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Liquori A

Aeroaperitivo (futurista)

Liquore amaro ideato dall’autore del sito, appassionato dell’avanguardia artistica Futurista, in collaborazione con la Distilleria Gualco, la storica azienda fondata nel 1870 a Silvano d’Orba. Giorgio Soldatini profondo conoscitore del sapere dell’infusione ha creato, con la mia collaborazione, questa che tecnicamente si potrebbe definire una polibibita in bottiglia. Le polibibite erano i cocktail futuristi degli anni ’30, inventati da quasi tutti gli aderenti al movimento, e fra i quali si contano Enrico Prampolini, Filippo T. Marinetti, Fillia, Barosi e Vernazza, con il fine di stupire il consumatore finale con azzardati abbinamenti, come le acciughe a bagno nel liquore. In questo caso l’Aeroaperitivo è decisamente meno ardito in fatto di abbinamenti e l’unica nota botanica futurista viene da una bella piccantezza data dallo zenzero. Il resto degli ingredienti sono un omaggio all’epoca con i principali botanici utilizzati dai liquoristi per confezionare aperitivi e amari. Ci sono, oltre ad elementi amaricanti, lo zenzero e la camomilla, un classico dei primi del 900, con illustri produttori, fra cui Bonomelli, la prugna che contava migliaia di affezionati e lo zafferanone, un omaggio ai liquori dell’epoca come Galliano e Strega. La filosofia futurista emerge nuovamente all’assaggio, con la volontà di andare controcorrente al gusto attuale. Il liquore non è dolce, in controtendenza con la moda attuale, per permettere il suo abbinamento con la Cedrata, altro caposaldo della miscelazione dell’epoca, nella polibibita “Scintilla”, inventata per il lancio del prodotto. L’analisi della polibibita, prontamente ribattezzata “Mistura Provocatrice” termina con la gradazione alcolica che è di 28 gradi. Il liquore non nasce con la volontà di realizzare volumi incredibili, in quanto verrà inizialmente tirato in soli 200 esemplari numerati, ma con la ferma intenzione di attirare nuovamente attenzione su un periodo storico dell’italica miscelazione spesso dimenticato. Molti barman, a torto, si dimenticano di proporre polibibite nei loro menù, preferendo i grandi classici italiani o esteri.
Questo senza sapere che in questo periodo furono attuate importanti innovazioni, che saranno riprese più tardi da Nouvelle Cousine e mixologist stranieri, che le rielaboreranno e le faranno proprie.
Il prodotto è stato infatti lanciato nel 2013 in occasione del 90°anniversario della nascita del gruppo futurista torinese di cui faceva parte Fillia, creatore di molte polibibite e Ugo Pozzo, pittore autore di numerose tele esposte al Metropolitan Museum di New York. L’Aeroaperitivo in qualche modo vuole celebrarne la ricorrenza, ponendo nuovamente l’attenzione su questo movimento.
L’etichetta, con un bel biplano rosso in volo, è assolutamente in linea con lo spirito del prodotto ed è stata ideata da Gianni Sozzi, grafico e designer che ha collaborato con importanti aziende del settore.Il consumo oltre che liscio, viene consigliato in miscelazione semplice con Cedrata Tassoni o Acqua Tonica. Una buona mistura risulta anche essere: 2 cl di Gin, 2 cl di Acqua di Cedro, 1 cl di Aeroaperitivo e aggiunta di Ginger Ale. Se foste interessati ad averla sulla stagera del vostro bar vi prego di contattare le Distilleria Gualco (distilleriagualco.com) al 0143 841113.

Agrumio Rossi d'Angera

L’Agrumio proposto dalla Rossi d’Angera (rossidangera.it), la terza distilleria più antica d’Italia, è un prodotto innovativo che esce abbastanza dagli schemi classici della proposta dei liquori agrumati e che ha pertanto meritato una sua recensione singola.
L’Agrumio è di recente concezione e nasce per rispondere alle esigenze mutate del dopo pasto del consumatore che richiedeva prodotti freschi a base di scorze di agrumi.
La Rossi d’Angera, che ha in portfolio ottime grappe e liquori di tradizione, come genepy o amari, ha risposto con questo prodotto che voleva in qualche modo differenziarsi dal resto della proposta.
La sua particolarità risiede nel fatto di essere il frutto dell’infusione di tre diverse scorze di agrume, da cui il nome, che donano una maggior complessità al naso.
Qui abbiamo gli oli essenziali di arancia, limone e mandarino, praticamente una summa fragrante delle più importanti proposte della tipologia, dal Mandarine Napoleon al Grand Marnier, passando per il Limoncello…
Non era pertanto possibile immetterlo nelle tre classi create su questo sito…
Il liquore piacevole al naso è ottimo se bevuto liscio o sul gelato alla crema, mentre risulta più difficile in miscelazione classica, in sostituzione di qualche altro prodotto a base di scorze di arancio, per via della sua “importanza” a livello di gusto.

Almraush

Originale liquore della Distilleria Psenner, caposaldo della produzione di acquaviti di frutta in Alto Adige. L’azienda fu fondata nel 1920 da Ludwig Psenner nei pressi di Termeno, area fortemente vocata alla produzione vitivinicola di splendidi vini bianchi con i vitigni tipici della zona.
Nel 1947 il titolare decide di iniziare a produrre grappe e liquori, sfruttando l’enorme quantità di materia prima di ottima quantità disponibile nell’area.
E’ il periodo d’oro della liquoristica italiana che sfrutta il successivo boom economico del dopoguerra e nascono una serie di fortunati distillati e liquori.
La distilleria si specializza anche nella produzione di distillati di frutta, come pere e prugne e liquori tipici a base di erbe alpine e miele.
L’Almraush, dal tipico colore rossastro, è uno di questi. Per la sua produzione sono usate le gemme e gli strobili (pigne) di Cirmolo, un pino montano e il rododendro, un fiore il cui habitat preferito sono i laghi prealpini, di cui l’Alto Adige è ricco.
Le proprietà digestive del Cirmolo sono note, mentre il rododendro ha doti lenitive della tosse ed antireumatiche, che fanno del liquore un toccasana per il rigido clima della regione.
Al gusto il liquore è ben equilibrato, con note balsamiche e dolcezza misurata, ideale per un consumo liscio o con ghiaccio e scorza d’arancia.

