivazioni di frutta estensiva, con basso uso di pesticidi.
Birra molto acida e dalle caratteristiche mutevoli a seconda della fermentazione corta o protratta nel tempo, anche per anni in botti di legno, rappresentano una specialità di grande interesse. In questa lunga fase di invecchiamento la birra fermenta per ben cinque volte con diversi tipi di batteri che reagiscono con il mosto. Le due fasi più importanti sono la lattica e l’acetica, che garantisce la longevità del prodotto. La birra per smorzare i tratti spigolosi dell’acidità viene aromatizzata con frutta : kriek con ciliegia, frambozen con i lamponi, mentre la gueze è una cuvee di varie lambic.Alcune di esse possono invecchiare lungamente, da un minimo di 3 anni ad un massimo che è a completa discrezione del mastro birraio, che deciderà quale sia il grado di maturità raggiunto e se la birra possa ancora esprimere potenzialità. Il maestro della specialità è Cantillon, la cui visita alla birreria è consigliato per capire fino in fondo lo spirito originario della birra.

MUNCHENER: birra di Monaco di Baviera prodotta in due versioni dunkel, scura e maltata o hells bionda beverina e rinfrescante.

PILS O PILSENER: birra chiara originaria di Pilsen in Cecoslovacchia leggera dal retrogusto amaro e floreale, dato dal luppolo detto saaz tipico della zona. E’ aggiunto, a seconda della ricetta aziendale, del miele alla fermentazione, in luogo dello zucchero di canna, spesso utilizzato per aumentare la gradazione zuccherina del mosto. La particolarità che ne fa una birra unica è il particolare metodo produttivo detto di decozione in tre fasi. Si porta in ebollizione separatamente una parte del mosto, che viene poi unita al resto nel tino di fermentazione per aumentarne la temperatura. Questa operazione si ripete tre volte, partendo dai 35 gradi centigradi di base, fino a raggiungere i 72 gradi per il completo ammostamento della miscela di acqua e orzo.

LAGER: birra chiara a bassa fermentazione deve il suo nome al suo processo produttivo, i mastri birrai bavaresi si accorsero che lasciando la birra a fermentare lentamente nei freddi magazzini (lager) nel tardo autunno, in primavera, si otteneva un prodotto dalle caratteristiche organolettiche eccezionali. Oggi con questa tipologia s’indicano prodotti ordinari ottenuti con il metodo della bassa fermentazione.

STOUT: tipica irlandese scura ad alta fermentazione dal tipico gusto tostato amaro, esiste anche una versione inglese denominata Porter così detta perchè bevuta in gran quantità dagli scaricatori al porto di Londra e di Copenhagen. La birra era ottenuta con una cuvee di due prodotti, una stout forte e amara e una birra bionda leggera, di seconda qualità, spesso ottenuta con il dilavamento della prima produzione. Acida, alcolica e dissetante era la giusta soluzione per dissetare i portantini nel loro faticoso lavoro.

TRAPPISTE: prodotta in Belgio e Olanda nelle abbazie trappiste con il processo della rifermentazione in bottiglia. Queste birre, prodotte Intra Moenia, all’interno delle mura del monastero, sono protette dall’apposita Doc, che le distingue nettamente dalle “Birre d’Abbaye”. Quest’ultime sono prodotti di fantasia, che sfruttano il nome di abbazie presenti nel territorio belga, ma la cui produzione avviene all’interno di aziende brassicole di grosse dimensione e con cotte di svariate migliaia di ettolitri. Le abbazie famose per la produzione di birre trappiste sono sette. Sei in Belgio e una in Olanda. Il primo conta la Westmalle, prodotta nell’abbazia di Notre Dame du sacre coeur a Malle, l’Achel dell’abbazia di Notre Dame de Saint Benoit, la Chimay dell’abbazia di Notre Dame de Scormont, l’Orval dell’abbazia omonima, intitolata alla Madonna, la Rochefort prodotta nell’abbazia di Notre Dame de Sait Remy. Questo elenco si completa con la Westvleteren, prodotto di culto brassato nell’abbazia di Saint Sixte a Vleteren nelle fiandre occidentali. La particolarità di questa birra risiede nel fatto che nonostante il successo, i monaci continuino da sempre a produrre solo 4.800 ettolitri, che vengono venduti quasi escusivamente nell’abbazia, il giorno di lunedì mattina. La birra viene consegnata a non più di 2 cartoni a persona, per evitare speculazioni e viene venduta al pubblico, in Italia, a circa 15 euro a bottiglia. L’unica birra trappista prodotta in Olanda è La Trappe brassata nell’abbazia di Koninghoeven.

