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Libro Il Gin Italiano

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Innanzi tutto ci tengo a dire che questo è un libro dedicato ai barman, agli appassionanti ed ai produttori italiani di gin, di cui faccio orgogliosamente parte.
Il Gin italiano avrebbe dovuto essere intitolato il Gin è Italiano. Ci abbiamo pensato ma poi abbiamo ritenuto, con l’editore che fosse un’affermazione troppo forte.
Ma quello che invece è fuori discussione è che, dopo la pubblicazione di questo libro, la storia del gin debba essere modificata. I produttori di gin italiano, ai quali è anche dedicato il libro, dovrebbero divulgare al meglio quanto contenuto nel libro e magari pensare, un domani, ad una traduzione del libro, affinché nelle future pubblicazioni straniere si parli del documento ritrovato che supporta l’intero libro.

 

Il documento di Alessio Piemontese del 1555.
Tutto nasce dal ritrovamento di un raro testo italiano del 1555 scritto da Alessio Piemontese. E dal fatto che, quando si fa ricerca si deve pensare a cosa è oggi il prodotto che stiamo studiando, quindi cercare le prime prove di un preparato analogo.
Nelle prime pagine di questo libro, pertanto sintomatico dell’importanza che l’autore dava alla ricetta, precedute dalle parole “E’ il Liquore è questo” troviamo un preparato distillato a base di ginepro ed altre piante aromatiche.
Anche se il “liquore” non nasce con fini voluttuari, e ci mancherebbe visto che siamo nel 1555, in piena epoca alchemica, è la prima ricetta di Botanical Gin, ovvero un distillato di acquavite di vino aromatizzata con ginepro ed altre piante.
Infatti spesso si parla di Scuola di Salerno e di medici olandesi, nella fattispecie di Maerland, come dei precursori del gin, dimenticando che questi preparati erano macerati nel vino ed utilizzava il solo semplice come principio attivo.
L’uso del ginepro, ma non dell’esatto solvente non può far parlare di gin ma di uso della pianta come rimedio medico.
Il ritrovamento è avvenuto al tempo della ricerca sul Vermouth, in quanto il libro di Piemontese veniva spesso citato, da alcuni relatori, come dell’inventore del proto vermouth che avrebbe poi portato all’invenzione di Carpano.
Nulla di più falso, semmai lo è stato del gin, visto che di assenzio Piemontese ne parla ma non per preparare vini.
La scelta di pubblicare il libro dopo due anni era un rischio, sicuramente calcolato e legato alla volontà di fare le opportune verifiche e controprove per evitare di cadere nei facili entusiasmi.
Il rischio invece è attualmente di essere fraintesi.
Non è un libro marchetta sul gin italiano e neanche un testo che insegna l’abbinamento con le toniche o la sua miscelazione.
E’ per questo che ho deciso di scriverlo nonostante che, a voler parlare oggi di gin si rischia di essere ridondanti, infatti su questo distillato, ritornato prepotentemente di moda si sono riversati, come ovvio, le attenzioni di molti addetti ai lavori della carta stampata.

