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Brandy

Brandy italiano

L’Italia, paese di grandissime tradizione enologiche, produce ottimi Brandy, anche in buona quantità, ma il suo consumo è relegato, tranne che per alcuni brand, ad un consumo di nicchia. Il distillato nazionale riconosciuto a livello internazionale rimane la Grappa.
L’inizio della moderna distillazione in Italia risale al 1773 con l’arrivo a Marsala di Jonh Woodhouse, che decise di fortificare il vino locale, con l’aggiunta di una acquavite di vino da lui prodotta.
L’imprenditore voleva riprodurre un vino con le caratteristiche organolettiche simili allo Sherry, per soddisfare il mercato inglese assetato da sempre di vini dolci fortificati ed ovviare così alla loro penuria, dovuta alla guerra commerciale in corso, fra Spagna, Francia e Inghilterra.
Brandy FiorioL’Italia produce ottimi Brandy, potendo contare su una tradizione enologica millenaria, ma il distillato nazionale, riconosciuto a livello mondiale è la Grappa.
L’inizio della moderna distillazione in Italia risale al 1773 con l’arrivo a Marsala di Jonh Woodhouse che decise di fortificare l’eccellente vino locale, il perpetuum, con l’aggiunta di un distillato di vino da lui prodotto.
L’imprenditore voleva riprodurre un vino con le caratteristiche organolettiche simili al Porto e al Madeira, per soddisfare il mercato inglese assetato da sempre di vini dolci fortificati ed ovviare così loro penuria, dovuta alla guerra commerciale in corso, fra Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra.
Nel 1806, intuite le potenzialità del mercato siciliano, arrivò Benjamin Ingham e nel 1812 suo nipote Joseph Wittaker che contribuirono ulteriormente ad incrementare la distillazione di un acquavite di vino, sempre ad uso esclusivo della fortificazione del vino, come già accadeva con il Brandy spagnolo.
Vincenzo Florio, imprenditore di origini calabresi, stabilitosi in Sicilia dopo il disastroso terremoto che colpì la sua regione, fu unico attore italiano del mercato. Il ricco imprenditore, appassionato di automobilismo, fondò, nel 1832, l’azienda omonima e a lui va il merito di avere intuito per primo le potenzialità dell’acquavite prodotta con i robusti vini siciliani, come già accadeva per i prodotti di scuola spagnola. Ad onor del vero in questa area viene coltivato anche il Catarratto, una varietà molto produttiva, in grado quindi, di dare vini molto acidi e di bassa gradazione, secondo i dettami francesi, che prediligono vini freschi e poco intensi. Non è dato a sapersi, neppure sul sito ufficiale, quale sia attualmente la scelta per il distillato oggi in commercio.
Brandy FicheraCon la fine della guerra commerciale fra Inghilterra e Spagna e la seguente ripresa dei commerci, gli Inglesi abbandonarono la Sicilia, fu così che quella sembrava la fine di un’epoca d’oro, si rivelò in realtà essere una grossa occasione commerciale per Florio che acquistò le loro società.
Il lungimirante imprenditore, disponendo di capitali importanti, acquistò, praticamente in saldo le attività inglesi, diventando di fatto l’unico attore di tale mercato, con un ruolo di assoluta egemonia.
Nel resto d’Italia, nel frattempo, il mercato dei distillati di vino stava vedendo l’arrivo di nuovi protagonisti, visto l’enorme successo riscosso dal Cognac in tutto il mondo.
Un francese di nome Jean Buoton, originario di Gentilly, fornitore della real casa, caduto in disgrazia, decise di cercar fortuna in un altro stato. L’Italia con i suoi fermenti unitari e il suo patrimonio vitivinicolo rappresentava un ottima meta. Intuite le potenzialità del mercato italiano per un distillato di vino di scuola francese, arrivò a Bologna, nel 1860. Qui cambiò il suo nome in Giovanni Buton ed aprì una distilleria per produrre una versione italiana del Cognac. In realtà riscosse ampio successo anche con un liquore alle foglie di coca, botanico molto in auge all’epoca nella città emiliana, grazie ai vini ottenuti con l’infusione delle sue foglie, utilizzati come rimedi curativi per il mal di testa e la spossatezza.
La vicinanza con la Romagna, era strategica, infatti essa rappresentava il bacino ideale nel quale reperire ed acquistare la materia prima perfetta per la distillazione, il vino poco intenso ed acido prodotto con il Trebbiano di Romagna, di fatto la versione italiana dell’Ugni Blanc, il vitigno principe dei distillati di scuola francese.
DistilleriaL’abile distillatore creò così l’attuale best seller del settore, la Vecchia Romagna, imbottigliata nella caratteristica e identificativa bottiglia a tre lati, con un bel volto di Bacco su sfondo nero in etichetta.
Bellissime le pubblicità di Carosello, che recitavano il riuscito slogan “Vecchia Romagna etichetta nera, il brandy che crea un atmosfera” e Sorbolik, nome liberamente ispirato al fumetto di successo , Diabolik, delle sorelle Giussani, maldestro eroe disegnato che indispettiva, durante la pubblicità, l’attore protagonista.
Le pubblicità molto efficaci e la qualità del prodotto, riusciranno a fare di Vecchia Romagna, il Brandy per antonomasia.
Il suo stabilimento attuale, completo di magazzino di invecchiamento conta ben 160.000 mq, in assoluto il complesso italiano più vasto e quinto al mondo. La gamma attuale vede una declinazione data dall’Etichetta Bianca, un brandy con un periodo di invecchiamento minore (un anno) e due riserve, rispettivamente di 10 e 15 anni, con etichetta Blu e Oro.
Il principale distillatore di brandy in Italia attualmente è la Bonollo di Anagni, che ne detiene quasi per intero la produzione.
Le minori quote di mercato del brandy fecero si che parecchi impianti venissero dismessi fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80.
Questo fenomeno concentrò la produzione nelle mani di pochi e la successiva rivendita del distillato, avveniva a quelle realtà che nel frattempo si erano convertite ad elevatori, disponendo di cantine storiche.