WEISS: birra tedesca di frumento con lieviti in sospensione che donano un colore bianco lattigginoso. Sono birre molto dissetanti e beverine che si bevono anche con una fetta di limone.

Il servizio della birra segue un po’ le regole del vino, maggiore è la complessità del prodotto, superiore deve essere la temperatura di servizio per poter apprezzare al meglio i profumi del prodotto.
Attenzione anche al bicchiere che avrà il compito di esaltare i profumi, esistono infatti magnifici tulipani, simili ai ballon da Cognac, per meglio apprezzare le birre d’abbazia.
La versata a bicchiere inclinato per non far schiuma è un errore che non si deve commettere mai, sopratutto per la birra in bottiglia. La poca schiuma nel bicchiere appartiene a quelle birre di scuola inglese, piuttosto piatte, che hanno un processo di fermentazione e luppolazione diverso dalle Pils o Lager che dominano il nostro mercato. La birra imbottigliata viene pastorizzata per la sua conservazione, ma allo stesso tempo viene “saturata” di anidride carbonica, un conservante naturale che rende impossibile la proliferazione di batteri. Una volta si usava l’acido ascorbico ed è per questo che tutte le birre sapevano di “limone”…
Ora questa CO2 deve essere in qualche modo liberata poichè quella naturale, che appartiene alla fermentazione della birra e che viene naturalmente trattenuta nel liquido è di molto inferiore. Per avere una birra corretta, che inviti alla beva, senza gonfiare il malcapitato bevitore, la birra va versata in due tempi. (vale anche per la spina).
Con prima versata si deve liberare la schiuma, poi si attende che si compatti e scenda nel bicchiere, per procedere con la seconda versata.
La tradizione tedesca vuole il cappello di schiuma che fuoriesca dal bicchiere (sintomo di freschezza), infatti alla birra “vecchia” questo effetto visivo non riesce, mentre la scuola belga “taglia” con una spatola l’eccesso di schiuma, che di solito contiene anche le bolle più grosse.La schiuma è fondamentale per diversi motivi: preserva i profumi del prodotto, mantiene la temperatura del liquodo e ci dice se il prodotto è fresco, infatti il cappello nello scendere lascia i segni delle bevute, ovvero ogni sorso dovrà essere “scritto” nel bicchiere, che deve essere sempre rinfrescato con acqua prima di versare la birra.
La temperatura deve essere dai 5 ai 9 gradi per le birre bionde tipo lager, pils, weisse e blanche
Ad 8 massimo 10 gradi si servono le ambrate dette Ale, come la Indian Pale o la Bitter, con meno schiuma rispetto le bionde, rispettando la procedura di servizio dei pub inglesi. Spesso qui le Ale vengono servite a temperatura di cantina, con il classico metodo a pompaggio manuale, vicine ai 18 gradi. Dai 13 ai 14 gradi si servono i Barley wine, i vini d’orzo con gradazioni enologiche sui 12° alcolici, mentre una complessa birra Trappiste si deve degustare a temperatura anche superiore, circa 14 gradi per poter apprezzare fin da subito le sfumature di profumo.
Un servizio perfetto della birra ci potrà far ricordare gli omaggi fatti dagli scrittori al perfetto sorso di birra che ci dona piacere e soddisfazione. Fra loro ricordiamo Philippe Delerm che scrisse il libro ” La prima sorsata di birra ed altri piccoli piaceri” e prima ancora di lui Ernest Hemingway che ricordò con voluttà i suoi sorsi di birra gelata nei bistrot parigini (contravvenendo a quanto detto poco sopra) nel suo libro “Festa Mobile”, di fatto un omaggio alla capitale francese e alla Generazione Perduta.