I contenuti
Per evitare di ripetere quanto detto in maniera egregia dai precedenti colleghi, il libro esula da quanto scritto finora cercando di spiegare, con un’analisi storica dettagliata dei testi, dall’alba della medicina, con alcune farmacopee originali, ai libri tematici degli anni 70 il fenomeno del gin italiano.
La sempre citata Scuola di Salerno, che molti additano come il principio di tutto effettivamente parla di ginepro e di rimedi con questa pianta. Anche il Maerland citato dagli olandesi, ben prima di De la Boe, come precursore della tipologia, o Brunnswig non valgono come prova. Le loro macerazioni sono in vino e sopratutto l’unico ingrediente è il ginepro. La distillazione del semplice infatti è tipica delle farmacopee e non dimentichiamoci che la Scuola di Salerno o Maerland erano medici.
Il primo a creare qualcosa in tal senso, dettagliando la produzione è Alessio Piemontese, che dichiara anche di ottenere un liquido “chiaro come acqua di fonte”. Le piante utilizzate sono oltre al ginepro, anice, semi di finocchio, scorze di cedro, mirra, dittamo e legno di sandalo. Ingredienti in grado di dare una fragranza aggiuntiva. Ma non dimentichiamoci che il gin deve avere come gusto predominante il ginepro. Bene la ricetta di Piemontese prevedeva una quantità di 6 parti delle bacche contro 3 o 2 dei rimanenti ingredienti, quindi il ginepro era predominante al gusto. Siamo di fronte ad un prodotto moderno, il cui scopo però non è la miscelazione di un cocktail, ma un rimedio contro malanni tipici di quel secolo.
Seguono altre testimonianze, di Isabella Cortese e Francesco Sirena grandi alchimisti del Seicento, e produttori di distillati complessi al ginepro, con buon pace di inglesi ed olandesi che parlano di Geneva e Gin solo dal Settecento in poi.
A fine Settecento si distillano rosoli secchi di ginepro in Piemonte, così come si producono rosoli distillati dolcificati. La scuola piemontese che ha illustri maestri al di là delle Alpi fa passi da gigante. Lo attestano libri stranieri come i manuali del confetturiere del francese Massialot, e del distillatore dell’inglese Cooper. A Torino nasce la scuola per distillatori nel 1739 e nell’Italia intera centri di eccellenza liquoristici come Firenze e Padova.
Ma quando avvenne la transizione?
Com’è possibile che ad un certo punto sui manuali di distillazione di metà Ottocento italiani inizi a comparire la parola Gin ed a scomparire la tradizione dei rosoli? La spiegazione potrebbe essere legata al successo del gin a livello internazionale. L’Inghilterra e l’Olanda con la loro potenza commerciale imposero i loro distillati di ginepro.
Altro elemento non trascurabile la nascita della miscelazione in America, dove il gin reciterà un ruolo importante, come ci dirà anche Strucchi nel 1906 e le prime citazioni sulle Bibite Americane.
Una tradizione che diverrà poi quasi totalmente anglofona fra i due conflitti mondiali e dominio totale nel secondo Dopoguerra.
I testi italiani infatti si dimenticheranno completamente dei trascorsi medioevali, alchemici e rinascimentali dei nostri liquoristi e maestri di alambicco per consegnare la paternità del gin ai popoli del nord.
Per finire con i contenuti, chi acquisterà questo libro non si aspetti la storia del gin conosciuta e trattata sui testi ufficiali stampati fino ad ora, infatti verrà enunciata ma solo per una migliore comprensione di quanto andrà a seguire nei paragrafi di analisi.
Così come non troverà nessuna recensione di prodotto o approfondimento storico delle vicende olandesi ed inglesi, che saranno vissute in maniera funzionale alla nostra storia.
Così come non saranno recensiti le centinai di gin provenienti da altri paesi, seppur eccellenti, in quanto questo testo non vuole essere una guida generale del gin. Ci saranno ovviamente quelli italiani, ma anche qui tutti saranno ugualmente recensiti con il medesimo numero di battute, per quanto possibile.
Ribadisco, questa non è una Guida al Gin italiano è il libro del Gin Italiano e della sua storia.
Antiche distillerie e giovani produttori avranno il medesimo spazio che, di fatto, è poco più di una citazione. Questo non vuole screditare le aziende, la produzione straniera, semplicemente avendo avuto testi precedenti che ne hanno approfondito la tematica, si risulterebbe ripetitivi. Questo libro nasce per essere un testo di ricerca, sullo stile italiano degli anni Cinquanta, dove la storia veniva enunciata e le aziende venivano citate al fondo con le soli ragioni sociali o poco più. Inoltre, avendo anche un sito a disposizione, saperebere.com, dove attingere tutte queste informazioni, ho ritenuto dare spazio alla ricerca  focalizzandomi sulla storia ed i metodi produttivi.
Qui si troveranno tutti i gin recensiti, fermo restando che, chi conosce questo sito, sa che raramente  si espone a giudizi definitivi sulla qualità lasciando la scelta al palato del lettore e del barman.
Ecco il perché di questo libro, che non si ripromette di dimostrare che il gin sia italiano nelle origini o che esso sia superiore in qualità, ma  vuole spiegare perché, quelli che molti considerano una moda,  in realtà sia un prodotto presente nel nostro dna da secoli.
La nascita del fenomeno del gin italiano ha radici profonde e non si basa sull’improvvisazione. Leggete i perchè.
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