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Negroni

Nasce nel 1919 al bar Casoni di Firenze creato dal conte Camillo Negroni, bevitore incallito, amante della bella vita e il suo fido barman, Fosco Scarselli. Un’altra fonte sostiene che il barman lavorasse invece al bar Giacosa. Questa confusione viene generata dal fatto che nel 1932, il caffè Casoni cessò di esistere e venne sostituito dal Giacosa, dove per un certo periodo lavorò il figlio, Franco Scarselli. La carriera di Fosco terminò invece all “American Bar dell’Ugolino”, una nota club house di un golf club fuori Firenze. Quello che è sicuro è che il conte, forte bevitore, non gradisse l’acqua di soda aggiunta per diluire l’Americano, il drink maggiormente gettonato all’epoca.
Suggerì quindi al barman Scarselli di aggiungere anche del gin, il distillato inglese che Camillo conosceva bene, dato i suoi frequenti spostamenti nella capitale d’oltremanica.
La madre di Negroni era infatti l’inglese Ada Savage Landor, figlia del famoso scrittore Walther S. Landor. La vocazione internazionale della famiglia fu confermata anche dal matrimonio del conte con la polacca Anita Zazworka, conosciuta a New York e da lui sposata nel 1903.
La sua frequentazione londinese sarebbe anche dimostrata da una lettera amichevole di un antiquario di Chelsea, il famoso quartiere alla moda della capitale inglese, che suggerì al nobile di morigerare il consumo di alcol, vista la sua precaria situazione di salute.
Sicuramente l’euforia per la sua nuova creazione nel panorama dei cocktail aveva preso il sopravvento
Molto gustosa la vicenda che narra la nascita di questo cocktail. Si dice infatti che un giorno il conte si avvicinò al barman, gli sussurrò qualcosa all’orecchio, al che si mise immediatamente al lavoro.
Al termine della miscelazione misteriosa e sottobanco disse: “Ecco il suo Americano signor conte”.
La scena si replicò più volte, il sussurro, la miscelazione al riparo da occhi indiscreti, il servizio, fino a che alcuni clienti intraprendenti chiesero al barman dal fare misterioso, cosa mai avesse richiesto il conte.
Egli confessò che il conte gli aveva detto ogni volta ” Mettici anche una buona dose di gin” .
Nei giorni a seguire il drink prese ad essere molto venduto e il grande Scarselli, adottò un trucco tuttora utilizzato dai barman per distinguere l’Americano dal Negroni, ovvero mettere una fetta di arancio intera nel secondo e una mezza nel primo. Al contempo apprendiamo che la prima versione del drink continuava ad avere uno schizzo di soda, eliminata nelle successive codifiche.
Questa versione della ricetta storica è confermata anche in un’intervista che Scarselli diede negli anni 60, poco prima della sua morte. Appare quindi probabile che la dose di gin dovesse essere inferiore e non uguale come oggi, così come molti pensano che inizialmente il drink dovesse avere una dose di vermouth superiore. Una ricetta nota come Vintage Negroni, riporta infatti dosi diverse da quelle conosciute e codificate dalla Iba, con 3 cl di gin, 2 cl di Campari e 5 cl di vermouth rosso.
Il successo del drink fu immediato ed ancora oggi è forse il cocktail aperitivo più amato e venduto in Italia. Proprio in virtù del successo del cocktail, i discendenti del conte provarono intorno agli anni ’50 la strada del commercio del drink in bottiglia, già pronto, preparato secondo la ricetta originale. Si potrebbe dire un antesignano dei “ready to drink” che oggi giorno affollano gli scaffali dei supermercati, in aiuto di novelli barman casalinghi. Il cocktail in bottiglia, nonostante il vero e proprio boom della liquoristica a cui si assistette in quegli anni non ebbe successo, forse perchè privava il consumatore della scelta di quale gin e vermouth utilizzare…
Il cocktail vanta delle declinazioni, alcune delle quali hanno raggiunto una notorietà propria ed un livello di fama e richiesta pari, se non superiore all’originale.
E’ il caso della variante Sbagliato che nasce in tempi recenti al Bar Basso di Milano e precisamente nel 1968. La leggenda narra che fu proprio generato da uno sbaglio del barista neo diplomato ed appena assunto che non ricordando la ricetta confuse, chissa come, la bottiglia del gin con quella del prosecco. Il bar, gestito ai tempi da Mirko Stocchetto continua la tradizione con il figlio Maurizio servendo il cocktail che ormai ha valicato i confini regionali, diventando un vero must dell’apertivo grazie alla gradazione alcolica più moderata del mitico ispiratore. Un’altra versione, figlia del successo della vodka in tempi recenti, è il Negrosky che prevede la sostituzione dello speziato gin con il distillato neutro di origine polacca.
Se si vuole approfondire la conoscenza su questa pietra miliare della miscelazione italiana, il libro di Luca Picchi “Sulle tracce del Conte” è assolutamente consigliato.

 

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