La Weizen, diceva un grande mastrobirraio è l’unica birra che si può bere in tre modi diversi. Prima di fare il servizio bisogna chiedere al cliente come gradisce dugustare il prodotto. Il primo metodo prevede le seguenti fasi: va versata lentamente, senza smuovere i sedimenti di lievito a fondo bottiglia, per averne solo i profumi e corpo limpido. Questo servizio prevede lo spreco di un po’ di birra. Per il secondo: si versa metà bottiglia nel bicchiere, si fa roteare il restante liquido in modo che il lievito ritorni completamente in sospensione, a questo punto si versa per intero. In sintesi una sorta di “batonnage” per apprezzarne tutti i suoi profumi, dove il liquido è fortemente velato. Mentre l’utimo è il “Giusto Mezzo”…ovvero fare questa operazione solo con le ultime “due dita” di prodotto e versarne solo una parte sul cappello di schiuma. Profumi di lievito, ma corpo della birra limpido. Come servizio ulteriore si può chiedere al cliente se vuole una fetta di limone nel bicchiere,a che se un vero intenditore rifiuterà sempre questa soluzione.

Wuhrer

La Wuhrer di Brescia è la più antica birreria d’Italia, fu fondata a Brescia nel 1829. A quel tempo la città faceva ancora parte dell’impero austroungarico e Franz Xavier Wuhrer decise di emigrare da Vienna ed aprire un birrificio per placare la sete dell’esercito posto a difesa dei confini minacciati dal nascente Regno d’Italia. La zona bresciana nota sopratutto per i suoi vini e le sue grappe accolse freddamente la nuova bevanda, che invece fu decisamente gradita ai suoi concittadini austriaci. Gli affari prosperarono e nonostante i moti insurrezionali , Wuhrer seppe mantenere il controllo della birreria, anzi a dimostrazione del suo amore per la sua nuova patria adottiva, fede arruolare volontari i suoi figli nelle camicie rosse di Garibaldi.Oggi la birreria è in mano al gruppo Peroni.

Peroni

Il birrificio nasce nel 1846 a Vigevano, fondata da Francesco Peroni. Il mercato non è favorevole alla birra nel Nord Italia, dove il consumo del vino è molto radicato. I consumi di allora si attestavano su 0,7 litri pro capite di birra contro i 100 del vino, ma si guardava con fiducia ai consumi di tedeschi e Cecoslovacchi attestati ben oltre i 120 litri.
Nonostante questo la Birra Peroni ottiene un buon successo di vendite, ma il suo fondatore decide lo stesso di lasciare il nord e trasferirsi a Roma, che presto sarebbe diventata capitale.
Qui la birra favorita anche dal clima, trovò maggiori consensi, difatti i caldi vini del sud mal si adattano al consumo estivo, specie a pranzo, nelle assolate estati italiane, mentre la birra, con il suo moderato tasso alcolico, non inficiava lo svolgimento delle attivtà pomeridiane. La rifondazione della birrreria fu affidata al figlio Giovanni che seppe far fruttare al meglio le potenzialità dell’azienda, facendo conoscere in tutto il mondo il marchio Peroni, grazie sopratutto al turismo religioso. L’espansione della birreria fu favorita anche da un’ intensa attività di acquisizione di realtà territoriali, fra cui la già menzionata Wuhrer, Cioci di Roma, Raffo di Taranto ed Itala Pilsen di Padova. In tempi recenti, da un indagine è emerso che Nastro Azzurro, il marchio di punta dell’azienda è risultata essere la birra italiana più conosciuta del mondo, questa volta però grazie al fenomeno motociclistico e mediatico di Valentino Rossi.

Menabrea

Fondata nel 1846, a Biella, in una zona famosa per la produzione d’importanti vini rossi da uve Nebbiolo.
Nel Medio Evo a Biella e provincia si contavano 40.000 ettari di vigna e nei secoli a venire il vino di Gattinara e Lessona fu servito alle mense dei Papi e dei Capi di Stato.
La birreria fu fondata da Gian Battista e Antonio Caraccio e da un tal Welf di Gressoney, ma in realtà essi acquistarono la birreria Menabrea da due tedeschi, Anton Zimmermann e Joseph Menabrea.
La dinastia dei proprietari si esaurisce e la proprietà passa ai mariti delle figlie di Carlo Menabrea, figlio di Joseph.
Le famiglie Thedy e Antoniotti proseguono l’attività tra riconoscimenti e premi tanto che la Menabrea nei primi del 1900 produce quasi gli stessi ettolitri di Moretti, 12.000, solo Peroni e Itala Pilsen sono superiori a lei.
La birreria passa indenne le due guerre, negli anni 80 siamo a 40.000 ettolitri, una produzione di nicchia rispetto alle super potenze sopra descritte. Questo è il periodo d’oro della birreria che vince per cinque volte la competizione mondiale di Chicago con diverse sue specialità, diventando un prodotto di culto fra gli appassionati. Nel frattempo molti suoi competitori, delle medesime sue dimensioni, sono scomparsi, come la Birra Italia di Milano e la Metzeler di Torino acquistati dai colossi stranieri che fanno spesa in Italia. Anche lei recentemente è stata acquisita dal gruppo Forst che ha spostato molta della produzione a Merano. Al ristorante Menabrea di Biella, adiacente alla birreria, rimane attiva come birra locale la sola spina che eroga “la cruda”.

