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Liquori C

Centerba Toro

Il Centerba Toro nasce nel 1817 dalla sapienza erboristica di Beniamino Toro, che elaborò questa ricetta che ancora oggi i suoi discendenti producono nel rispetto della tradizione.
A tal proposito anche la bottiglia è rimasta invariata, nel tradizionale imballo nel cesto di paglia, creato per rendere più agevole il trasporto ed evitare la rottura delle bottiglie sui carri poco ammortizzati di allora.
Il fondatore dell’opificio, speziale e farmacista, utilizzava questo infuso come rimedio curativo per i svariati disturbi di salute dei suoi clienti, presso il negozio di Tocco da Cesauria.
I centerbe rappresentano per certi versi la realizzazione del famoso “Rimedio Universale” preconizzato dall’alchimista Raimondo Lullo, che voleva produrre una cura per tutti i mali utilizzando un centinaio di erbe, ognuna con le sue caratteristiche curative specifiche, che vide la nascita di molti Toccasana ed Elisir dal XIII al XVIII secolo. In questo caso pare che un liquore centerba fosse preparato, fin dal Medioevo nella vicina abbazia benedettina di San Clemente a Cesauria.
Il metodo produttivo del liquore è rimasto invariato da sempre : le spezie e le erbe pregiate vengono poste in alcol in speciali infusori per un periodo che varia indicativamente da un minimo di 2 ad un massimo di quattro mesi, a seconda della texture di composizione del botanico. L’infuso ottenuto viene poi distillato in piccoli alambicchi discontinui da erbe, stabilizzato e colorato.
I tempi non vanno presi come assoluti, poichè le erbe e le radici, possono variare nella qualità degli aromi a seconda della stagione.
Il Centerba Toro, prodotto oggi dalla Enrico Toro & C., è un liquore in puro stile tradizionale, con una gradazione alcolica significativa di 70 gradi, che contraddistingueva la produzione dei centerbe di una volta, che si segnalavano anche per la mancanza di zucchero e per il tradizionale verde bandiera.
Esiste anche una versione “addolcita” del liquore, con una piccola quantità di zucchero ed una gradazione alcolica diminuita a 45 gradi.
L’azienda consiglia anche il suo utilizzo in cucina con alcune ricette proposte attraverso il sito.
Dal 2004 è stato dichiarato prodotto tipico dell’Abruzzo.

Centuka Toro

Elaborato come il precedente dall’antica farmacia Toro, il Centuka è un prodotto decisamente più piacevole sotto l’aspetto della palabilità e del consumo a scopo voluttuario.
Infatti la ricetta fu elaborata sempre da Beniamino Toro, ma con uno scopo diverso.
Il Centuka non era un rimedio farmaceutico, ma era utilizzato dalla moglie Donna Elena per accogliere gli ospiti in casa propria, come si usava una volta, offrendo loro un liquore.
Nei salotti si era soliti sorseggiare preziosi elisir auto prodotti, la cui ricetta era tenuta segreta nonostante le lusinghe.
Si consumava così il liquore fra una chiacchiera e l’altra, fino all’ora di cena e spesso ne veniva regalata una bottiglia come commiato.
Le erbe utilizzate per la sua produzione sono solo 5, coltivate in regime di agricoltura biologica ed anche il colorante è assolutamente naturale.
La gradazione alcolica di 30 gradi e un grado zuccherino amabile rendono il prodotto estramente piacevole per il dopo cena, bevuto fresco o con ghiaccio.