Alchermes

Questo liquore è stato utilizzato in tempi recenti in pasticceria, sminuendone in parte la storia secolare ed il ruolo di prestigio che aveva assunto nelle corti nobiliari europee. Il suo compito attuale è inzuppare e rendere morbidi Pan di Spagna e Savoiardi per il confezionamento di splendidi dolci.
Il più famoso di tutti è la Zuppa Inglese, preparata con crema pasticcera e biscotti leggermente ammorbiditi a bagno nello speziato liquore rosso.
Molti però non sospettano che la sua origine si perda nella notte dei tempi e che il suo originale utilizzo fosse completamente diverso. Le origini dell’Alchermes si perdono nel mondo arabo a cavallo del XV secolo, dove probabilmente aveva uno scopo curativo per le infezioni dello stomaco. Il liquore venne elaborato dagli alchimisti arabi per scopi medici vista la sua ricchezza di spezie, come anice, cardamomo e cannella, presumibilmente come disinfettante dello stomaco. Il nome è la conferma della sua origine infatti deriva da “Al qirmiz” che significa sia “insetto” che “scarlatto” in lingua araba, per via dell’uso che ne derivò. Nonostante la proibizione al consumo d’alcol, proclamata da Maometto, questo rimedio, fu sempre tollerato ed utilizzato. Vi sono infatti testi di molti medici ed alchimisti arabi che spiegano come distillare cannella, petali di rose, chiodi di garofano ed altre spezie che vengono tuttora utilizzate per il confezionamento del liquore. Non esiste comunque una menzione ufficiale della sua preparazione e del suo uso e si può pertanto solo intuirlo in base ai documenti. Il liquore sarà conosciuto dagli spagnoli a seguito della dominazione musulmana della penisola iberica e successivamente in Italia. Le prime notizie certe del liquore ci arrivano da Firenze, dalle suore del convento dell’Ordine di Santa Maria dei Servi, fondato nel 1233 che lo definiscono “Elisir di lunga vita”. Per almeno tre secoli la sua preparazione sarà esclusiva di abbazie e conventi, per un uso ben lontano dal consumo voluttuario. Nel 1500 si hanno notizie della sua preparazione in un altro convento di frati, all’interno di Santa Maria Novella, che tutt’ora lo produce, come vedremo più avanti. A seguito dell’ascesa della dinastia dei Medici a Firenze, l’Alchermes diventa il favorito a corte, ingentilito e zuccherato per renderlo adatto all’uso di liquore di benvenuto. Quando Caterina de Medici andò in sposa ad Enrico II di Orleans, l’Alchermes diventò conosciuto alla corte francese come il “Liquore dei Medici”. La principale curiosità legata al liquore è che fu l’unico di origine animale mai prodotto, anche se questo si limitava al colore.
Il colore rosso carminio proveniva dall’infusione in alcol del carapace di un piccolo insetto, una cocciniglia appartenente al genere Kermes Vermilio, da sempre utilizzata per l’estrazione di coloranti naturali, per tingere stoffe. Si ritiene che questo fu uno dei motivi del progressivo declino del prodotto, poichè quando si venne a sapere questo particolare, molti consumatori preferirono cambiare liquore. Inoltre non è dato a sapersi del perchè dell’utilizzo di tale principio colorante, unico nel suo genere in campo liquoristico.
Nella sua versione attuale il liquore è ampiamente cambiato nel profilo organolettico a partire dal colorante. Per salvaguardare il piccolo insetto, l’attuale tintura è data da coloranti alimentari.
Il metodo produttivo è sostanzialmente identico all’originale con le spezie, fra cui si contano, cannella, anice, cardamomo, vaniglia e chiodi di garofano messe a macerare in alcol a cui si aggiunge una dose importante di zucchero e la distillazione di petali di rosa, scorze e fiori d’arancio.
La produzione attuale si divide in commerciale e di nicchia. Un bel esempio di prodotto industriale ben curato è della calabrese Bosco fondata a Cosenza nel 1864 da Raffaele Bosco e l’altra è la Caffo di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, la cui storia è ben trattata nel paragrafo amari. La diffusione al sud di questo liquore nasce anche dalla credenza popolare che l’Alchermes fosse un rimedio efficace per i vermi dello stomaco. Veniva utilizzato e somministrato in piccoli cucchiaini ai bambini che avevano subito uno spavento a seguito di piccoli incidenti di gioco, nella credenza che ciò potesse far insorgere i vermi intestinali.

Un prodotto artigianale ci arriva dalla Pelino di Sulmona, nota pasticceria famosa per i confetti tradizionali. In questo caso la sua expertise nel confezionamento dei dolci ci regala un prodotto corretto e ben calibrato. Molto bella anche l’etichetta, decisamente vintage e ben curata.
Per avere un Alchermes originale fiorentino occorre invece recarsi alla storica Officina Farmaceutica di Santa Maria Novella, il famoso convento dove i frati dominicani confezionano fin dal 1600 deliziosi liquori, per volere del Granduca di Toscana. La formulazione di questo liquore speziato e caldo grazie ai suoi 35 gradi alcolici, si fa risalire al frate Cosimo Bucelli, che nel 1743 ne perfezionò la ricetta, quando era direttore dell’Officina. Il prodotto, per via della sua artigianalità è incluso nel panel fra i prodotti tradizionali della Regione Toscana. Un’interessante curiosità gastronomica legata a questo liquore proviene da Prato, dove l’Alchermes veniva e viene tuttora utilizzato per la produzione della locale mortadella, recente presidio Slow Food. Questo insaccato povero, simile ad un salame cotto e pertanto diverso dalle altre della tipologia, per dimensione e grana, veniva prodotto con le carni scartate per la produzione della pregiata finocchiona.
LIQUORE GIFFARD ALCHERMEQueste venivano macinate con aglio e spezie ed insaccate in budello naturale. I botanici utilizzati erano gli stessi utilizzati per il liquore, pertanto si decise di aggiungerlo alla ricetta, anche perchè il colore rosso aiutava a mantenere un colore vivo alla carne.
Il prodotto sta tornando in auge in questo periodo dopo un lungo oblio, dovuta alla preferenza accordata alle mortadelle pregiate prodotte in altre regioni. Un prodotto meno pregiato del precedente, ma comunque di nicchia che esula dai prodotti di pasticceria classici è l’Alchermes di Firenze che oggi viene prodotto dal liquorificio San Giorgio di Paratico, in provincia di Brescia. In precedenza questo liquore nella sua formulazione originale era prodotto dalla Magnoberta di Casale Monferrato che ne abbandonò la produzione intorno agli anni 80, mantenendo soltanto quella da pasticceria.
Dopo tanti prodotti italiani un prodotto di scuola straniera, di Giffard precisamente, un’azienda specializzata nelle creme di frutta, sopratutto ciliegie e della menta.
Il nome non è alchermes ma Mangalore con chiari richiami all’India ed alle sue spezie.
Il gusto ed il colore sono però i medesimi del prodotto italiano di qualità. con buona intensità e persistenza a dimostrare ancora una volta l’expertise dell’azienda sita sulle rive della Loira.

Amaretto di Saronno Ilva ed altre proposte italiane ed internazionali

 