Moretti

Fu fondata nel 1859 da Luigi Moretti ad Udine, la città era ancora facente parte dell’Impero Austriaco e proprio dalle esigenze di consumo degli invasori, l’imprenditore prese lo spunto per iniziare la sua attività. In quell’anno si combatteranno le decisive e sanguinose battaglie di Solferino e San Martino, pertanto la guarnigione austriaca di stanza presso lo storico castello della città, fu aumentata di molto, incrementando i consumi della birreria di svariati ettolitri.
Il mitico Baffone sull’etichetta risale al 1942 e non ritrae il fondatore, ma un simpatico vecchietto, avventore della birreria, sita in viale Venezia 9, notato dal cavalier Moretti. Il nonnino, divenuta in seguito una vera icona come ricompensa per il servizio fotografico chiese soltanto che gli fosse pagata la birra che stava bevendo…
La birreria fu sempre condotta a livello familiare, con particolare attenzione al territorio friulano, con poche sortite a livello nazionale.
Ma grazie alle numerose caserme presenti ad Udine, il prodotto godette sempre di una particolare pubblicità a livello nazionale, grazie al passa parola dei militari che ritornavano a casa dopo il servizio di leva, ricordandosi della buona birra bevuta nel locale aziendale di viale Venezia 9.
La famiglia ha condotto la birreria fino al 1989, anno della cessione alla canadese Labatt’s, sotto la cui gestione raggiunse il milione di ettolitri venduti. Successivamente il marchio fu acquistato da Heineken, la quale , intuendo le enormi potenzialità del “Baffone” lo lanciò a livello nazionale, facendolo diventare in poco tempo il prodotto più venduto nella fascia commerciale.

Dreher

La famiglia Dreher discende da una dinastia di birrai, nota fin dal 600, in Boemia, da dove Anton Dreher che di mestiere faceva il cameriere nell’ osteria di famiglia, parte per cercare fortuna a Vienna. A bordo di una zattera, risalendo il Danubio, giunse nella capitale dell’impero austroungarico nel 1760 e grazie alla sua intraprendenza nel 1773 riuscì a fondare la sua fabbrica di birra, dotandola di attrezzature all’avanguardia. La ricetta della sua birra si basava sullo stile vincente dell’epoca , la classica pils di ispirazione cecoslovacca, infatti ebbe un immediato successo, tanto che egli decise di espandersi nella vicina Italia, dove aprì una birreria a Trieste , per sfruttare sia le tradizioni di consumo che vedevano la birra leggermente più favorita che in altre aree e sia i consumi dell’esercito austroungarico di stanza nella città.
Il successo di Dreher fu anche determinato dalla costante innovazione tecnica che il titolare profuse nello stabilimento, fu infatti la prima birreria a dotarsi di impianto di refrigerazione per il controllo della fermentazione. Da anni ormai fa parte del gruppo Heineken e fu la prima della birrerie acquisite dal gruppo olandese, forte di una grossa quota di mercato esistente.

Poretti

Questa birreria fu fondata a Valganna, in provincia di Varese nel 1877 da un entusiasta Angelo Poretti, appassionato fin da giovane di birra, affascinato dallo stile produttivo a bassa fermentazione. Proprio per affinare le sue conoscenze intraprenderà un lungo viaggio attraverso l’Europa, visitando e lavorando presso birrifici sparsi fra Boemia, Germania e Austria.
Ritornato in patria, con un bel gruzzolo, frutto del lavoro e dei risparmi, approfittando del forte fermento economico che percorreva l’Italia in quegli anni fondò il suo birrificio.
La scelta della locazione non fu casuale, infatti durante il suo viaggio, ben comprese l’importanza della purezza dell’acqua utilizzata per la produzione della birra. Questo aspetto, in passato era tenuto in forte considerazione, poichè a differenza di oggi non esistevano depuratori e catalizzatori in grado di eliminare gli eccessi di ferro nell’acqua, che avrebbero provocato pericolose ossidazioni al gusto.
La natia area di Varese, a Valganna, ai piedi delle Alpi Lombarde assicurava fresca acqua di montagna , purissima , frutto dello scioglimento dei ghiacci, quindi perfetta per la fabbricazione della birra.