Vecchia romagnaUna delle realtà storiche è la Branca, produttrice dello Stravecchio Branca che rimane una delle migliori interpretazioni di brandy commerciale con un ottimo rapporto qualità prezzo, insieme ad alcuni classici della nostra liquoristica. L’azienda fu fondata nel 1845, ed iniziò la produzione del famoso Fernet, per decidere nel 1892, di produrre anche un brandy, sull’onda del successo riscosso dai distillati di vino, guidati dal Cognac. All’interno dello stabilimento si trovano ancora vecchie bottiglie recanti la dicitura “Cognac” o “Medicinal Brandy” per via delle sue iniziali connostazioni curative e ricostituenti. Tale escamotage permise anche di aggirare il proibizionismo americano, rendendo possibile la vendita in farmacia.
Lo storico stabilimento si trova ancora nel cuore di Milano, in via Resegone ed al suo interno trova posto la botte Magna Mater, dalla capienza eccezionale di 84.000 litri, che ne fa la botte da distillato più grande d’Europa. Recentemente per celebrare i suoi 120 anni di permanenza in azienda, Branca ha prodotto un’edizione limitata numerata di acquavite, frutto della selezione di 7 brandy, invecchiate in botti di rovere, le cui caratteristiche si sono rivelate superiori.
Il processo del produttivo del brandy a livello distillazione non è più seguito direttamente dall’azienda, che preferisce approvvigionarsi da terzi.
L’invecchiamento invece è per intero svolto all’interno delle cantine storiche, che al tempo contavano quasi 300 botti di grande capienza dedicate all brandy. Per mantenere in efficienza il patrimonio dei legni, che constava di 800 botti, erano necessari 40 maestri d’ascia.
L’invecchiamento del brandy Stravecchio segue un iter particolare, in quanto viene fatto per intero passare per un periodo variabile, considerato un segreto produttivo, all’interno della Magna Mater, che di fatto “concia”, come amano dire in Branca, l’acquavite, dandogli il “gout maison”.
La grande Mamma, di fatto non viene mai svuotata completamente, mantenendo al suo interno una parte di distillato che darà “la firma” al successivo.
Questo tipo di invecchiamento ricorda da vicino quello del Perpetum, il vino siciliano che diede vita la Marsala e alle sue soleras, che di fatto ne seguono l’esempio.
Il distillato viene poi fatto scendere, per gravità nella cantina sottostante ed avviato alle botti più piccole per l’elevazione finale, che dura normalmente dai 6 ai 7 anni.
Al seguito del successo di Buton, altri francesi arrivarono in Italia, la famiglia Landy (ricordiamo il Brandy Landy Freres) e Renè Briand, con l’indimenticabile pubblicità del Renè Briand Extra, distillato d’ottima fattura e pregevolezza, con Yul Brinner, l’attore americano di origine russa.
Lo stabilimento storico di Moncalieri a Torino (foto sx) aveva una batteria di alambicchi charentais di scuola francese da far invidia ad una maison di Cognac. Ora al suo interno trova posto la Torino Distillati, ma la linea è stata smantellata quando i consumi di questo prodotto vennero a mancare per via della crisi del comparto alcolici.
Lionello Stock originario di Spalato, capì le potenzialità delle uve friulane e decise di impiantare una distilleria nel 1884 a Trieste.
L’ispirazione geniale gli venne dal fatto che i distillatori di Cognac, privi della materia prima a causa delle fillossera che invase la Francia sul finire del 1800, scelsero di importare le uve friulane per sostituire le loro, infatti i terreni calcarei del Carso ricordano molto da vicino quelli della Charente, cosi come il Tocai (oggi Friulano) è in grado di dare vini acidi e non molto profumati.
L’azienda ancora oggi produce lo Stock Original e lo Stock 84, pregiata e aromatica riserva, che commemora con la sua etichetta la nascita nel 1884 della distilleria. La distilleria lavora ancora con il classico alambicco discontinuo di scuola charentais.
Con l’arrivo del ventennio fascista si proibì di utilizzare nomi stranieri (famoso è l’esempio dei supermercati Standard divenuti Standa), quindi il Brandy dovette cambiare momentaneamente il suo in Arzente.
Il nome fu coniato da D’Annunzio nel 1927 e possiamo ancora ritrovarlo in alcune etichette d’epoca o sulle etichette di qualche produttore nostalgico. Il nome trarrebbe ispirazione dal termine “Arzillo”, lo stato d’animo che si viene a creare bevendo il distillato. Unico rappresentante odierno di questa tradizione, legata al periodo, è la storica distilleria Poli di Bassano del Grappa, fondata nel 1898, che produce ancora un Arzente (foto dx), invecchiato dieci anni utilizzando Trebbiano di Soave, un biotipo del vitigno utilizzato ancora oggi dai francesi per la produzione di Armagnac e Cognac. La distilleria, molto più nota per le pregiate grappe, produce anche un brandy classico, più fruttato e meno complesso aromaticamente, invecchiato 3 anni.
Dal Triveneto ci arriva anche la proposta di Luxardo storico produttore di liquori, conosciuto sopratutto per l’ottimo maraschino ed il Sangue Morlacco. La distilleria fu fondata nel 1821 a Zara, ma a causa delle vicissitudini della guerra, che videro la distruzione della fabbrica e l’uccisione di alcuni membri della famiglia, fu rifondata nel 1947 a Torreggia in provincia di Padova. L’area conosciuta come i Colli Euganei, erano e sono molto vocati per la produzione enologica, pertanto quella era la zona ideale per la nascita di una distilleria. Infatti a tutt’oggi, oltre al brandy, l’azienda ha in produzione una grappa denominata Euganea.
All’opposto dell’italico stivale si trova la Distilleria Fichera che produce tuttora un brandy e numerosi liquori.
Il Comm. Alfio Fichera acquistò l’azienda dopo 50 anni dal suo esordio sul mercato e la consolidò negli anni a venire, diventando fornitore di acqueviti da assemblaggi per prodotti di pregio di aziende di grosse dimensioni, fra cui la Stock di Trieste.
Le aziende che aprirono in quel periodo, sotto la spinta del successo del distillato, furono Pilla (Oro Pilla), Camel e Marchesi de Bianchi (thedrinkshop) tutti ottimi rappresentanti di una tradizione che continua fino ad oggi e a torto poco conosciuta del Brandy Italiano.