Chartreuse

Sicuramente il liquorificio più antico certificato, nel 2010 sono 400 anni che questa abbazia a St. Pierre, vicino a Grenoble produce questo magnifico liquore liquore, summa di tutte le conoscenze erboristiche che affondano le radici nel medioevo. La sua classificazione in questo paragrafo, piuttosto che in quello dei distillati, come vorrebbero alcuni, è dovuta alle sue origini monastico curative che lo associano di più alla tradizione degli amari ed elisir.
Il nome del liquore ricorda l’appellativo con la quale veniva definita la Melissa in francese medioevale e del massiccio della Chartreuse che domina la zona.
La preparazione è piuttosto complicata e prevede l’infusione più o meno separata delle 130 erbe che la compongono che vengono seccate e selezionate precedentemente, si è scoperto, infatti che un infusione unica determina degli scompensi di estrazione su determinate radici che tendono a prevalere, creando disarmonie sulla continuità della qualità del prodotto . Si preferisce quindi fare gruppi “omogenei ” di erbe che tendano a non prevalere fra di loro.
Alcune di queste infusioni vengono successivamente distillate in alambicchi a bagno maria, per 8 ore, il risultato viene poi utilizzato come solvente per altre infusioni che danno la tipica colorazione al prodotto.
Si procede all’unione successiva delle diverse infusioni, così come si procede alla cuvee dei vini di Champagne, per compensare meglio le caratteristiche delle erbe, soggette come le uve all’andamento delle stagioni.
Quanto scritto, ovviamente è semplicemente riportato, infatti non è permesso a nessuno entrare nelle sale di distillazione attuali e sulla difficoltà di realizzazione potrete leggerne successivamente.
L’assemblaggio avviene nelle cantine di Voiron, nate nel 1860 e che sono le cantine liquoristiche più grandi del mondo con i loro 164 metri di lunghezza, dove all’interno, possono essere stoccati quasi un milione di litri di liquore, grazie alle 19 botti da 50.000 litri allineate lungo i muri.
La produzione si divide in nella Chartreuse Verde, l’originale (55°), più secca e la Gialla (40°), nata anni dopo, decisamente più dolce, per l’aggiunta di miele per essere più in linea con il mercato moderno. In commercio esiste anche un Elisir Vegetal concentrato da utilizzare a gocce per la realizzazione di molti cocktail vintage, dove era previsto l’uso del liquore. La gamma si completa con liquori mono erbe come il classico Genepy e l’ ottima Genziana, prodotto classico della liquoristica francese.
I prodotti di alta gamma portano la dicitura VEP che vuol dire Vetisselment Ecceptiolel Prolonge che prevede un invecchiamento di 10 anni, in botti più piccole, tempo nel quale il prodotto si arrotonda e diventa vellutato al palato, con un’aroma incomparabile.
La storia dell’Abbazia è molto interessante e risale al 1084 , quando i frati Certosini guidati da San Bruno e dal vescovo di Grenoble, decisero di erigere una comunità sul massiccio della Chartreuse.
La comunità vide solo 6 confratelli che iniziarono, nel completo isolamento a costruire, case di legno ed una chiesa che nei secoli daranno però vita al Monatero della Grande Chartreuse, uno dei più grandi di Europa. La vita del monastero scorreva tranquilla e sicuramente al suo interno i monaci elaborarono tisane e liquori come dimostra la fornita farmacia del 17° secolo.
Nel 1605 il Maresciallo d’Estress, donò ai Certosini un manoscritto dalla provenienza incerta, contenente un elisir di lunga vita. Dopo molti esperimenti, questo elisir sarà messo a punto dal monaco Jerome Maubec, nel 1737, presso la Grande Chartreuse. L’elisir ebbe un successo immediato e venne declinato nella versione Verde nel 1764 e nel Gialla nel 1838.
Le vicissitudini della ricetta non sono finirono con la sua realizzazione, infatti nel 1789 con la Rivoluzione Francese il monastero venne chiuso e anche l’ultimo monaco, custode della formula, fu arrestato nel 1793. Il monaco riuscì miracolosamente a trafugare la formula e per non morire di fame, vendette la pergamena ad un farmacista di Grenoble. A dimostrazione della complessità del processo produttivo, letta la pergamena, la conservò come semplice cimelio antico.