Il più famoso e bevuto al mondo si chiama Disaronno, nome creato appositamente dal marketing della ILVA , eliminando la parola Amaretto che tante imitazioni aveva portato negli anni ’60 e ’70.
E’ un prodotto elegante, dal pack molto curato, da sempre sostenuto da un’ottima campagna di comunicazione e costanti competizioni legate alla sua miscelazione, per tenere ben viva l’attenzione del consumatore e dei barman su questo liquore.
Il Disaronno è il liquore italiano più venduto al mondo, ingrediente fondamentale di decine di cocktail internazionali codificati e di tendenza che ogni estate vengono proposti da barman famosi come rockstar nel loro settore. Gli amaretti sono un dolce tipico della tradizione italiana, si dice che siano nati intorno al XIII secolo, nel bacino del Mediterraneo, per poi diffondersi in Italia e nel resto d’Europa. Le maggiori eccellenze si trovavano in Lombardia e questo potrebbe spiegare l’origine del liquore proprio in questa regione.
La storia dell’Amaretto di Saronno, nel nome completo così come lo pubblicizzava il grande attore teatrale Nando Gazzolo negli anni 70, è affascinante ed affonda le radici nel lontano 1500. Si narra che fu commissionato a Bernardino Luini di dipingere “L’adorazione dei Magi” per il famoso Santuario della Beata Vergine di Saronno, l’importante centro alle porte di Milano. Il pittore alloggiava nella locanda del paese, durante la lavorazione del dipinto e fu qui che, rapito dalla bellezza della locandiera, giovane e vedova, gli chiese di posare come modello per la realizzazione della figura della Madonna. Si dice che durante questo soggiorno Luini si innamorò di due cose, della bella locandiera e del liquore locale, un dolce infuso di mandorle e noccioli di albicocche, elaborato all’interno della locanda, come tonico e digestivo per i clienti. Un altra versione dei fatti sostiene che l’Amaretto di Saronno sarebbe stato inventato a metà del 1800 dalla stessa famiglia di pasticceri che mise a punto la ricetta del famoso biscotto. L’ottima fama raggiunta dal dolce, creato nella metà del 1700, e il boom della liquoristica di fine 800, determinarono il successo del liquore.
L’amaretto è di fatto è un liquore tipicamente italiano, come tipico è il biscotto, morbido simile al marzapane o croccante, realizzato in moltissimi paesi lungo lo stivale con mandorle dolci e amare. Famosi sono gli amaretti di Saronno, di Monbaruzzo, di Frasassi, di Gavi, del Sassello in Liguria o i Ricciarelli toscani. Vi sono inoltre produzioni di eccellenza di Pasta Reale o frutta martorana a base di mandorle della Sicilia e del Lazio.
Il prodotto, come già detto, conta diversi tipi di imitazione, nati intorno agli anni 50 e 60 , anni dell’epoca d’oro della liquoristica italiana, i cui sopravvissuti, alla flessione delle vendite della tipologia, sono reperibili sopratutto nella distribuzione organizzata e nei discount, con nomi di fantasia o di città.
Di questi prodotti non pubblico ne foto ne nome, uno solo l’Amaretto Gozio, delle Distillerie Franciacorta, fondate nel 1901 da Luigi Gozio ha, nel packaging e nel gusto, una cura “costruttiva” che ne fa un prodotto interessante degno di essere proposto e menzionato su questo sito, pur non potendo vantare le nobili origini dell’originale.
Il prodotto ha una distribuzione interessante negli Stati Uniti , mentre risulta di difficile reperibilità in Italia.
Un altro prodotto di eccellenza distribuito quasi esclusivamente all’estero è l’Amaretto Saliza realizzato dalla Tosolini, l’azienda nota per le sue ottime grappe. L’amaretto è di scuola classica dagli intensi profumi di marzapane, mandorla tritata e caramello, dolce ma non stucchevole, ideale per il consumo liscio.Il prodotto era inizialmente conosciuto come Mascarada, per via della sua etichetta con la tipica maschera di carnevale veneziana.
Un altro liquorista italiano di tradizione produttore di eccellenze, la Luxardo di Torreggia, ha nel suo listino un amaretto il Saschira, la cui bottiglia, disegnata da un giovane progettista tedesco, ha vinto nel 2000 il primo premio del design della competizione “Millenium Project”.
L’offerta del Triveneto si completa con l’Amaretto del Concilio dell’Antica Erboristeria Cappelletti (cappelletti.it) di Andeno in provincia di Trento, il cui nome prende ispirazione dal concilio ecumenico svoltosi nella città per volere di Papa Paolo III. Un’altra proposta storica è della Lazzaroni lo storico biscottificio di Saronno, fondato da Paolo Lazzaroni nel 1851. Di fatto, il padre spirituale del biscotto amaretto e colui il quale ha contribuito alla sua diffusione in Italia e nel mondo. La leggenda narra che i due coniugi, genitori di Paolo, Giuseppe ed Orsolina prepararono questo dolce in onore del Cardinale di Milano. Il prelato decise per una visita a sorpresa presso il Santuario di Saronno, il medesimo dipinto dal Bellini e protagonista indiretto della nascita leggendaria del liquore. Il dolce preparato piuttosto in fretta, si componeva di zucchero, mandole di semi di albicocca e bianco d’uovo che misero in forno. Il successo di queste meringhe amare fu ovviamente immediato ed importante. Nel 1846 la famiglia Lazzaroni divenne un biscottificio a tutti gli effetti, con una vasta gamma di prodotti da forno. Dopo l’abbandono del mercato, la storica realtà produttiva è tornata con una proposta liquoristica molto interessante: un prodotto innovativo ed unico ottenuto con l’infusione del biscotto. I biscotti vengono sbriciolati finemente e sono lasciati in infusione per 6 mesi. Dopo di che il liquido viene filtrato per eliminare le impurità e viene imbottigliato. Il gusto è decisamente più complesso rispetto agli amaretti normali poichè si descrivono anche i profumi tipici della lievitazione e degli ingredienti del biscotto, come l’uovo. Al di fuori dei confini italiani, oltre ai soliti colossi olandesi Bols, Wenneker e De Kuiper, abbiamo l’eccellente proposta di Joseph Carltron, il liquorista francese nel cuore della Borgogna, specializzato in liquori e distillati di frutta.

Apollo 11

Questo liquore aperitivo dal gusto citrino arriva da Varese ed è da sempre venduto nello storico bar pasticceria Pirola, un vero punto di riferimento della città.
La nascita del liquore ha una funzione celebrativa, ben identificabile con il nome: il 20 luglio 1969, grazie alla missione Apollo 11, l’uomo poggia i piedi sulla Luna. Un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’Umanità, citando la celebre frase di Armstrong, il primo uomo a mettere piede sul nostro satellite.
E’ una data storica della nostra storia e Piero Pirola decide di creare un liquore per ricordare per sempre questo importante avvenimento.
Il prodotto gode di un buon successo di vendite nella città, tanto da diventarne il prodotto simbolo in campo liquoristico, specie nei ruggenti anni 70. Recentemente Pirola ha vinto un Gran Prix della pubblicità legato alla sua bottiglia molto glamour, dalla forma cubica decisamente originale.
Grazie a questa nuova notorietà, il liquore ha iniziato ad essere distribuito anche al di fuori de confini regionali.
Nel 1997, il secondo uomo sceso sulla luna, Edwin Aldrin, tiene nuovamente a battesimo il liquore, recandosi al bar Pirola per rivivere quei magici momenti che hanno segnato profondamente la storia dell’esplorazione spaziale.
Il liquore dal tenue colore rosa, dall’alchimia tuttora segreta, viene prodotto dalla storica distilleria Rossi d’Angera (rossidangera.it), una vera garanzia in ambito liquoristico. Al naso ed in bocca si riconoscono il succo e le scorze degli agrumi utilizzati nella formulazione, che ben si presta ad essere utilizzato come aperitivo o per un consumo liscio, anche come dissetante con aggiunta di tonica, grazie ai soli 18 gradi alcolici.