Antinori famoso e prestigioso produttore di vino, nelle annate migliori, produce un esclusivo Brandy venduto in quantità limitata.
Villa Zarri produce un brandy di gran classe, invecchiato 15 anni, le uve Trebbiano, romagnolo e toscano, utilizzate per il vino sono millesimate e la particolarità è segnalata in etichetta, cosa piuttosto rara nel panorama dei brandy italiani. La distilleria si trova all’interno di una magnifica villa, edificata a metà del 1500. In una delle sue stanze dimora un alambicco Charentais classico, mentre in altri ambienti si trovano i 4 magazzini di invecchiamento con botti di legno francese, Allier e Limousine, della capacità di circa 350 litri. Questi elementi, e la locazione storica, fanno di Villa Zarri un vero e proprio Chateau, unico per la tipologia, in Italia.
L’invecchiamento superiore appartiene però alla Mazzetti di Altavilla che ha nel suo portfolio un brandy prestigioso invecchiato oltre 20 anni, vero capolavoro della distillazione italiana.
La rassegna delle aziende si conclude con un produttore di vini d’eccellenza, le Cantine Bava (cocchi.it), con sede a Cocconato d’Asti, che produce l’Aquaforte, un brandy d’eccellenza, raro e ricercato, invecchiato lungamente nelle cantine di proprietà, che già hanno ospitato Barolo e Barbera d’Asti.
Ogni anno viene messo in vendita un piccolo lotto facente parte delle originali 5.200 bottiglie prodotte con una partita eccezionale di brandy invecchiato in botti di rovere per oltre 30 anni. E’ comprensibile che il valore delle bottiglie cresca con l’assottigliarsi dell’irripetibile riserva, posta ad invecchiare nel lontano 1971. Il profumo del brandy, fatto di cuoio, tabacco, nocciola e miele, ne fa un eccellente compagno di meditazione.
La produzione del brandy italiano segue da vicino i metodi produttivi utilizzati in Francia e Spagna, per le distillazioni di prodotti di pregio e da invecchiamento.
La scuola italiana importò dalla Francia il sistema di distillazione discontinuo tipico della Charente e molte aziende nel passato si attrezzarono con queste grosse batterie di questi alambicchi per cospicue produzioni di brandy, come la succitata Rene Briand.
Nel caso di produzioni a ciclo continuo il sistema produttivo mutuato era quello dell’Armagnac o del brandy spagnolo, con alambicchi a colonna a piatti.
I vitigni utilizzati per produrre il mosto fermentato erano sempre bianchi come Trebbiano, sia di Romagna che di Soave, Asprinio, Prosecco, tutti vini con ottima acidità, struttura esile e profumi semplici.
La distillazione del mosto doveva avvenire in tempi molto brevi per preservare i profumi ed iniziava a poche settimana dalla chiusura della vendemmia dei vini bianchi. La materia prima non poteva contenenre in nessun modo anidride solforosa, alla base invece della produzione dei vini bianchi, per via del suo potere inibente nei confronti dei batteri acetici. Questo composto chimico è volatile, pertanto una certa quantità di essa passerebbe al distillato, conferendo un poco piacevole sentore di zolfo.
Dopo la distillazione l’acquavite, che di solito ha una gradazione intorno ai 70 gradi in uscita dagli alambicchi, sostava all’interno di vasche d’acciaio sigillate in attesa della visita dell’intendenza di Finanza, per il nullaosta sulla tipicità e sulle quantità prodotte, per il calcolo dell’ammontare delle tasse da pagare.
Dopo questo passaggio l’acquavite doveva essere trasferita necessariamente al magazzino d’invecchiamento, in quanto la dicitura Brandy, spetta solo alle acquaviti che sostino per un periodo di tempo all’interno di botti di legno.
L’invecchiamento da disciplinare prevede un minimo di un anno in legno, ma non esistono leggi che impongano di scriverlo in etichetta.
I distillati base che hanno da uno a due anni di invecchiamento massimo non riportano pertanto nulla in etichetta, essendo alla base della scala qualitativa.
Sono prodotti dai profumi semplici fruttati e dalle note eteree accentuate, che non esprimono complessità e pienezza gustativa.
I prodotti ottenuti con una miscelazione di distillati invecchiati da 2 a 3 anni riportano un contrassegno filigranato in etichetta.
LuxardoLa scuola francese del Cognac, fatta di sigle disciplinate, non ha permeato la produzione italiana di pregio, che preferisce normalmente indicare gli anni totali di invecchiamento o usare termini di fantasia, infatti gli invecchiamenti superiori oltre i sette anni hanno la dicitura “Stravecchio” o “Gran riserva”.
Alcune produzioni di pregio hanno il millesimo della vendemmia, sistema utilizzato dai produttori francesi di Armagnac.
L’invecchiamento viene suddiviso in due fasi precise. La prima prevede una sosta breve in legni nuovi, per l’estrazione massima dei profumi e dei tannini dalle doghe, la seconda in botti di secondo o terzo passaggio, definite esauste, per l’affinamanto legato ai processi ossidativi.Molta importanza deriva dalla tostatura delle botti e la sota in esse, dallo stile e dal gusto che il distillatore vorrà dare alla sua acquavite. Durante questo periodo di invecchiamento il distillato perderà naturalmente gradazione alcolica, circa dal 2% al 4% annuo, portandosi dagli iniziali 70 ai 40-44 gradi ottimali per la sua commercializzazione. In caso di invecchiamenti inferiori, la riduzione di gradazione avviene per aggiunta di acqua purissima o distillata.
Visto quanto accaduto in Francia, nelle zone di Armagnac e Cognac, dove sono in via di sperimentazione acquviti prive di invecchiaento, prodotte al di fuori del disciplinare rigido della zona, anche l’Italia gioca questa carta.
La rivitalizzazione di un comparto stagnate, vittima del successo dei “white spirits” da miscelazione, come gin e vodka, seguiti da rum e Tequila, imponeva un cambio di marcia.
Castagner, il più innovativo dei nostri produttori di grappe ed acquviti, noto per il suo motto “Spiriti d’avanguardia” ha messo in produzione Aqua 21, un interessante progetto per rivitalizzare il segmento. Brandy e grappe sono da sempre la nota dolente della miscelazione con pochi cocktail all’attivo. In realtà questa non vuole essere un brandy, nella sua accezione tipica, non possedendone il corredo aromatico, ed il metodo produttivo, ma un prodotto a se stante, ottenuto da mosti d’uva particolari, con un grado alcolico inferiore.