Forst

La birreria forst fu fondata nel 1857 da due imprenditori meranesi che decisero di affrancare la loro regione dalle birrerie della vicina Austria. Per aprire il loro stabilimento scelsero un luogo assolutamente perfetto per la produzione della birra, ricco di acqua di fonte, ampi spazi a fondo valle per poter stoccare e caricare le casse, circondati da una foresta incontaminata che diede l’ispirazione ai due fondatori per il nome della fabbrica. Questo nome evoca immediatamente il legame che birreria ha con la natura. I prodotti della gamma sono le legati alla tradizione locale della birra Pils ed alcune doppio malto di ispirazione tedesca, con finale lupolato.

Pedavena

Storico marchio del nord est, fu fondata nel 1897 dai tre fratelli Luciani, Sante, Giovanni e Luigi originari della provincia di Belluno, a Pedavena, per sfruttare al meglio il crescente mercato della birra degli anni post unitari.
La fabbrica nasce sotto i migliori auspici, l’acqua oligominerale delle Alpi bellunesi infatti assicura una materia prima d’eccezione, elemento determinante per la leggerezza e bevibilità del prodotto.
Questo, unito ad un grande spirito imprenditoriale della famiglia, determina un immediato successo , tanto che la birreria, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale , raggiunge un volume in ettolitri pari a 90.000che la colloca al secondo posto in Italia.
Questo record ha ancora più valore se si legge la tabella di fondo pagina che collocava nel 1913 Pedavena a metà della classifica con appena 20.000 ettolitri, ma sopratutto considerando che durante la la Grande Guerra, gli austriaci requisirono l’intero stabilimento, depredandolo di tutti i metalli nobile come il rame.
Grazie a questo successo imprenditoriale nel 1928 Pedavena acquista lo stabilimento Dreher, che nel frattempo aveva deciso di disinvestire in Italia.
Viene deciso anche un ampliamento dello stabilimento e l’adozione di Dreher come marchio per la distribuzione a livello nazionale, relegando Pedavena alla copertura del territorio del Triveneto.
Ma la competizione internazionale si acuisce, calano i profitti e la proprietà decide di cedere l’attività al gruppo Heineken negli anni 80, che a sua volta deciderà , per una logica di razionalizzazione degli impianti di chiudere lo stabilimento di Pedavena.
Attualmente la Pedavena è tornata in produzione grazie ad una cordata di imprenditori locali che fa capo alla Birra Castello di Udine, che ha anche rilevato un altro stabilimento, appartenente a Birra Moretti, a San Giorgio di Nogaro (Ud), disdetto dalla multinazionale olandese.

Ichnusa

Marchio storico sardo, forse la birreria maggiormente radicata sul territorio italiano, che fin dal nome si identifica con la regione di provenienza. Icnusa fu fondata nel 1912 da Amsicora Capra, un imprenditore locale che voleva sfruttare le enormi potenzialità del mercato sardo, affrancandosi dalla produzione “continentale” , come si usa dire sull’isola.
La Sardegna da sempre detiene il record dei consumi pro capite italiani, attestandosi sui 70 litri contro una media nazionale di 23.
La spiegazione principale sarebbe da ricercare nel clima e nella produzione enologica locale ad alto tenore alcolico, che relega il vino al semplice consumo serale, ad accompagnamento dei piatti di selvaggina e carne che caratterizzano la cucina sarda.
Il nome Icnusa deriva dall’antico greco e significa “impronta” e coincide con le prime trascrizioni cartografiche dei marinai fenici che la paragonarono ad un piede umano. La leggenda sulla nascita della Sardegna è alquanto pittoresca, si narra infatti che l’impronta sia di un piede divino che schiacciò nel mare gli ultimi sassi rimasti nel suo sacco, dopo la creazione dei continenti.
La simbologia sarda dell’etichetta di Icnusa continuava con l’immagine del nuraghe (oggi eliminata), le misteriose costruzioni disseminate in tutta la Sardegna, il cui uso è tuttora oggetto di studio e con la bandiera con i quattro mori.
Rimane invece al centro dell’etichetta la bandiera della Sardegna con i quattro mori.
Il simbolo risale al regno di Aragona e si riferisce alla Reconquista Cristiana della Spagna, infatti le quattro teste di moro, separate dalla croce di San Giorgio, simbolo della cristianità, rappresentano le 4 vittorie che determinarono al cacciata degli arabi : Saragozza, Valencia, Murcia e Baleari, ma si ignora il perchè siano bendate…
La storia della birreria ha alcune date salienti, come il suo trasferimento, nel 1963, alla sede attuale di Assemini, ricca di falde acquifere e l’utilizzo, per primi in Italia, di particolari tank cilindro conici per la fermetazione del prodotto.
A dimostrazione dei consumi eccezionali della Sardegna valga il record di produzione di 400.000 ettolitri raggiunto nel 1981, che segnificherà negli anni successivi anche l’interesse e l’acquisizione da parte di Heineken, interessata al mercato dell’isola.