Apricot Brandy

Questo liquore delicato è il risultato della macerazione in alcol dei noccioli di albicocca, al cui interno si trova una sorta di polpa carnosa che ricorda il gusto di una mandorla amara. Anticamente si era soliti usare un distillato di vino, da cui il nome, mentre oggi si preferisce utilizzare un meno costoso ed invasivo alcol neutro di origine cerealicola. Nei prodotti più commerciali si evita di porre in infusione la materia prima e si ricorre semplicemente all’addizione di aromi naturali o artificiali, prodotti da aziende specializzate, con alcol e zucchero. Il sapore del liquore ricorda con meno intensità quello dell’amaretto di scuola italiana ed è del tutto simile all’ormai quasi del tutto scomparsa “Creme de noyeaux” di scuola francese. Il potere solvente dell’alcol riesce ad estrarre attraverso la parte legnosa del seme il suo aroma che risulta molto piacevole, con ricordi di frutta e con una leggera scia amaricante. Raramente si pone in infusione anche la polpa, mentre in alcuni paesi si è soliti fermentarla e distillarla per ottenere una sorta di brandy molto fruttato, ma che non ha nulla a che vedere con il liquore. Per la sua delicatezza di profumi e morbidezza concorre a decine di cocktail internazionali, quali il Paradise e l’Angel Face, mentre è poco diffuso il suo consumo liscio, al contrario dell’amaretto. Infatti l’estrema dolcezza dell’Apricot Brandy mal si presta al consumo liscio.
I principali produttori di questa tipologia sono gli olandesi con Bols, Wenneker e De Kuiper con decine di migliaia di bottiglie vendute e consumate in tutti i bar del mondo. Questi colossi della liquoristica vantano date di fondazioni antichissime segno del dominio olandese nella liquoristica voluttuaria e curativa, fin dal 1600. Questa egemonia era dovuta alla loro maestria nei commerci, dimostrata dalla fondazione della Compagnia delle Indie e nel sapere della distillazione. Venendo in Italia, una vera eccellenza in questo settore è l'”Apricot” del liquorificio Bernard (barathier.it) storica realtà di Pomaretto, in provincia di Torino. L’azienda nacque inizialmente come produttrice di sode, quali la gassosa, e distributore di birra in esclusiva, per le vallate adiacenti al capoluogo sabaudo.

Negli anni 50, grazie al boom economico ed alla diffusione della liquoristica, la Bernard inizierà con successo la produzione di liquori ottenuti con infusioni di erbe territoriali quali il genepy. Il prodotto, pur non essendo di tradizione locale, in realtà ha un forte legame con il territorio, in quanto è ottenuto mettendo in infusione i noccioli delle albicocche provenienti da agricoltura biologica della vicina pianura di Bibiana, nota area ortofrutticola piemontese. L’aroma è decisamente più tenue al naso rispetto ad altri prodotti commerciali, ma è garantito al 100% senza aromi artificiali. La gradazione alcolica di soli 25 gradi permette anche un suo consumo liscio, grazie all’ottimo dosaggio dello zucchero.
In Italia i restanti produttori di liquore all’albicocca non sono molti. I loro Apricot, sono etichettati come Ratafià, nome generico dato a tutta una serie di infusioni con frutta e fiori, che spaziava dalle ciligie ai petali di rosa.
apricot lupaLe due realtà sono entrambe a Biella, la Distilleria Rapa di Andorno Micca e la torrefazione e drogheria Jeantet nota anche per i dolci tipici, chiamati Canestrelli. Al di fuori dei confini piemontesi, un altro apricot è realizzato dalla Luxardo, il liquorificio storico a Torreglia in provincia di Padova, la cui produzione in piccole quantità non permette una distribuzione capillare. In nome del prodotto arriva direttamente dal ventennio fascista quando era assolutamente proibito chiamare i prodotti con nomi stranieri. L’apricot brandy venne chiamato infatti ” Il liquore della lupa” in omaggio alla leggenda di Romolo e Remo fondatori della città che avrebbe dominato il mar Mediterraneo e mezza Europa. Considerata l’amicizia di famiglia del vate, d’Annunzio che coniò anche il nome dell’altro prodotto di scuola europea il cherry brandy tramutato in Sangue Morlacco, la scelta era obbligata. Oggi è tornato in etichetta il nome inglese ma sul piede di essa capeggia il nome dei primi del 900. Sulle etichette originali ancora in possesso dell’azienda c’era anche la mitica lupa con i due pargoli. Parlando a livello produttivo come per le ciliegie, anche in questo caso la distilleria liquoristica può contare su una produzione frutticola qualificata di albicocche, sita sui Colli Euganei.

Arquebuse

Prodotto della tradizione liquoristica popolare che affonda le sue radici nel Medioevo, quando i liquori con infusione di Tanaceto, questo il nome scientifico dell’arbusto, venivano considerati portatori di vita eterna. La zona di origine del prodotto potrebbe essere localizzata nelle Alpi del Rodano, intorno a Lione, in qualche monastero del luogo. Non dimentichiamoci infatti del famoso “Arquebuse dell’Hermitage” oggi noto come Alpestre prodotto dai frati maristi francesi, molto ben descritto nel paragrafo “Amari A”.
Il Tanaceto, italianizzazione del termine medioevale Tanazia, derivava a sua volta dal greco Athanasia, ovvero immortale. La spiegazione di tale credenza era legata alla fioritura molto prolungata della pianta e nell’eccezionale vigoria dei fiori che appassivano dopo settimane. Si fu pertanto portati a credere che la linfa della pianta fosse un elisir di lunga vita.
Il nome con il quale noi conosciamo il liquore, Arquebuse deriva dal francese, poichè essi erano soliti somministrare il liquore sia esternamente come disinfettante, che internamente, come antidolorifico alcolico stordente, ai feriti da arma da fuoco, i famosi archibugi. Il tanaceto infatti ha ottime virtù cicatrizzanti, mentre la gradazione alcolica elevata con cui veniva preparato garantiva l’effetto anestetizzante.
La farmacopea casalinga vanta decine di realizzazioni artigianali di questo liquore, spesso abbinando anche ad altre erbe come menta, salvia e camomilla, per aumentarne le doti digestive. In Piemonte era tradizione, a Natale, produrre degli zuccherini digestivi messi a bagno in questo potente liquore. Proposti al termine del pasto rappresentavano la piacevole nota digestiva. Alcuni produttori liquoristici della tradizione piemontese si sono adoperati a riscoprire questo infuso, primi fra tutti la Alpe (alpevda.it) di Hone, in provincia di Aosta, nota anche per ottime versioni di genepy. Seguono la Chamberton di Susa dei fratelli Zara e La Spiritosa di Montegrosso Grana in provincia di Cuneo. Recentemente si è aggiunto anche Bernard (barathier.it) con un’ottima versione di arquebuse in purezza dai toni intensi, frutto dell’esperienza maturata con il genepy. Dopo un periodo di appannamento, i rimedi erboristici delle nostre nonne stanno prepotentemente tornando…