Il metodo produttivo prevede di distillare in alambicchi di rame sottovuoto un mosto d’uva ottenuto in parte da uve verdi, destinate alla vinificazione di spumanti e da uve appassite. Un ossimoro dell’enologia che crea un distillato con una percezione quasi dolce, con una buona acidità. Un importante caratteristica che la differenzia dal brandy, a parte l’assenza di invecchiamento è la gradazione alcolica inferiore di soli 21 gradi, per ottemperare ancora meglio alla nuova tendenza del bere light e responsabile. A dimostrazione di questa duttilità esistono alcuni interessanti cocktails, che sono stati pubblicati in più riprese da Bargiornale. Il prodotto lanciato nel 2009 ha riscosso pareri contrastanti, specie da alcuni distillatori e consumatori di grappa, che ne hanno visto un prodotto al di fuori della tradizione, quando di questa, invece non si sarebbe dovuto parlare, vista la profonda differenza di materia prima. Probabilmente il retaggio storico-produttivo di Castagner ha giocato un ruolo decisivo in questa opinione sul prodotto, che invece ha visto una buona accoglienza da parte del mondo del trade. Recentemente sono stati lanciate le versioni aromatizzate al caffè ed al cacao.
Il consumatore attento dovrà essere in grado di leggere le etichette e non farsi trarre in inganno dal colore scuro del distillato che non sempre è sinonimo d’invecchiamento. La tonalità del liquido è influenzata dai legni elevazione e dalla premanenza in esso. Quercia francese di Troncais, Limousine, Slavonia o americana hanno dotazioni tanniche importanti e donano un importante corredo gusto-olfattivo al brandy. Questo è anche influenzato dal grado di tostatura del legno, che porta ad avere maggiori note dolci di vaniglia e tabacco.
Frassino, acacia e castagno, legni della tradizione italiana, non donano particolari tonalità scure, al distillato, pertanto si possono trovare in commercio prodotti con 7 anni d’affinamento di color paglierino carico, che hanno doti di morbidezza ottime, senza la “dolcezza” del caramello. Infatti la legge permette l’aggiunta di una piccola quantità di caramello, circa il 2%, anche a brandy con un solo anno d’invecchiamento, per dare morbidezza e colore al liquido.
La struttura importante d’alcuni Brandy consente un abbinamento a fine pasto o in accompagnamento con preparazioni di carne dove, nella cottura o nella marinata, sia utilizzato il distillato.
La cucina italiana e spagnola offrono ottimi spunti con preparazioni di selvaggina, come il cinghiale marinato al ginepro o un ottimo prosciutto Serrano o Pata Negra dalla forte aromaticità e grassezza che ben si sposa con la forza alcolica del distillato.
L’abbinamento principale rimane comunque la pasticceria secca a base di mandorle e spezie tipica del sud dei due Paesi, da dove ha avuto origine il Brandy, che con la loro aromaticità accompagnano bene le note di elevazione in legno, con sentori di vaniglia marcati, dovuti alla tostatura delle botti.

Il brandy spagnolo

Il termine Brandy (dall’olandese branvjn= vino bruciato) definisce tutti i distillati di vino ottenuti
al di fuori delle aree di Cognac e Armagnac.
Non si hanno precisi riferimenti sulla nascita del Brandy spagnolo, ma sappiamo che furono gli arabi a
portare la distillazione in Spagna con la loro invasione nel 711, sino alla “Reconquista” ad opera di “El
Cid”, che si concluse con la loro cacciata dall’intera Spagna nel 1492.
Il termine Brandy è la contrazione inglese del termine olandese “Bran Vjn”, ovvero “Vino Bruciato”. La distillazione fu sicuramente introdotta dagli arabi intorno al 711 d.C. quando i loro domini si estendevano per larga parte della Spagna del centro- sud. A seguito della “Reconquista” operata da El Cid e Alfonso X detto “Il saggio” nel 1264, la distillazione di alcol divenne una pratica conosciuta anche dal mondo cosidetto occidentale. Le prime notizie circa la distillazione in questa area si hanno intorno al 1580.
Sono testimonianze scritte all’interno di documenti che riferiscono di questa pratica alchemica utilizzata per la produzione di un’acquavite corroborante in grado di curare malanni ed allevire la fatica.
Al solito non sappiamo molto delle sue caratteristiche organolettiche, poichè nel passato non esistevano i criteri moderni di valutazione, su grado alcolico e profumi. Questo periodo vede la nascita anche di altri importanti distillati in Europa, segno della diffusione del sapere alchemico e fisico sull’uso dell’alambicco arabo.
Nel XVI secolo si hanno le prime notizie certe circa la nascita di opifici e distillerie, la cui funzione principale sarà di produrre successivamente l’acquavite necessaria ai viticoltori per la fortificazione del vino dolce di Sherry, il cui successo globale arriverà circa un secolo dopo.
Spesso le due figure di viticoltore e distillatore coesisteranno nell’area, sopratutto con l’arrivo degli anglosassoni nel 1725.
LepantoIl primo di essi fu l’irlandese Patrick Murphy seguito nel 1792 da Thomas Osbourne e nel 1855 da Robert Byass, tutti attratti dai guadagni che il vino locale poteva assicurare.
Furono gli inglesi ad iniziare a produrre su larga scala il brandy spagnolo, tecnicamente un acquavite di vino utilizzata per mutizzare il mosto di Palomino, mentre solo successivamente decisero anche di imbottilgiarlo, per così dire “in purezza” e commercializzarlo.
Il primo di essi fu quasi sicuramente Osbourne, che, intuite le possibilità di successo dell’acquavite, decise di venderlo, dopo averlo opportunamente invecchiato. Il motivo era da ricercare nell’enorme successo riscontrato dal Cognac presso il mondo anglosassone, il cui difetto era però di costare molto di più, per via del blending operato da un professionista e del processo produttivo, rispetto al brandy della zona.