Messina

L’altro storico marchio isolano, questa volta siciliano come ben si evince dal nome del capoluogo in riva allo Stretto..
La fabbrica di birra nasce nel 1923, ad opera della famiglia Faranda, con un altro nome Birra Trinacria, ad identificare il prodotto con la Sicilia intera, che solo successivamente, fu cambiato in “Birra Messina, birra di Sicilia”.
La volontà anche in questo caso era di sfruttare il grosso mercato dell’isola, votato al consumo di fresca e rinfrescante birra , molto più adatta al caldo torrido dell’estate, dell’alcolico vino di territorio.
Il successo non tardò ad arrivare, grazie ad una serie di elementi determinati , come la qualità del prodotto e la facilità di approvigionamento, essendo che la birra era già sul suolo siciliano e non doveva aspettare traghetti e treni per attraversare lo Stretto.
Il consumo è tuttora molto radicato sul territorio, ed in passato anche la diffusione del gioco da bar conosciuto come “Patruni e Sutta” ovvero padrone e sotto , aveva favorito, e non poco, la diffusione della birra nei locali di tutta la Sicilia Orientale e della Calabria… nel resto d’Italia il gioco è conosciuto come la Passatella.
La birreria fu acquisita nel 1988 da Heineken, interessata alla distribuzione del suo marchio sul ricco mercato dell isola, ma nel 2007 a seguito della chiusura dello stabilimento, la famiglia Faranda decise di tornare in produzione.
Ovviamente il marchio Messina non poteva essere utilizzato, essendo di proprietà dell’Heineken, pertanto con buon senso dell’umorismo si decise di tornare in produzione con due birre, la prima con un nome che ricordasse appunto la tradizione del gioco della passatella e la seconda il sole, altro marchio “di fabbrica” riconosciuto dell’isola.
Sull’etichetta della prima compare la primiera, ovvero i quattro sette, punteggio che determina la scelta del Patruni, mentre sul retro etichetta vengono riportate le regole del gioco, ormai non più praticato, se non dagli anziani dell’isola, mentre sulla seconda capeggia il simbolo della trinacria e la scritta “Birra del sole”.

Prinz

L’utimo dei grandi marchi che hanno segnato il mercato della birra in Italia.
La birra Prinz è un marchio tuttora prodotto a Francoforte dal gruppo tedesco Rudolf August Oetker di Bielefeld, la cui proprietà, con etichetta e marchio diversa. Il gruppo, intuite le potenzialità del mercato italiano sbarcò in Italia nel 1962 con un aggressivo piano di marketing, aprì quattro stabilimenti, due per presidiare il nord a Carisio in provincia di Biella e a Crespellano vicino Bologna, uno in centro Italia a Ferentino, vicino Frosinone e uno al sud a Bari.
La sede operativa era posta saggiamente a Firenze, per poter essere al centro delle operazioni.
Tutti gli stabilimenti erano posti vicino alle neonate autostrade italiane, per poter sfruttare al meglio la pubblicità gratuita delle masse di vacanzieri che il boom economico aveva meccanizzato. Si voleva dimenticare la guerra , la poverta e ci si godeva il rinnovato potere di acquisto della nostra aconomia.
Il gruppo Prinz fu acquisito dal principe austriaco Windisgraetz della Famiglia Furstenberg che costruì un quinto stabilimento a Baragiano, in Basilicata (ora acquistato dalla famiglia Tarricone che qui produce la Birra Morena), per poi cedere tutto al Gruppo Labatt’s che nel frattempo aveva acquistato anche Birra Moretti, per poi finire nel pacchetto di prodotti Heineken. Il gruppo Prinz viene ricordato per le efficaci campagne di marketing, fu infatti il primo produttore a produrre bicchieri di varia foggia, indimenticabile il boccale a forma di testa stilizzata con le labbra e lo slogan “scopri la differinz”.
L’azienda capì fin da subito l’importanza del gadget dedicato e delle raccolte punti per il consumatore, inoltre credette fin da subito nelle confezioni a “cluster” pluri bottiglia, infatti nonostante che la sua apparizione sul mercato sia stata fugace ( rimane in produzione la sola Prinz Leggera come prodotto a prezzo discount) esitono molti collezionisti esclusivi del marchio.