Assenzio

220px-Affiche_absintheLa classificazione dell’assenzio nel paragrafo dei liquori non rende giustizia a questo distillato d’erbe, la cui preparazione ha molti punti di contatto con il gin, ma il suo posizionamento nel capitolo dedicato avrebbe diminuito, e di molto la sua visibilità.
L’assenzio infatti è considerato un liquore dalla maggioranza dei consumatori, mentre l’assenza di zucchero di alcuni prodotti e la sua produzione con distillazione dovrebbe assimilarlo ad uno spirits. Dopo anni di richieste i produttori svizzeri della Val de Travers sono riusciti nella stesura di un disciplinare che tutela le loro produzioni e che detta le regole per farne parte. Le recensioni presente al fondo del capitolo però non tengono conto di questo e dopo il blocco svizzero, si può leggere dell’intero panorama produttivo, dalla Francia fino a Spagna e paesi dell’Est. Alcuni di questi prodotti pur non contenendo zucchero, come gli svizzeri, ed alcuni francesi sono mescolati con altri che invece lo ammettono.
La produzione dell’assenzio non è di per se difficile, ma richiede maestria nella scelta delle erbe e la conoscenza delle fasi della distillazione.
L’alambicco utilizzato è il tipico discontinuo di rame di piccola capienza.
Ovviamente parliamo di assenzi di qualità e non di produzioni dozzinali dai colori e profumi improbabili.
A tale proposito giova ricordare che la zona di produzione dell’assenzio ha in via di approvazione una sua specifica doc, l’AOC della “Val de Travers” in Svizzera dove sono ubicate le principali distillerie artigianali del prodotto.
FOTO 16 ALAMBICCO LA VALOTE MARTINNon mancano ovviamente altre realtà al di fuori della zona che saranno trattate nel proseguo del capitolo.
Tornando alla produzione l’alambicco della capienza variabile fra i 100 ed i 120 litri viene riempito indicativamente con 50 litri di alcol a 96 gradi e 50 litri di acqua.
Al suo interno sono posizionati 16 chili di spezie che sono suddivise (le ricette sono segrete) in Assenzio Grande o Artemisia Absintium, Assenzio Gentile o Pontica, Anice Verde, Anice Stellato, semi di Finocchio selvatico, Isoppo, Melissa, Menta e Liquirizia.
Queste 9 spezie sono alla base della preparazione, ma non mancano assenzi in cui le erbe sono 20, il massimo consentito dal discliplinare.
Assenzio viene raccolto non appena inizia a fiorire e viene posto a seccare nei sotto tetti delle distilleria, mentre le altre erbe sono raccolte a mano nei boschi circostanti o acquistate al mercato delle spezie (vedi anice stellato che non è autoctona della valle)
Il tempo della loro infusione è un segreto e varia da un’ora ad una notte intera.
La distillazione invece è sempre molto lunga e dura diverse ore ed alla fine si ottiene un liquido trasparente dalla gradazione variabile dai 65 ai 75 gradi.
FOTO 17 absinthe distillerie BugnonIl suo sapore ha i profumi dell’anetolo, ma in chiusura di bocca è moderatamente amarognolo, poichè una parte dell’acqua contenuta nel distillato riesce a veicolare queste molecole, altrimenti non presenti in distillati di gradazione superiore.
L’assenzio svizzero è normalmente trasparente con una leggera sfumatura azzurrina violacea da cui il nome Bleu che ancora contraddistingue alcune produzioni.
L’assenzio che però diede vita alla leggenda della fata verde era di una cromia simile alla clorofilla, poichè venivano aggiunte delle erbe in infusione dopo la distillazione.
Normalmente queste erano Melissa, Isoppo e Menta.
In nessun caso veniva aggiunto zucchero all’origine poichè la liquirizia ed i semi di finocchio garantivano già dolcezza al distillato.
FOTO 23 essiccatoio la valote martinLo zucchero veniva aggiunto dal consumatore finale, sopratutto all’assenzio verde, per via della sua maggiore struttura, con l’aiuto della caratteristica fontana e del cucchiaio da assenzio.
La leggenda della Fata Verde nasce proprio per via del suo “misterioso” rituale di consumo.
Quando l’acqua fresca scioglieva lo zucchero e gocciolava nel bicchiere, penetrando nel liquore, si assisteva al miracolo della fata…
La bevanda da trasparente si intorpidiva, diventando color del latte, per via dell’olio di anetolo che incapace di sciogliersi in essa creava il caratteristico “louche”.
Si sviluppavano cerchi e onde che iniziavano a risalire in turbini e mulinelli, quasi che lo spirito ribelle della Fata volesse uscire dal bicchiere.
LIQUORE ASSENZIO fata verdeIl suo consumo nei caffè parigini faceva perdere le virtù alle donne e la ragione agli uomini, facendo nascere il mito dei poeti maledetti e della fata malvagia.
La “Fata Verde” (Fee Vert) è stato uno dei pilastri della liquoristica mondiale, prima di venire bandito nel 1910 dalla Svizzera, nel 1915 dalla Francia e nel 1929 dall’Italia e da altri stati europei, esclusa Spagna ed Inghilterra per le sue controindicazioni legate al presunto potere allucinogeno e cancerogeno del fegato.
Il principio attivo, il Tujone, presente all’interno della pianta ha una molecola simile a quella del THC presente nella Cannabis, ma la quantità che si scioglie in infusione con l’alcol non è tale da giustificare la campagna di proibizionismo totale di inizio secolo.
In realtà la campagna contro l’alcolismo di inizio XX secolo che vide la privatizzazione di tutte le liquorerie, era tesa a limitare il consumo di assenzio ed alcolici in generale che ormai aveva assunto toni allarmanti con decine di morti causate da cirrosi.
640px-Edgar_Germain_Hilaire_Degas_012I reati di sangue e contro l’ordine pubblico commessi da persone ubriache aumentarono i maniera esponenziale, cosi come le spese sociali per la cura delle malattie ad esso collegate. Si calcola che in Francia ad inizio 900, quasi il novanta per cento dei superalcolici consumato fosse assenzio. Il grande affare dell’assenzio faceva nascere decine di distillerie clandestine che sicuramente non elevavano la qualità generale del prodotto.
Viste le temute capacità psicoattive degeneranti dell’assenzio si temeva una degenerazione mentale di massa con conseguenze disastrose per i costi dell’assistenza medica.
Ma l’assenzio nacque per tutt’altro scopo… La leggenda vuole che l’inventore dell’assenzio sia stato nel 1770 un medico francese, Pierre Ordinaire, che lo creò come rimedio antimalarico e stomatico.
Il medico si trovava nel paesino svizzero, sito nella Val de Travers, per sfuggire alle guerre rivoluzionarie francesi che infiammavano il periodo. Una casualità che lo farà entrare nella storia. Si narra che il dottore fece tesoro dei rimedi della farmacopea popolare locale che era solita utilizzare l’infusione di questa pianta per curare un’infinità di malanni.