Il brandy grazie all’nvecchiamento nelle soleras assicurava costanza qualitativa senza bisogno di intervento umano e il clima caldo della Spagna assicurava vendemmie abbondanti e sicure, rispetto all’umida Charente.
PalominoVista l’immensa area vitata che circonda Xerex, si è portati a pensare che la materia prima utilizzata dai produttori di brandy della zona sia un mosto di vino ottenuto con uve Palomino (foto sx), il vitigno principe dell’area, con la quale viene vinifica lo Sherry.
Considerato il successo mondiale di questo vino si preferisce utilizzarlo per la vinificazione del prezioso nettare.
La buona acidità ne fa un ottimo vitigno da alambicco, ma solo alcune aziende lo utilizzano, una di esse è la Gonzales Byass che lo distilla per confezionare il suo premium brand, il Lepanto.
L’uva per realizzare il vino base da distillare viene, di fatto, per la maggior parte dalla vicina Mancha, la D.O più estesa di Spagna, che detiene anche il primato di essere l’area coltivata a mono vitigno più vasta d’Europa. Un’immensa area calcareo argillosa interamente coltivata con vigne ad alberello, solcata da rovine di castelli e piccoli paesini.
Il vitigno è lo sconosciuto Airen, una varietà bianca, la cui vinificazione per il consumo da mensa è vietata, proveniente dalla D.O. della Mancha.
Questo mosto di vino viene utilizzato interamente per la produzione di un fermentato tutto sommato alcolico, con una gradazione intorno ai 12 gradi, poco acido e fruttato, questo contrariamente alla scuola francese, che predilige acidità e gradazioni intorno agli 8 gradi.
In questa diversità risiede la principale differenza organolettica del brandy spagnolo, decisamente più grasso e strutturato del Cognac, anche per via dell’invecchiamento nelle criadere da Sherry.
L’Airen risulta essere il vitigno bianco più coltivato al mondo, con circa 100.000 ettari al suo attivo, e considerando i volumi del brandy spagnolo non potrebbe essere diversamente. Ogni anno vengono prodotte circa 80-90 milioni di bottiglie di brandy di Jerez, che vengono consumante al cinquanta per cento in patria. Considerando le rese in distillazione prossime al 20%, grazie ad una gradazione alcolica di partenza più alta rispetto ai vini di Cognac, ci si rende conto della massa di mosto di vino che ogni anno viene lavorato dalle aziende della zona.
AlambiccoIl brandy spagnolo si può ottenere con la distillazione continua a colonna, in questo caso il distillato esce con una gradazione alcolica dagli 71 ai 94.8 gradi, questo prodotto, con pochi profumi, coperti da sentori eterei marcati, viene indicato con il nome di “Aguardiente”.
La distillazione con un unico passaggio poteva essere fatta in passato anche con alambicchi provenienti dalle zone dell’Armagnac, mentre oggi si utilizzano moderni impianti con colonna a piatti. In alcune distillerie storiche della zona, si possono trovare anche alcuni alambicchi charentais polverosi, a dimostrazione dell’influenza francese e del tentativo inglese-spagnolo di imitare il distillato.
I prodotti di pregio sono ottenuti con singola distillazione, in alambicco discontinuo qui conosciuto come “Alquitara”.
In Francia normalmente si procede ad una doppia distillazione che qui, a Jerez, non viene ritenuta necessaria.
Si pensa che una seconda distillazione impoverirebbe troppo il distillato, in quanto con la prima si ottiene normalmente un’acquavite intorno ai 65 gradi.
Il prodotto ha un inferiore grado alcolico in uscita dal collo di cigno, nell’ordine dei 50/ 75 gradi, a seconda della gradazione di partenza della materia prima, ed ha maggiori profumi, donati da una distillazione meno forzata. La distillazione in un unica soluzione prevede che la materia prima iniziale sia più raffinata, inoltre si tende ad avere un maggior scarto ad inizio distillazione, quando il grado di uscita dell’alcol è più alto. Nel proseguo del processo si “utilizzano” più code, ricche di oli di flemma e meno di alcol, che danno profumi e gusto al distillato.
CarlosQuesti distillati si chiamano “Holandas”, e sono utilizzati in purezza per il confezionamento dei prodotti di maggior pregio o in blend con le aguardienti per prodotti più commerciali.
Le holandas comunque devono sempre rappresentare un minimo del 50% del totale.
I distillati così ottenuti sono invecchiati nelle magnifiche criadere di San Lucar de Barrameida o Jerez . Le criadere sono file lunghissime di barili sovrapposti, della capacità di 500 litri, costruiti in rovere americano, dei Monti Appalachi, che precedentemente hanno contenuto Sherry Fino, Amontillado o il dolce PX.
Questa pratica di utilizzare barili da Sherry è in uso anche presso le distillerie scozzesi che amano molto i profumi donati dal legno impregnato di questi vini eccellenti. I brandy del Penedes, poco sopra Barcellona, altra zona vocata della Spagna utilizzano invece barrique nuove di scuola francese.
Il metodo di invecchiamento nelle criadere prevede normalmente tre file , massimo quattro di botti sovrapposte.
Nella criadera superiore viene immesso il distillato giovane, mentre nella fila di mezzo si procede ai vari travasi che necessitano alla fila inferiore, la solera per rabboccare le botti del liquido utilizzato per riempire le bottiglie destinate al commercio. Il nome “solera” indica la fila di botti vicino al suolo e con esso si definisce in etichetta il metodo di invecchiamento.
Un gioco di vasi comunicanti, a caduta, miscela e rende il prodotto uniforme e di qualità costante.
Il metodo solera non prevede ovviamente diciture riguardo l’annata, essendo il risultato degli assemblaggi di varie vendemmie che si sono succedute negli anni e che si vanno a miscelare nelle tre file di botti.
Ogni bottiglia avrà una quantità seppur minime di distillato invecchiato anche 20/30 anni, in relazione all’anzianità di servizio della criadera.
Questo metodo fu inventato dagli Inglesi, che esigevano qualità costante di prodotto, per il loro mercato interno, poco avvezzo a modificare i suoi gusti e le sue abitudini, eliminando anche i costi elevati di un blender (miscelatore), lasciando questo delicato compito alla natura e a questo interessante sistema a vasi comunicanti.