Beck's

La birreria Beck fu fondata nel 1873 a Brema, da Heindrick Beck , un mastro birraio, Luder Ruthemberg e Thomas May, due imprenditori della città, per una scelta precisa, infatti in quel tempo la città tedesca era quella con il maggior numero di fabbriche di birra esistenti, circa trecento e il mercato continuava a richiedere prodotto.
La concorrenza non spaventò i fondatori che divennero in poco tempo i leader di mercato della zona grazie all’eccezionale qualità del prodotto.
La birreria era in una posizione di dominio, costruita sulle anse del fiume Waser, quindi vicino ad una via di comunicazione economica e in grado di assicurare, tramite il vicino porto, anche importanti sbocchi di mercato oltreoceano. Il riconoscimento americano arrivò nel 1876, quando fu premiata all’expo di Filadelfia.
Tutto questo fu possibile grazie alle nuove tecniche di conservazione che rendevano possibile i lunghi tragitti per questo delicato prodotto,da sempre fortemente localizzato sul territorio proprio per le difficoltà di trasporto.
La Beck’s aderisce all’editto di purezza del 1516 che proibisce l’uso di cereali che non siano l’orzo ed usano luppoli pregiati che conferiscono alla birra un piacevole retrogusto amaro.
Esiste una diceria che lega la birra Beck’s a presunte simpatie naziste del suo produttore.
Tutto nasce dal fatto che lo stemma della birreria, una chiave rovesciata su stemma rosso, lo stesso della città di Brema, ricordi da vicino il simbolo appartenuto alla 1a Divisione Panzer SS, un’ unità scelta nata per la protezione del Fuhrer, raffigurante una chiave stilizzata.
Il motivo di tale simbolo, adottato da questa divisione, trae ispirazione dal nome del suo generale, Sepp Dietrich , fido luogotenente del Fuhrer, il cui cognome tradotto in italiano significa “grimaldello” ovvero la chiave universale adottata dai ladri di tutto il mondo.
Da qui in poi è solo fantasia e congetture di chi vuole vedere analogie e malafede, visto che i produttori adottarono il simbolo della città natale della birreria, nata sicuramente prima della 1a Divisione Panzer…

Bud

La birra più venduta al mondo, vanta un sistema di maturazione unico, riportato in etichetta: il “beechwood aging” (invecchiamento con trucioli di legno) effettuato con legno di faggio che le conferisce morbidezza.
Il sistema di maturazione, vietato per il vino, accelera il processo di cessione delle sostanze contenute nel legno e dona complessità al mosto fermentato. La rotondità e la leggerezza del gusto sono dovute alla percentuale di riso che viene aggiunta al mais per la preparazione del mosto.
E’ prodotta a Saint Louis nel Missouri ed è grazie alla sua collocazione mediana negli States che ha ottenuto una distribuzione capillare.
Fondata da un emigrante tedesco il sig. Busch, amante della tipologia lager prodotta nel suo paese, sposò la figlia di un suo cliente in difficoltà, la signora Anheuser.
Nacque l’Anheuser&Busch il colosso della birra che ancora oggi utilizza la doppia fermentazione, aggiungendo come il suo fondatore ha insegnato, mosto in fermentazione alla prima.
La Bud, inizialmente chiamata Budweis, perse la causa con la Budwar cecoslovacca e fu costretta a cambiare il nome nell’attuale.