LIQUORE ASSENZIO CHEZ LA MALLOTTEIl dottore conoscitore dei processi di distillazione, apportò la fondamentale modifica alla ricetta che divenne conosciuta come “Elilisir all’assenzio” con il quale curava i suoi pazienti sparsi nelle vallate. Alla morte del dottore, la formula fu ripresa dalla signora Henriod, a cui talune fonti affidano anche una sorella, che ne perfezionarono ulteriormente la preparazione. Per gli abitanti della Val de Travers il dottore sarebbe soltanto una figura priva di importanza creata dalla tradizione, per avvalorare la provenienza farmacologica ed autorevole del rimedio, mentre la vera invenzione della distillazione dell’assenzio sarebbe da attribuire alla sola Henriod che lo produceva per gli amici nella cucina di casa.
Sicuramente l’origine francese del dottore supportava la causa delle distillerie transalpine, mentre i locali vollero mantenere la paternità della ricetta.
Le date dei documenti ritrovati giocano a favore della signora Henriod, considerato che si dice iniziò la sua attività nel 1768, due anni prima del dottore.
pernot absintheA dimostrazione che spesso gli inventori sono dei semplici finalizzatori di processi presenti nella tradizione popolare, recentemente sono stati ritrovati dei documenti che attestano l’attività di una distilleria di assenzio già nel 1760.
Vista la distillazione si è portati a pensare che originariamente l’assenzio fosse trasparente e che solo successivamente si fosse preso a “colorarlo” utilizzando il distillato ad alta gradazione per infondere altre erbe. Il colore trasparente aveva una ragione pratica. Essendo che il distillato era il più delle volte illegale si sarebbe potuto celare più agevolmente agli occhi della polizia. Non vi è dubbio che l’assenzio nel proseguo della storia fosse anche verde. Maggiormente strutturato, con erbe in infusione successiva aumentava il suo potere curante.
La ricetta fu ceduta dalla sorella della signora Henriod al sindaco del paese di Couvet, il signor Dubied nel 1797 che iniziò a produrre assenzio in grosse quantità, nella distilleria adiacente il villaggio.
Dubied era un uomo d’affari e non aveva la conoscenza della distillazione, pertanto per avviare al sua attività si avvalse della collaborazione di Henri Louis Pernod.
Absinthe_epicierQuesta azienda, molto piccola, darà vita poi vita alla Pernod & Fils, fondata da Dubied e da quello che divenne, da distillatore, suo genero. Infatti Henri Louis Pernod, vedovo, si risposò con la figlia di Dubied, Emilie, da cui avrà il figlio, Louis che imporrà l’azienda ai vertici mondiali.
Coadiuvato dal primo figlio Eduard, avuto dal primo matrimonio, l’azienda prospererà e si trasferirà a Pontalier, dove inizierà la produzione di massa degli anni seguenti.
Le ragioni del trasferimento al di là del confine svizzero furono prettamente commerciali. Visto l’enorme successo in Francia dell’assenzio era poco sensato, per soli 20 chilometri, così dista Pontalier dalla fine della Val de Travers, pagare salatissimi balzelli doganali sull’alcol. Era molto meglio importare l’ottimo assenzio e produrre su suolo francese e pagare una sola tassa.
Scotto_absinthe-poster_53269L’assenzio creato dall’azienda Pernod ebbe un immediato successo arrivando nel 1908 all’incredibile cifra di 25.000 litri giornalieri, e dopo di essa, anche i maggiori liquoristi francesi ed europei iniziarono la sua produzione con gradazione alcoliche che variavano dai quarantacinque ai novanta gradi.
Il suo diffondersi nel tessuto sociale era dovuto al successo che ebbe durante la Campagna di Algeria come antimalarico e antifebbrile.
Le truppe coloniali francesi presero a consumare assenzio per rendere sterile l’acqua nel caldo malsano delle paludi e come rimedio medico.
Ad un certo punto si ritiene, a ragione, che in Francia i consumi di assenzio superassero quelli del vino.
Il suo costo era inferiore a qualunque altro distillato o fermentato.
Secondo alcune fonti potrebbe essere proprio questa la reale ragione della sua cacciata dall’Olimpo dei liquori, infatti le lobby di allora del vino, molto potenti in Francia, erano seriamente preoccupate del crescente abbandono del loro prodotto.
170px-Albert_Maignan_-_La_muse_verteIl problema reale era legato ai consumi ben poco responsabili di un tempo e alle gradazioni alcoliche elevate con cui veniva preparato, piuttosto che alla presenza dell’alcaloide.
La gradazione alcolica elevata è legata al fatto di non far solubilizzare l’anetolo che con gradazioni intorno ai 44/45 gradi diventa già opalescente. Ma il consumo di assenzio vede una buon percentuale di acqua che porta il prodotto a 18 gradi massimi.
Il discorso del Tujone poi era volutamente enfatizzato per disprezzare il prodotto sul mercato.
Con la distillazione il principio attivo viene distrutto, ma anche con l’infusione la percentuale non è mai elevata al punto di arrecare i danni che le autorità mediche dell’epoca volevano enfatizzare.
Ad oggi questa percentuale è ufficializzata e deve essere non superiore ai 35 mg/litro.
Le allucinazioni probabilmente erano una conseguenza dell’intossicazione del fegato vista la non eccelsa qualità del distillato, ricco di alcol metilici e acetici, ma sopratutto a causa delle numerosi sofisticazioni a cui il prodotto andò incontro, vittima del suo successo.
L’assenzio per la sua alta gradazione alcolica e i suoi effetti febbrifughi e curativi dello stomaco fu largamente usato anche in battaglia come coraggio liquido dalle truppe di molte nazioni europee.
L’assenzio ebbe un ruolo fondamentale nell’arte e nella letteratura di fine 800, fino ai primi anni del 1900.
Hemingway in “Per chi suona la campana” lo fa bere ai protagonisti che si ubriacano prima di andare in battaglia sopratutto prima dell’epico scontro finale, fra partigiani spagnoli e esercito franchista, per la conquista del ponte sul fiume, vera missione suicida senza ritorno, attuabile solo con l’aiuto dell’assenzio.… Lo scrittore americano inventò anche un cocktail “Dead in the Afternoon”, ispirandosi al suo discusso saggio-romanzo “Morte nel pomeriggio”, ambientato in Spagna, di fatto una trasfigurazione della corrida, di cui era molto appassionato, come metafora della vita, in cui si esalta la figura del torero, non come mattatore vile e brutale, ma come ultimo rappresentante dei valori dell’onore. Il mix è quantomai semplice, un calice di Champagne con una dose variabile di assenzio. Le istruzioni dello scrittore sono le seguenti :”Versare una dose di assenzio all’interno di un bicchiere da Champagne, aggiungere il vino fino a che non si raggiunge un giusto e corretto colore bianco latte. Berne quattro o cinque lentamente…”
edgarallanpoeLa Spagna ebbe una grande tradizione nella produzione di assenzio, l’Absenta, che è arrivata sino ai giorni nostri. I prodotti attuali hanno, come spesso accade in altri stati, l’aggiunta di anice e liquirizia per ammorbidire e colorare il liquore.