La variabilità delle stagioni doveva essere il più possibile annullata, così come la disponibilità di prodotto doveva essere costante e non influenzata dall’andamento climatico che caratterizzava la vendemmia.
Il brandy non ha gli anni di invecchiamento riportati in etichetta e riporta in etichetta scritte di fantasia non disciplinate da regole ufficiali.
Abbiamo un “Consiglio regulador de brandy de Jerez” che impone, da disciplinare, un minimo di un anno di permanenza nelle criadere del distillato dell’anno, immesso nelle botti più alte delle batterie.
Le bottiglie che contengono questo distillato riportano in etichetta la semplice dicitura “Metodo Solera”.
Un invecchiamento medio di tre anni nelle criadere del primo distillato riporta la dicitura “Solera Reserva”.
I prodotti che riportano Solera Riserva di solito esprimono maggiore complessità, specie quando le criadere sono vecchie di parecchi anni.
Il sistema solera crea un assemblaggio di distillati dal gusto costante in maniera naturale, senza che vi sia l’intervento di un blender, come nel caso del Cognac, deputato a stabilire, in base alla linea commerciale, i prodotti da miscelare.
La criadera molto vecchia, magari di 90 anni, miscela distillati al suo interno che hanno la sua età di partenza, quindi in ogni bottiglia possiamo assaporare anche una minima parte di essi, privilegio esclusivo che manca nei Cognac di invecchiamento breve.
Un produttore importante di Brandy e di ottimi sherry è Gonzales Byass, casa fondata nel lontano 1835 da Manuel Gonzales produttore del rinomato Lepanto(thedrinkshop) che nel 1885 unì le sue forze a Robert Byass. Sempre della stessa azienda arriva il Soberano un brandy in versione meno pregiata con invecchiamenti di 5 ed 8 anni.
Blake Byass, il suo agente di commercio in Inghilterra, che aveva incrementato considerevolmente le vendite nei 20 anni successivi alla sua apertura. Il Lepanto, come detto già in precedenza, viene prodotto distillando uve Palomino, che lo differenziano dal resto della produzione di casa Byass.
Osborne casa storica , fondata da Thomas Osborne Mann inglese di Exeter, in Cornovaglia, nel 1772 aprì a Cadiz la sua distilleria, dove darà vita a prodotti storici come il Magno ed il Veterano.
Il simbolo del toro alto ben 4 metri, che capeggia ovunque nelle strade dell’Andalusia è diventato il segno di riconoscimento distintivo di questa azienda e fu ideato nel 1956 da Manuel e Manolo Prieto per pubblicizzare il Veterano, il prodotto di maggior successo della distilleria.Da segnalare anche i prodotti Carlos I° e Fundador della Domecq e “Duc d’Alba” della distilleria Williams & Humbert. Fundador grazie ad una bella campagna pubblicitaria “Fundador el Sabor” ebbe anche un buon periodo di vendite in Italia a cavallo fra gli anni 80 e 90, complice anche il turismo di massa italiano che investì la Spagna in quegli anni.
In Catalunia, nella “Denominacion de origen Penedes”, troviamo il rimanente 5% della produzione di Brandy Spagnolo, che sarà trattata qui di seguito.Infine molto interessante il prodotto chiamato Ysabel Regina un blend di Cognac e brandy spagnolo, invecchiato in botti che hanno contenuto vini da Pedro Ximenex, provenienti dalle criadere centenarie delle cantine di Jerez. Pur contenendo Cognac di Fine e Grand Champagne, il prodotto appartiene alla scuola spagnola, in quanto il produttore è una grossa realtà liquoristica di questo paese. Il brandy proviene da antiche soleras, distillato da uve Palomino, mentre l’invecchiamento finale avviene per oltre 12 mesi in botti del famoso passito del sud della Spagna. Il carattere del vino, dolce e suadente, regala una nota elegante al distillato e una particolare morbidezza in bocca, ma non è assolutamente da considerare come un liquore, in quanto la percentuale zuccherina è al di sotto di quella della tipologia. La produzione è limitata a sole 9.000 bottiglie che ne fanno un prodotto esclusivo, dedicato, secondo le intenzioni dell’azienda, ad un consumo femminile.
I produttori della Catalunya sono due, Torres e Mascarò produttore di nicchia di ottimi distillati.
Torres nasce come grossista di vini nella zona del Penedes e nel 1800 con il ritorno a casa da Cuba di Jaime Torres l’azienda incomincia ad esportare in tutto il Sudamerica grazie ai sui contatti in Argentina e Puerto Rico, raggiungendo da subito importanti profitti.
Solo nel 1928 nasce la distilleria che incomincia una fiorente attività bloccata dalla Guerra Civile Spagnola del 1939, ben descritta da Hemingway nel libro “Per chi suona la campana”.
Dopo la guerra l’attività riprende con grossi sacrifici, premiati da un rapido ritorno al successo e ad oggi, l’azienda rappresenta la quasi totalità dei distillati prodotti nella zona Catalana.
Entrambi seguono i dettami francesi, per quanto riguarda le caratteristiche del vino base, acido e poco alcolico, i vitigni utilizzati sono autoctoni dell’area e sono alla base dei famosi Cava (i vini spumanti spagnoli) prodotti in questa area in milioni di bottiglie.
Le uve sono la Parellada che dona finezza, il Macabeo per i toni fruttati e lo Xarello per la struttura del prodotto finito.
La distillazione è di tipo discontinuo francese, mentre per l’invecchiamento Torres utilizza un misto di tradizione spagnola e francese, utilizzando il metodo solera , in abbinamento alle barrique di Troncais e Limousin. Si segnalano infatti i prodotti invecchiati 5, 10 e 20 anni di scuola spagnola e l’Honorable di ispirazione francese.
Mascarò segue un invecchiamento totalmente di scuola francese, fatto di tre anni in botti di Limousin , dando ai suoi prodotti una finezza e una riconoscibilità superiori. Il brandy della Catalogna, pur non essendo molto conosciuto, rappresenta degnamente un ottimo anello di congiunzione fra la “grassezza” e l’opulenza dei classici spagnoli di Xerex e la finezza del Cognac.

Il brandy negli altri paesi

Il Portogallo, paese di grandi tradizioni vinicole, produttore di grandi vini come il Porto e i vini dell’Alentejo, ha un suo ottimo produttore di brandy.