Nel 1810 Napoleone decise di riunire tutto il sapere legato alle erbe e alla farmacopea in un unico volume , quindi emanò un editto che imponeva a tutti di inviare pergamene, ricette e quant’altro riguardasse questo argomento.
Il farmacista spedì la pergamena, ma se la vide restituire dall’ufficio preposto perchè incomprensibile ed inattuabile.
Con la Restaurazione, i monaci tornarono al monastero ed il farmacista restituì la pergamena. Tutto tornò come prima e fu così che i religiosi poterono riprendere la produzione.
La dovranno nuovamente interrompere nel 1903, quando il governo francese privatizzò tutte le distillerie, ed emise alcune leggi anticlericali per spezzarne il monopolio produttivo. Questa svolta bloccò la continuità della tradizione della Chartreuse in Framcia e costrinse all’esilio , in Spagna e più precisamente a Tarragona, tutta la comunità monastica.
La produzione in Spagna durò fino al 1929 ed è tuttora possibile reperire questo liquore con l’etichetta spagnola. Le bottiglie storiche sono invece oggetto di un forte collezionismo con prezzi interessanti.
Al loro ritorno in patria l’opificio per la produzione del liquore venne spostato al di fuori del monastero, e si tornò a utilizzare l’edificio originale del 1860.
Il Monastero della Grande Chartreuse, a tutt’oggi non è visitabile ed è chiuso al pubblico, per non disturbare la preghiera dei monaci con la confusione di pellegrini e clienti alla ricerca del toccasana.
La Grand Chartreause, il monastero imponente che domina il Massiccio omonimo, è visibile solo dall’esterno e dista circa venti chilometri dalle attuali distillerie di Voiron. Arrivati agli edifici storici siti nel fondo valle, ai piedi del Massiccio, si parcheggia e si comincia l’ascesa di 3km. La fatica sarà ricompensata da un magnifico paesaggio e dalla vista delle imponenti mura a difesa della preziosa ricetta. Le distillerie sono invece visitabili tutto l’anno e furono inaugurate nel 1860, successivamente alla distruzione, a causa di una frana, di quelle site a Fourvier, nelle vicinanze del Monastero. La sala di produzione con gli alambicchi è solamente “visitabile a vista” nel senso che una fune ne limita l’accesso.
Il profumo degli alambicchi e la loro vista è comunque sufficiente, per capire l’artigianalità del prodotto.
Bellissima la visita alla cantina di invecchiamento dove “La parte degli angeli” farà inebriare chi non è molto abituato alla permanenza nei magazzini di elevazione di grappa e distillati.
Nella galleria è anche ricostruita la farmacia con tanto di manichino con vesti da frate intento ad armeggiare con i contenitori per le spezie, ben allineati sugli scaffali di legno antico.
Le luci soffuse e le basse volte a botte di mattoni a vista aiuteranno il visitatore ad immedesimarsi nei frati che allora producevano l’elisir. Curiosità finale: esiste tuttora in Italia un clone del liquore, lo produce la Rapa Giovanni di Andorno Micca con il nome di Certosa, sostenendo che la ricetta fu portata nella Certosa di San Giovanni d’Andorno, in tempi antichi (presumibilmente all’epoca post rivoluzione francese) da un frate certosino. In passato, negli anni 50 e 60, nel boom della liquoristica, più di un produttore, Branca in testa, aveva creato dei cloni di questo liquore che riscuoteva ampi consensi fra i consumatori. Le versioni prodotte erano due, la gialla e la verde, ed il nome normalmente era Certosa o Chartrosa. Il gusto era ovviamente solo “vicino” a quello dell’illustre liquore, ma la scarsa cultura del consumatore di allora e la ricerca di novità diedero un buon risultato di vendite. Visitando l’opificio in Francia non abbiamo però avuto evidenze del fatto, se non la conferma, da parte della proprietà, che l’unica ricetta fuoriuscita ufficialmente dalla Grand Chartreuse è a Tarragona.