Altra figura famosa per il consumo di assenzio è l’ispettore visionario che indagò su “Jack lo Squartatore”, impersonato, in un interessante remake, da Jhonny Deep. Il film è intitolato “La vera storia di Jack lo Squartatore”, e contiene alcuni spunti veramente interessanti riguardo la vita nell’epoca vittoriana e il servizio dell’assenzio, rimasto inalterato nel corso degli anni. L’ispettore visionario e veggente lo beve per avere le visioni premonitrici, che lo dovrebbero aiutare a scoprire l’assassino. Speranza che si dimostrerà vana, infatti gli orrendi omicidi di Londra rimarranno e rimangono, tuttora, senza un colpevole. L’Inghilterra fu l’unico paese a non vietare del tutto la produzione di assenzio, quando Francia e Svizzera lo bandirono completamente. Un altro grande omaggio all’Assenzio e al suo rito di consumo lo fa Francis Ford Coppola, nel suo capolavoro “Dracula di Bram Stoker”. Il conte Dracula, interpretato da un monumentale Gary Oldman, recita una filastrocca alla sua amata Mina Murray, interpretata da Winona Ryder, mentre prepara un bicchiere d’assenzio.
painting_absinthe_lautrec“La fata verde vuole la vostra anima” canticchia, mentre versa l’acqua fresca nel bicchiere, porgendo la zolletta di zucchero alla ragazza.
Figure leggendarie per il consumo di Assenzio sono anche i poeti maledetti, su tutti Boudelaire, che beveva il liquore per avere l’ispirazione, che nella stesura dei “Fiori del male”, non è certo mancata…
I Bohemien, artisiti e scrittori impoveriti, consumavano assenzio nei bar di Parigi, la leggendaria “Fee Vert”, per non sentire i morsi della fame, vista la loro vita fatta di ristrettezze economiche. L’assenzio aveva schiere di ammiratori anche fra gli pittori del tempo come Rimbauld e Van Gogh che cercavano la loro vena creativa bevendolo, cosi come Picasso, più tardi. Sia lui che Degas dedicheranno dei quadri al consumo dell’assenzio. Edgar Allan Poe, scrittore “horror” del tempo, autore del bellissimo “Il Pozzo e il Pendolo” finì “bruciato” dall’assenzio. La sua morte è coperta dal mistero, essendo andati smarriti tutti i documenti.
Fu ritrovato delirante in un parco di Baltimora, vestito con abiti non suoi, mentre ripeteva continuamente la parola “Reynolds”.
FOTO 2 absinthe charlotte 72° distillerie BugnonSecondo alcuni un suo ammiratore deluso che lo avrebbe avvelenato, secondo altri un delirio dovuto all’infiammazione celebrale dovuta all’alcolismo. Studi recenti invece indicano nella “rabbia canina” la causa principale delle sue allucinazioni e tremori.
Le principali aziende del mercato operano al di fuori della Val de Travers, che pur contando su una produzione di qualità soffrono per una mancanza di distribuzione a livello europeo. Le aziende recensite sono state personalmente visitate e degustate durante la stupenda “Festa dell’Assenzio” che si svolge ogni anno a metà di giugno in questa stupenda località svizzera.
La prima distilleria a tornare legale nella vallata è stata la “La Clandestine” di Claude Alain Bugnon a Couvet dopo lunghi anni di distillazione clandestina da cui trae ispirazione il nome.
La distilleria si distingue per l’artigianalità e l’alambicco di piccola capienza di soli 120 litri.
Claude Alain è innamorato del territorio e dimostra grande disponibilità a raccontare episodi ed aneddoti al visitatore.
La sua distilleria è accogliente e vissuta, lui parla tutto il tempo sorseggiando un suo assenzio offrendoci alla fine frutta fresca, prosciutto e ottimo pane casareccio.
Vincitore per 5 anni consecutivi della rassegna dell’assenzio di Pontalier.
FOTO 5 absinthe la valote Martin classiqueLa sua gamma comprende dei classici assenzi bianchi tradizione svizzera, un verde ed il Butterfly, una  chicca, prodotta seguendo un antica ricetta in gran voga ad inizio 900 in America che Alain ha provveduto ad aggiornare e riportare in vita. I suoi prodotti sono intitolati a Charlotte una mitica figura femminile nota per essere una distillatrice clandestina.
La seconda realtà è la distilleria La Valote di Francis Martin.
La distilleria di piccole dimensione ha due alambicchi della capacità di soli 100 litri.
Ha sede in una magnifica casa padronale, detta, “dei gatti” a  Boveresse dove annualmente si tiene la festa dell’assenzio la terza domenica del mese.
E’ una delle poche distillerie ad avere un essiccatore proprio ed a possedere un giardino dove coltivare assenzio e piante autoctone come la melissa.
La produzione anche qui conta due assenzi classici bianchi a 54 e 72 gradi il primo chiamato “Belle Epoque” il secondo “Originale”, ed un verde.
Da luglio le redini dell’azienda passeranno da Francis, un mito locale della distillazione clandestina, al figlio Philippe, gentile e cortese padrone di casa che si è reso molto disponibile alle nostre domande, aprendoci le porte del magnifico essiccatoio e del giardino.
La terza è la distilleria Willy Bovet a Motiers.
FOTO 8 absinthe in barrique nostagie bovetLa distilleria è sita a Motiers, il paesino di fronte a Boveresse, appena dopo la stazione, in un bel edificio storico.
Il titolare è Willy Bovet un decano della produzione che come molti aveva un attività clandestina divenuta legale un anno dopo la fine del bando.
I suoi assenzi sono tradizionali prodotti con sole dieci erbe, di cui cinque sono raccolte personalmente da Bovet e seccate nel locali della distilleria.
Il suo assenzio principale si chiama “Le Chat” e sull’etichetta troneggia un bel gatto nero nell’intento di bere assenzio.
L’etichetta non è originale di Bovet ma è stata comprata da un azienda ormai chiusa dopo il bando dell’assenzio.
Il distillatore produce anche una versione affinata in legno, chiamata “Nostalgie” confezionata in un elegante bottiglia nera.
FOTO 10 CRISTOPHE RACINE LA FINE CLANDESTINEIl periodo di permanenza in legno non è dato a sapersi, ma i sentori di legno sono impercettibili cosiì come il colore, tanto da far pensare a 6 mesi massimo 8, utili solo all’amalgama dei botanici.
Ultima del lotto, delle aziende presenti alla festa dell’assenzio che ogni anno si svolge a giugno, (ma ce ne sono ancora altrettante nella Valle in attesa di essere scoperte), la distilleria Christophe Racine a Motiers.
Questa distilleria è la più giovane del lotto.
A guidarla non c’è un “vecchio” distillatore con un passato da produttore illegale, ma un’azienda guidata da un ragazzo entusiasta deciso a riportare in auge alcune vecchie ricette.
Nella sua ricerca ha recuperato alcuni assenzi di distillatori illegali riproducendole con una qualità che ha bruciato le tappe vincendo con i suoi prodotti medaglie nel 2013 e 2014 ai concorsi internazionali. Terminata la rassegna dei produttori svizzeri, che come detto godono della Igp partiamo con i prodotti “fuori” zona.