Carlsberg

Fondata da Jacob Jacobsen, su una collina (berg in danese), molto alta per il piatto paesaggio danese di ben 65 metri e dedicata a suo figlio Carl.
L’elefante sull’etichetta prende ispirazione dai due mastodontici elefanti indiani scolpiti nella pietra all’entrata della birreria.
Jacobsen appassionato viaggiatore e amante in special modo dell’India volle mettere questi animali porta fortuna, simbolo della perseveranza, a guardia della sua Azienda.
La curiosità maggiore sta nelle due svastiche che si vedono scolpite sul dorso degli animali. Anche in questo caso le simpatie naziste non centrano… Osservandole ci si accorge che gli uncini delle braccia sono rivolti al contrario rispetto a quelle naziste, infatti queste simboleggiano, nella cultura Indiana, la ruota del sole, un segno di fertilità e rinascita.
A lui si deve la scoperta del miglior lievito per la bassa fermentazione della birra che porta il suo nome “Saccaromices Carsbergensis”, isolato per la prima volta dal suo chimico Emil Hansen.
Nel 1969, si è fusa con Tuborg, la seconda birreria di Danimarca fondata a Copenhagen nel 1873 da un gruppo d’imprenditori guidati da Tietgen e Heymann. In Italia hanno acquisito il gruppo Birra Poretti .

Corona

Fondata nel 1925, la Cerveceria Modelo è diventata un fenomeno di mercato, infatti oggi si trova al 13° posto nella classifica dei produttori con 26 milioni d’ettolitri.
La fabbrica, non per nulla chiamata Modelo, è un modello d’autarchia, infatti il titolare produce in proprio i cartoni degli imballi e il vetro delle bottiglie.
La moda di bere la birra con la fetta di lime sembra nasca da una necessità degli operai messicani che per evitare che le mosche si posassero sul collo o peggio finissero dentro la bottiglia, mettevano una fetta di lime infilata sull’imboccatura.

Heineken

Fondata nel 1863 da Gerard Adrian Heineken, che compra e ammoderna l’Haystack, la fabbrica di birra più grande d’Amsterdam.
Il fondatore appassionato dello stile Tedesco, si reca più volte in viaggio in questo paese, cercando di carpire i segreti dei mastri birrai di allora.
I primi esperimenti di bassa fermentazione risalgono a quel periodo e Heineken reputa che questo sia lo stile vincente per avere una birra di successo, beverina e di qualità, tanto che nel 1869 assume mister Feltman, un tedesco, come mastro birrai.
Mostrando gran lungimiranza assume anche il dottor Elion, un allievo di Louis Pasteur, il primo scienziato a studiare gli lieviti, il quale riesce ad isolare un lievito speciale che è fatto proliferare su una coltura particolare.
Questo lievito chiamato A-Heineken è ancora utilizzato.
Il fiuto degli affari di Heineken era fortissimo, capì per primo tra i produttori europei che il Proibizionismo Americano (1919- 1933) stava per terminare e diventò in poco tempo il maggior importatore di birra in quel paese con ritorni economici importanti che gli permise di acquisire, negli anni, molte birrerie sparse nel mondo, tra cui le italiane Dreher, Pedavena, Prinz, Sans Souci, Moretti ed Henninger.

Classifica produzione azienda in base alle accise nel 1913

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Negli ultimi anni si è assistito al tentativo di abbinare la birra su preparazioni complesse di carne e di pesce che prima erano a solo appannaggio del vino.
Non si può negare che in alcuni casi gli abbinamenti siano assolutamente armonici, ma in alcuni casi il cibo prevale sulla bevanda.
La birra ha nella cucina estiva il suo principale alleato a cui si abbina grazie al basso tenore alcolico e alla freschezza dei suoi profumi. Preparazioni di carne bianca, maiale tipiche della cucina tedesca o messicana hanno nella birra un formidabile abbinamento, mentre sulle carni rosse importanti è sempre meglio abbinare il vino, in grado di sostenere la persistenza aromatica del cibo, in maniera migliore. Solo le Trappiste, una Indian Pale Ale o una rossa di Natale bavarese riescono a reggere il confronto con la selvaggina.
Una T-Bone americana con patatine fritte abbinate ad una fresca e rinfrescante lager è un’esperienza da provare una volta nella vita da Gallagher a New York.
Ma l’esperienza più sorprendente che potrete fare in Irlanda è mangiare delle stupende ostriche Belon “annegate” nel guscio, dalla schiuma cremosa e compatta che otterrete versando una birra scura Guinness. Assaporerete il contrapporsi intrigante di salato e amaro della birra, in un abbianmento emozionante superiore a qualsiasi vino. Eccezion fatta per sua maestà lo Champagne…

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