L’Albania ha una forte tradizione vitivinicola, tramandata da secoli dalla vicina Grecia, culla della viticoltura mondiale.
La Germania vanta, nella zona del Reno, un’importantissima tradizione vinicola.
L’Armenia vanta una tradizione vinicola millenaria, per via della sua vicinanza con la Georgia, il paese considerato la culla della viticoltura mondiale
Il Portogallo, paese di grandi tradizioni vinicole, produttore di grandi vini come il Porto e i vini dell’Alentejo, ha un suo ottimo produttore di brandy.
Adega Velha (vecchia cantina), è un antica casa vinicola, fondata nel 1870, che vinse ininterrottamente premi per i suoi prodotti dalla fine del 1800 alla metà del 1900.
Il suo titolare decise di distillare in proprio i suoi vini e per farlo scelse il meglio che si poteva avere all’epoca.
Acquistò un alambicco Charentaise da Cognac e una partita di botti di Limousine, linea di qualità tuttora utilizzata dai discendenti.
Il sistema produttivo è il medesimo e può contare su una materia prima d’eccellenza , poichè la distilleria, in realtà, è prima di tutto una cantina produttrice di vini di qualità.
In Portogallo, nella zona della denominazione di origine Verde, da cui i Vinho Verde, molto acidi e freschi, che fecero fortuna negli anni 80 in Italia, con i vari Lancers e Mateus, vi sono dei vitigni molto adatti alla distillazione.
Acidi, poveri di profumi e con una gradazione alcolica molto bassa, per via del clima piovoso dell’area, sita nel nord del Portogallo, sono, di fatto, molto simili all’Ugni Blanc ed al nostro Trebbiano.
La distillazione si svolge in due passaggi, con un processo molto lento, così dichiara il sito dell’azienda, in modo da preservare tutti i profumi del mosto di vino.
Il risultato invecchia per oltre 10 anni ed è un prodotto dalle ottime caratteristiche di morbidezza e complessità, superiore a parecchi Cognac di prima fascia.
L’Albania ha una forte tradizione vitivinicola, tramandata da secoli dalla vicina Grecia, culla della viticoltura mondiale.
Il più importante produttore dello stato è la Scanderebeu, nata a Tirana, come fabbrica di liquorinel 1959 e divenuta ben presto la più grande dell’Albania.
La distilleria fu inaugurata solo l’anno seguente, il 10 luglio 1960 per volere di Gjergj Kastrioti Skanderebeu, che inizialmente produsse solo raki.
Il brandy arriverà solo nel 1967.
La distilleria si ingrandì per ben due volte, nel 1962 e nel 1974, quando venne statalizzata.
Nel 1994 ritornò ad essere privata, dopo di che passò di mano diverse volte, fra alterne fortune, fino che andò all’asta, rilevata dalla “Mleka ltd”.
La distilleria produce ancora oggi un Konjak, la cui pronuncia ricorda da vicino quella del più famoso distillato, ma al momento non sono segnalate manovre legali da parte del consorzio francese per far cambiare il nome.
Oltre all’acquavite di mosto di vino, la distilleria produce ancora il raki, dalle vinacce e un fernet.
Il Konjak “Skanderebeu”è prodotto secondo la tradizione, con distillazione discontinua, utilizzando vitigni bianchi albanesi.
Il risultato viene messo a riposare in legno di quercia di Slavonia.
Il brandy viene venduto in diversi tipi invecchiamento: il 3 anni, il 5, e il 13.
La Germania vanta, nella zona del Reno, un importantissima tradizione vinicola.
Lungo le ripide sponde del fiume, grazie ad un eccezionale microclima, la vite riesce a prosperare regalandoci fantastici vini.
Il vitigno principe dell’area è il Riesling, ma vi sono altri come il Muller Thurgau, Sylvaner e il Gutedel.
In questa area così vocata alla viticoltura non poteva mancare una distilleria e questa risponde al nome della Ausbach Uralt fondata nel 1892 da Hugo Ausbach ad Rudesheim am Rhein.
La distilleria si trova proprio in riva al fiume, completamente navigabile, e vicino alla stazione del paese per dare un agevole sbocco ai suoi prodotti.
Il fondatore aveva solo 24 anni e iniziò l’attività con solo due alambicchi, ma ben presto l’azienda si ingrandì grazie all’ingresso in società nel 1905 di Albert Sturm, un commerciante di vini e liquori.
Durante la Grande Guerra la produzione venne interamente venduta allo stato, che la utilizzò per rifornire le proprie truppe.
La produzione riprese dopo la guerra e l’azienda si ingrandì ulteriormente, con la fabbricazione di cioccolato, per la quale diventò molto famosa, grazie ad una semplice intuizione.
Visto che non era elegante per le donne consumare alcolici in pubblico, inventò i cioccolatini ripieni di liquore, per ovviare a questo “inconveniente”.
L’azienda dovette bloccare la sua attività durante la Seconda guerra Mondiale, ma alla sua cessazione riprese nuovamente la produzione, promozionando i suoi prodotti, prima nel suo comparto, anche in televisione, con un efficace campagna promozionale.
Sfruttando il momento d’oro dei distillati da vino, che come in Italia, corrispose agli anni 50 e 60, recuperò il terreno perduto per la distruzione della guerra e diventò un azienda leader sul mercato dei superalcolici.
Visti i volumi produttivi ora la Asbach non si trova più a Rudensheim. Nel paese troviamo solo più un grazioso centro visitatori dove è possibile vedere interessanti memorabilia aziendali ed alcuni vecchi alambicchi. Per scelta commerciale la Asbach ha trasferito la sua distilleria in un altro luogo, più spazioso e funzionale dove può ottimizzare la logistica e i volumi produttivi.
La produzione attuale comprende un Weinbrand e altri liquori, in realtà non molto distribuiti e presenti neanche in loco.
Con Weinbrand in Germania si intende un distillato di vino con le caratteristiche del brandy, dopo che una sentenza europea, nel trattato di Versailles ha decretato che il nome Cognac spetta solo ai prodotti distillati nella Charente.
La distilleria, nonostante si trovasse in un’area vinicola d’eccezione, si approvvigionava di uva e vino da distillare quasi totalmente dalla Charente francese.