mansinthe-absinthe-marilyn-manson2Proseguendo la moda di allora, anche un artist moderni si è innamorato della Fata Verde, soprannominato in Inghilterra anche “Devil’s Milk”.
Il cantante horror-dark-rock Marylin Manson segue la recente moda dei cantanti-produttori come Puff Daddy con la Vodka Ciroc e Sammy Hagar con la tequila Cabo Wabo, decidendo di produrre il Mansinthe , un assenzio che gli assicura ispirazione per i suoi eccentrici travestimenti.
La produzione avviene in Svizzera presso la distilleria Matter di cui si parlerà in seguito.
Le leggende sulla fata maledetta e i connubi con il diavolo giocano sicuramente a favore del cantante per il cui pseudonimo ha usato il cognome di uno dei maggiori serial killer americani, Charles Manson, vera incarnazione del male.
Il prodotto è un caratteristico e tradizionale assenzio verde di 66 gradi con un etichetta assolutamente intonata al suo creatore.
LIQUORE ASSENZIO PNTALIEROggi esistono nuovamente molte aziende che producono assenzio in Francia , dopo la revoca del divieto di produzione, fermo restando, quello che rimane allucinante è solo il grado alcolico compreso fra i 55° e i 75°.Le aziende storiche del panorama francese sono, oltre alla classica Pernod, tornata a produrre assenzio di qualità, la Armand Guy fondata nel 1890 a Pontalier nel distretto di Doubt, che si avvalse della collaborazione di uno dei più famosi mastri distillatori di allora il sig Vichet. Il successo fu dettato, oltre che dall’eccezionale qualità del prodotto, anche dalla vicinanza con la prestigiosa Accademia Militare di Pareuzes, in quanto i cadetti della scuola di artiglieria, tornando a casa, recavano con se una bottiglia come ricordo dell’esperienza vissuta. In questo modo il prodotto venne conosciuto in tutta la Francia. La distilleria vende una linea “griffata” per il servizio dell’assenzio, dalla fontana al cucchiaino per la zolletta di zucchero. Un’ altro produttore con una lunga tradizione è la distilleria Combier (ghilardiselezioni.com) sita in Saumur, noto per essere l’inventore del liquore Triple Sec. Jean Baptiste, noto pasticcere della città, ad un certo punto decise di dedicarsi solamente alla produzione dei liquori con cui era solito riempire i suoi cioccolatini. La sua attività avrà un netto incremento con l’ingresso in società di suo figlio James, che farà conoscere i suoi liquori al di fuori dei confini regionali.
La distillazione dell’assenzio iniziò nel 1899 e dopo l’interruzione, ha ripreso nuovamente vigore con ben 6 prodotti proposti.
LIQUORE ASSENZIO ENTETETutti con caratteristiche diverse, su cui spicca la Blanchette, marchio registrato dalla liquoreria il 3 giugno 1899, un assenzio in stile svizzero, trasparente senza seconda infusione di erbe, come era originariamente. L’altro prodotto di spicco è l'”Esprit d’Edouard” ispirato ad un altro assenzio d’epoca elaborato da Edouard Pernod, il secondo figlio di Henri Louis che fu uno dei grandi protagonisti dell’epopea dell’assenzio. Da segnalare infine la nascita dell'”Entete” che potrebbe essere tradotto in “testardo”, un assenzio dalle caratteristiche superiori fortemente voluto dalla proprietà per ricordare a tutti come doveva essere il prodotto originale.
La Liquoristerie de Provence produce il Versinthè, infuso di botanici con in testa l’assenzio, da bere assolutamente allungato con acqua.Altro marchio storico è la Xenta, fondata nel 1906 che produce un marchio premium al cui interno è posta la pianta in infusione e “La Fee”, la Fata, assenzio francese che sull’etichetta, memore del passato artistico, recita “Je Suis l’ispiration”, “Io sono l’ispirazione”.
SAM_4213In Svizzera opera la Distillerie Matter, un vero caposaldo della tipologia.
La distilleria dista solo 50 chilometri dalla Val de Travers, luogo storico d’elezione dell’assenzio e grazie a questa vicinanza il titolare Ernst, nel 1921 entra in possesso di una ricetta originale.
L’azienda produce un classico della tipologia il Duplais ed altri prodotti di qualità che gli anno fatto guadagnare gli onori della cronaca e l’apprezzamento di molti appassionati.
In Austria opera la distilleria Fischer, aperta nel 1875 che produce l’unico assenzio di questa nazione, utilizzando una ricetta storica il cui originale è custodito nel museo dello Schnapps di Vienna.
Un prodotto tutto italiano è l’ “Assenzio del Professore” della Distilleria Quaglia (distilleriaquaglia.it), storico liquorista piemontese sito a Castelnuovo Don Bosco che ha ripreso recentemente la sua produzione, dopo che anche in Italia è decaduto il divieto alla produzione.
L’assenzio era presente nella sua produzione che comprendeva diversi amari e liquori ed  il cui inizio è datato 1890.
Il prodotto è trasparente, di scuola svizzera, ottenuto per distillazione. L’etichetta è curata e concepita nel 2014, richiamandosi alla linea “del Professore” di cui fanno parte i vermouth ed altri liquori fra cui Pino Mugo, Bergamotto e Chinotto recensiti in questo paragrafo.
assenzio palliniAltro produttore italiano è la Pallini (pallini.it), la storica azienda di Roma sita in via Tiburtina.
Il fondatore dell’azienda è Nicola Pallini, un commerciante di tessuti di origini abruzzesi con la passione dei liquori che li utilizzava per ricevere i propri clienti all’interno del suo bel palazzo ad Antrodoco.
I liquori erano prodotti dalle signore del luogo, ma con il tempo Nicola divenne un eccellente distillatore e si mise in prima persona alla produzione.
Possedeva campi di anice e Arthemisia Absinthium in Abruzzo, alla base della ricetta del liquore e ne iniziò la produzione denominandolo “Dedo” in onore di uno dei più grandi artisti italiani dell’epoca, Amedeo Modigliani.
Dedo infatti era il nome con cui il pittore veniva affettuosamente chiamato dai suoi amici.
La Pallini, vale la pena di ricordare possiede anche alcune delle più belle opere di Balla.
Jeanne Hebuterne, modella ed amante dell’artista, ritratta nell’etichetta dell’assenzio Pallini, era così devota al pittore da spendere fino alla sua ultima lira per comprargli la sua bevanda preferita “l’Assenzio Pallini”, senza la quale temeva venisse meno l’ispirazione artistica.
Altre aziende che producono assenzio arrivano dall’Est europeo, dove la tradizione legata alla sua produzione non si è mai interrotta, arrivando sino ai giorni nostri.
Dal Southwold, arriva l’assenzio di scuola inglese che viene prodotto dalla Ednams Copper, una distilleria artigiana di recente apertura che produce svariati prodotti alcolici da cereale. Nata nel 2008 dall’entusiasmo di Jonathan Adnams, mastrobirraio, da sempre affascinato dal processo di distillazione, l’azienda si è recentemente cimentata nella produzione di questo classico della liquoristica.
Infine la proposta americana, dove vige comunque tuttora un divieto circa la produzione di assenzi con un alto contenuto di Tujone.
Anche vermouth e liquori di importazione devono sottostare a tale legge, così come i produttori di assenzio che producono esclusivamente la versione distillata.
Nel 1934 alla fine del proibizionismo, il nobile esperimento, come fu chiamato dai suoi ideatori, sull’onda del successo europeo dei Pastis, venne prodotto  l’Herbsaint in America
Herbsaint-BottleIl nome si può tradurre in “erba sacra”, termine dialettale di derivazione creola della zona di New Orleans fondata, come sappiamo, da coloni francesi nel 1718 ed il cui nome fu in onore del Re Filippo II.
Il nome deriverebbe come il nostro termine “bonmegu” o “bonme” da “buon medico”, erba miracolosa per via dei suoi molteplici impieghi curativi.
L’assenzio era comunque molto comune ad inizio 900, portato dalle navi provenienti dall’Europa e ben presto se ne diffuse il consumo fino alla sua proibizione che coincise quasi con il proibizionismo.
I produttori dell’Herbsaint, il cui sottotitolo oggi è “The spirits of New Orleans”, erano J.Marion Legendre e Reginald Parker che presero a produrre un liquore sullo stile del pastis all’anice che non conteneva assolutamente assenzio, pur avendo in etichetta la scritta Legendre Absinthe.
I titolari furono costretti dalla Federal Amnistration a cambiare il nome e scelsero il nome dialettale del botanico proibito.
Il liquore viene tuttora prodotto dalla Sazerac Company, nome ispirato probabilmente dal primo e più famoso cocktail con assenzio, che ha acquistato nel 1949 i diritti alla sua produzione dai titolari originari.
Da notare che nella capitale della Lousiana in Borbon Street si trova una delle più antiche botteghe dove veniva servito assenzio risalente al 1908, il cui nome, ora inglese recita “Old Absinthe House”.

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