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Americano

americanoL’Americano è un cocktail molto dibattuto, che recentemente ha vissuto una nuova giovinezza, grazie anche a Campari che ne ha fatto, nel 2016/2017, il nuovo tema per la sua competizione.
Sul nome si è a lungo dibattuto, così come sulla sua data di nascita. Ma quando si parla di ricerca storica è quasi impossibile scrivere la parola “Fine” e nuovi documenti possono sempre confutare i precedenti, così come spesso alcune fonti si rivelano inattendibili, basti pensare al caso di Teofilo Barla, cuoco di corte mai esistito.
Si pensa che sia stato creato in Italia ai primi del 900, e che il nome richiami l’America e il modo di bere “on the rock’s” in bicchieri Old Fashioned.
La moda fu lanciata in quel periodo, in contrapposizione all’usanza comune che vedeva la maggioranza dei drink da aperitivo versati, privi di ghiaccio, in coppa cocktail o in piccoli bicchieri da cordiale.
lavorazione-ghiaccioLa ragione è semplice: prima di allora non esistevano le macchine del ghiaccio, pertanto i drink venivano semplicemente raffreddati, spesso in caraffe, e versati direttamente nei bicchieri. Il ghiaccio era infatti troppo costose ed arrivava via treno dai ghiacciai montani, o era proveniente dalle ghiacciaie cittadine, in caso di nevicate copiose invernali. Con i pochi e costosi cubi si raffreddavano caraffe o bottiglie contenenti gli alcolici dentro a mobili di legno ben coibentati. Con l’arrivo dei primi fabbricatori di ghiaccio, di cui abbiamo le prime pubblicità nel 1911, ed il successivo abbassamento del costo, metterne dei cubi all’interno dei cocktail, seppur grossolani, spezzati a mano da una lunga barra, fu una vera rivoluzione, e nuovo stile di consumo.
sw4kf9Solamente poi a partire dal 1920 il ghiaccio e la sua vendita, fatta per strada su camion attrezzati, diventerà cosa comune e lo si deduce dalle pubblicità sui periodici a partire dal 1925, e dal grosso volume di fatture ritrovate negli archivi.
Questa è la prima possibilità, decisamente più probabile e plausibile, sopratutto se vogliamo dare credito alla nascita del Negroni, certa e documentata fra il 1917 ed il 1920 nel libro di Luca Picchi, che dell’Americano, così dice la tradizione, ne è declinazione.  mazzonA livello di ricerca è molto interessante osservare anche la prima ricetta di Americano presente sul libro di Ferruccio Mazzon, “Il Barista, Guida del Barman” la cui data di pubblicazione, anche se non scritta sul frontespizio, si fa risalire agli anni 20, grazie ai quaderni di stampa Hoepli, la casa editrice bolognese leader nel campo dei manuali. Cosa curiosa, risulta introvabile una copia cartacea all’interno dei loro archivi. Inoltre il libro ebbe una sola stampa, a differenza di molti altri manuali, dai liquori alle erbe che invece ne ebbero diverse, e che sono abbastanza reperibili ancora oggi. Questo porterebbe a pensare che la miscelazione destasse poco interesse o che il libro non abbia risposto alle esigenze del periodo, a differenza del “1000 misture” di cui parleremo più avanti .
Infine anche la dichiarazione di Strucchi, nel suo “Il Vermouth di Torino” la monografia più completa sull’eccellenza piemontese datato 1906, risulta illuminante quando parla della tipologia “Vermut al Bitter”, una preparazione pronta in bottiglia che veniva proposta insieme ad altre da molte aziende produttrici, come Vaniglia, Barolo o China. il-vermouthLeggiamo: “Vermouth al Bitter. E’ detto anche Americano perché negli Stati Uniti si ha l’usanza di bere il vermouth mescolato con liquori amari e gin (whiskey) formando una bibita chiamata cocktail. Molte e differenti possono essere queste preparazioni a seconda del liquore bitter che viene impiegato”. L’americano è quindi un cocktail di successo e le case produttrici di vermouth si affrettano a farne una versione in bottiglia, come accaduto per la versione con China o Amaro, conosciuto come il cocktail Punto e mezzo o Punt e mes, alla piemontese. Questa dichiarazione di Strucchi sposterebbe la data di qualche anno indietro rispetto a quanto pensato e darebbe una motivazione diversa rispetto all’uso del ghiaccio. Se vogliamo aggiungere un altro dato Strucchi è l’unico a parlare di questo vermouth approfonditamente poichè i precedenti, ricordando l’opera di Frigerio, enologo della stazione regia di Alba, del 1897, menziona solamente Vaniglia e China come declinazioni commerciali di successo. Ma nulla esclude che fosse prodotto anche prima, magari in maniera meno evidente, dei primi del 900.
Veniamo ora alla versione decisamente più poetica, ma totalmente screditata da quanto detto precedentemente, ma che fu molto in voga presso molte scuole di formazione barman e su alcuni libri di cocktail degli anni del dopoguerra. La riporto perchè seppur falsa, sarebbe comunque attinente al cocktail, vedremo perchè. Questa vuole che il drink sia stato creato in onore del pugile Primo Carnera, detto appunto “l’Americano” in considerazione del fatto che fu il primo europeo a vincere il titolo dei massimi oltre oceano.