Ora con la richiesta di Cognac, decisamente impellente, per via del suo successo in Oriente, e della relativa penuria di vino, l’azienda acquista grossi quantitativi anche in Italia e Sudafrica. In passato si diceva che se Asbach avesse usato solo vino tedesco per i suoi alambicchi non ne sarebbe rimasto neanche una goccia da bere.
La produzione per i prodotti di pregio è di tipo classico a doppia distillazione discontinua, mentre per i prodotti base da taglio vengono utilizzate le colonne di stile spagnolo. L’invecchiamento, variabile da due a quattro anni per i proditti base, ad un massimo di 8 per il prodotto di punta, è in botti di Limousin della capacità di 300 litri.
Un altra realtà tedesca nel mercato brandy, è il marchio Chantrè dalle chiare reminescenze francesi anche se parliamo di un’azienda assolutamente tedesca, la Brennerei Eckes, fondata da Peter Eckes nel 1857 a Nieder Olm, nei pressi di Mainz, una delle citttadine adagiate sul corso del Reno. La compagnia, come la Asbach, sfruttava la vicina area vinicola del Reno, che spesso produceva vini poco adatti alla vendita, esangui ed acidi, per via di stagioni non molto soleggiate. La compagnia nasce come produttrice di vino e di distillati di frutta tipici, basati su frutti di bosco e pesche di vigna. Questa attività era legata alla lunga inattività invernale per via del clima, che rendeva necessaria l’attività di distillazione per la maggioranza delle famiglie contadine della zona. Inizialmente la distilleria si propose con il suo nome, lanciando nel 1930 un brandy a marchio Eckes, per poi virare sul francesismo, nel 1952 con la proposta di Chantrè, il cognome da nubile della moglie di Ludwig Eckes. La scelta era dettata dal fatto che la maggioranza dei prodotti tedeschi risultava piuttosto ruvida al palato, mentre quella francese era riconosciuta dal consumatore come più morbida. Il marchio Chantrè usa tecniche di invecchiamento francesi e alambicchi discontinui per avere una maggiore rotondità in bocca. Il successo è immediato e nonostante che l’azienda, come del resto la totalità delle distillerie tedesche, abbia dovuto subire alterne fortune per via delle due guerre, si rilancia sul mercato, realizzando vendite record per il mercato tedesco. L’azienda ad oggi conta un pacchetto prodotti piuttosto vasto, dai succhi di frutta ai liquori e risulta meglio distribuita rispetto alla Asbach nella sua zona di origine.
L’Armenia vanta una tradizione vinicola millenaria, per via della sua vicinanza con la Georgia, il paese considerato la culla della viticoltura mondiale. L’Armenia, per via delle solide basi cristiane da sempre ha sviluppato una tradizione enologica, considerato l’uso liturgico che veniva fatto del vino. In questo paese troviamo un’eccellenza della tipologia, un prodotto da sempre apprezzato dagli intenditori, l’Ararat. Il nome di questo brandy è permeato dalla simbologia religiosa, infatti il Monte Ararat, è la sommmità dove andò a posarsi l’Arca di Noè alla fine del Diluvio Universale, ed è qui che Mosè trovò i primi tralci di vite. Sempre ai suoi piedi Mosè vinificò ed assaggiò il primo vino della storia dell’Uomo. La distilleria che lo produce è la Yerevan Brandy Company, che è attiva fin dal 1887. La storia inizia nel 1899 quando viene acquistata dall’industriale Nikolay Scustov. La distilleria sorge all’interno della fortezza di Hin Erivan, costruita dal mercante Nerses Tairvan per proteggere le sue merci.
Nel 1900, durante un Gran Prix in Francia, questa acquavite impressionò talmente i francesi che accettarono di buon grado che fosse chiamato “Cognac Syile” in etichetta, nonostante non conoscessero assolutamente la realtà produttiva di quel paese lontano.
Successivamente, con la nascita della Doc protezionistica, questa dicitura dovette forzatamente decadere, in favore di brandy, così come accadde in tutta Europa.
Nel 1913 la Sciustov diventa fornitrice della corte degli Zar, ma sfortunatamente quattro anni dopo, La Rivoluzione di Ottobre, interrompe quetsa proficua fornitura…Nel 1943 durante la Conferenza di Yalta il brandy fu sorseggiato da Stalin e Churchill, il quale ne venne fortemente impressionato. Si dice, anche se non vi sono notizie a supportare la tesi, che l’anno successivo lo statista inglese si fece recapitare 400 bottiglie di questa acquavite.
La tipologia era la Dvin, che viene ancora prodotta oggi in suo onore.
Sfortunatamente le cronache ufficiali riportano che Churchill bevesse solo Cogna Hine…
L’acquavite è prodotta con vitigni bianchi autoctoni armeni che ricordano per le caratteristiche di acidità, i pari francesi.
La distillazione è ovviamente discontinua, con alambicchi di ispirazione Charentais, come si vede nella foto di repertorio.
Il prodotto è suddiviso in diversi invecchiamenti, che vanno da 3, il minimo commercializzato dall’azienda la 20 anni, del prodotto di punta, che sfiora i centoventi euro a bottiglia.
Sarebbe proprio l’invecchiamento in legno il segreto del distillato.
Alla Yerevan viiene utilizzata la quercia caucasica, che grazie al suo color rosa e alla sua trama tannica gentile, permette, con la tostatura, di avere acquveviti vanigliate e fruttate di eccezionale finezza.
Oltre al Dvin, il preferito di Churchill, la distilleria propone un altro prodotto di alta gamma, il Akhtamar, dal nome dell’isola sul lago di Van, nell’Armenia Occidentale.
La leggenda narra che un giovane innamorato attraversasse a nuoto il lago per andare a trovare la sua bella, la principessa Tamara.
Lei accendeva un fuoco per guidarlo, ma una notte un soffio di vento lo spense e lei aspettò invano.
Il giovane affogò nel lago pronunciando le parole “Ak Tamar”, che daranno il nome all’isola e a questa acquavite pregiata.
Il top di gamma, il 20 anni, nella foto, ha un prezzo di poco superiore ai 120 euro e propone una media qualità prezzo molto elevata, in grado di competere con la scuola francese.