20130311152424_bLa gloriosa serata ebbe luogo il 29 giugno 1933 al Madison Square Garden di New York, gremito di immigrati italiani. Il match si svolse fra “La montagna che cammina”, il soprannome coniato per il nostro pugile e l’americano John Shirley. Carnera mandò al tappeto Sharkey dopo solo sei riprese, alimentando la leggenda dei suoi pugni devastanti.
Dopo quella vittoria si dice sia stato inventato il cocktail, che fu consegnato alla storia. Il titolo di Carnerà durò un solo anno, a causa della sconfitta contro l’esperto Max Baer. Un infortunio, una condizione fisica e mentale non al meglio determinarono la sconfitta e il rapido tramonto del pugile italiano originario di Udine, che alla fine della sua carriera aprirà un ristorante ed un negozio di liquori, con i soldi guadagnati nella boxe e nei match di wrestling americano. L’Americano, nato sicuramente prima fu però codificato in maniera massiccia dopo questo episodio, tanto da alimentarne questa falsa leggenda sulla sua creazione. Viene citato nei libri di due famosi barman stranieri dell’epoca. Nel primo Frank Meier del Ritz Bar di cocktail americano_copertina mille mistureParigi autore del “The artistry of mixing cocktail”, del 1936 lo propone in un calice da vino con proporzioni più simili al nostro moderno Americano con pari quantità fra bitter e vermouth ed uno spruzzo di soda. Nel secondo William Tarling scrittore del “Cafè Royal Cocktail book” del 1937 la ricetta è più simile a quello italiano che vedremo nel “1000 misture” con un quarto di bitter e 3 quarti di vermouth, con soda a colmare. In entrambi la decorazione è una scorza di limone e solo nel primo si parla di ghiaccio nel bicchiere. Ma è nel “1000 Misture” di Elvezio Grassi del 1936 che trova la sua consacrazione, infatti è il cocktail per eccellenza, prodotto con il 100% di eccellenze italiane, il vermouth ed il bitter che ben si sposa con la politica del regime fatta di nazionalismo autarchico. Nel 1936, anno di pubblicazione del libro, infatti abbiamo ben 10 Americano codificati, il cui nome variava a secondo dell’azienda produttrice di vermouth.
Il Bitter Campari manteneva l’egemonia delle ricette (solo una a favore di Branca con il suo fernet)  ed era il vermouth a dare il nome, con Ballor, Cora, Accossato, Martini &Rossi, Carpano, Cinzano o il nome del bar o del barista, Argentino, San Roman o Ciconi. La particolarità di tutti questi americani è la dose di vermouth, solitamente superiore al bitter. Inoltre tutte avevano dosi generose di soda, solitamente il 50% del volume totale degli alcolici con 3 parti di vermouth, 2 bitter, 5 di soda, per capirci. (Per la foto del bar a destra si ringrazia l’Istituto Luce di Roma).
cocktail americano al bar_ istituto luceLa decorazione era una scorza di limone, sempre reperibile, anche nel clima più rigido del Nord Italia, e meno costoso dell’arancio, stagionale e proveniente dal sud. L’aggiunta della fetta di arancio infatti sarà un vezzo del Dopoguerra quando il boom economico svilupperà trasporti e renderà sempre fruibili le cosiddette primizie.
Da notare che, cosa molto interessante, se si vuole dare adito alla prima ipotesi, che Grassi non parli mai di ghiaccio nei bicchieri, nonostante la sua buona reperibilità, non dimentichiamoci che siamo nel 1936, ma solo di usare un selz fresco che avrebbe dovuto fungere, visto la quantità importante, da elemento di raffreddamento. Tornando alla storia, il successo dell’Americano e la sua diffusione importante negli anni 30 sarebbe quindi spiegata.
cocktail americanoLe aziende liquoristiche vissero un periodo d’oro, con vermouth e bitter sugli scudi. I vermouttisti investivano somme importanti di denaro nella comunicazione con magnifiche pubblicità di grafici famosi come Dudovich, Roch, Cappiello, e Campari, con Depero e Munari ebbe la sua massima visibilità, iniziata negli anni 20 quando le sue reclame a mo di filastrocca, capeggiavano puntualmente dalla Domenica del Corriere. L‘Americano univa idealmente i due prodotti egemoni dell’epoca e fu una conseguenza pensare che il cocktail fosse poi stato inventato in questo periodo.
bond-cocktail americanoPer finire, un altro attestato di stima e di diffusione del cocktail negli anni 50, quando l’Americano viene citato da Ian Fleming, il famoso scrittore inglese inventore del celebre agente segreto 007, James Bond. L’agente segreto, noto bevitore di Martini nel suo prossimo futuro, sorseggia questo cocktail seduto ai tavoli del Royal les Eaux a l’Hermitage di Parigi. Questo accade nel primo libro dell’autore “Casino Royale” e sulle pagine di questo libro ci sarà spazio anche per la nascita di un altro famoso cocktail, il Vesper Martini.
La ricetta originale dell’agente 007 vede l’utilizzo del Bitter Campari, del vermouth Cinzano e dell’acqua Perrier, molto amata dall’agente segreto di sua Maestà, in grado a suo dire, di rendere accettabile il gusto di questo cocktail povero…Sorry mister Bond, ma come italiano non posso essere d’accordo…