Cherry Brandy

Il liquore è ottenuto dalla macerazione sotto brandy del frutto della ciliegia.
Ne esistono di varie tipologie, che utilizzano ciliegie diverse, ma vengono tutti recensiti sotto questo cappello, onde evitare eccessive frammentazioni per biotipi che renderebbe difficoltoso al consumatore normale, e non addetto ai lavori, la lettura del paragrafo. In ogni caso la maggioranza utilizza il frutto delle marasche, un biotipo di ciliegie inadatte al consumo da mensa per via della spiccata acidità e della mancanza di dolcezza.
La lavorazione segue due diverse strade, che vedono sostanzialmente una differenza sulla lavorazione del frutto.
C’è l’infusione fredda di frutti interi o la spremitura degli stessi. La prima si può protrarre anche per un anno per estrarre al meglio e con lentezza tutti i principi aromatici del frutto. In questi casi si sente in maniera netta, in chiusura di bocca, il tipico amarognolo amarettato dei noccioli.
heeringIn altri casi si procede alla fortificazione del succo di ciliegia privo di noccioli per evitare in degustazione quanto detto precedentemente. Il risultato viene invecchiato in botte per amalgamare al meglio il composto. Il periodo di elevazione varia da azienda ad azienda.
I sentori del prodotto fresco, ma anche dopo il passaggio in botte, sono molto freschi e vicini a quelli di un vino nuovo, acido che invita alla beva, sorprendentemente secco.
Le marasche infatti non sono ricche di zucchero, anzi hanno tendenza amarognola e ricca di acidità, pertanto è necessaria una buona dose di zucchero a fine lavorazione.
In entrambe le lavorazioni, succo o polpa, il prodotto viene successivamente filtrato. Viene poi  imbottigliato senza conservanti, in quanto la carica alcolica e lo zucchero sono sufficienti a mantenere integro il prodotto. Il mercato offre svariati prodotti.
Il capostipite della tipologia, perlomeno a livello industriale, poichè diventa difficile datare il prodotto all’interno della farmacopea famigliare ed alla produzione casalinga, ad esempio nell’area dalmata, è il Cherry Heering (ghilardiselezioni.com) prodotto di eccellenza di origine danese.
cherry-hdAncora oggi imbottigliato nella classica bottiglia di inizio secolo. La storia del Cherry Heering merita di essere narrata, essendo lui il capostipite della tipologia e uno dei primi brand liquoristici ad avere avuto diffusione quasi planetaria, grazie alla fornitura della Reale Casa Danese e Inglese.
Quest’ultima rese un grosso servizio al prodotto, distribuendolo a tutte le sue colonie, in una di queste, Singapore, vedrà la luce uno dei cocktail più famosi del mondo: il Singapore Sling.
Nel 1819, un anno dopo la messa in produzione del Cherry Heering da parte di Peter Heering (foto sx) un commerciante danese, Thomas Raffles, comprò dal sultano di Jahor una porzione di terreno nei dintorni di Singapore, per costruirci una stazione di posta inglese. Visto il successo la stazione di posta si trasformò successivamente nel prestigioso Hotel Raffles. Nel bar della lobby, la tradizione dice che il barman Ngjian Tong Boom creò il mitico drink, utilizzando il liquore alla ciliegia, vero global brand del periodo. Per avere ulteriori notizie sulla ricetta paragrafo del sito dedicato ai cocktail. Altro liquore d’importazione, poco conosciuto in Italia , ma in produzione sin dal lontano 1827 è il Cherry Marnier, infusione in Cognac di ciliegie della varietà Morello.
sangue molraccoAltro prodotto di alta gamma è quello di De Kuiper, un XO Cherry Brandy di eccezionale finezza prodotto fin dal 1920, la cui bottiglia elegante vuole riprendere lo stile vintage dell’epoca, disegnata dall’esclusiva maison di design la Claessens Cartils di Amsterdam.
Il liquore viene prodotto in pochissime quantità ed è disponibile solo presso i duty free ed Harvey Nichols a Londra.
La produzione italiana si apre con il cherry brandy prodotto dalla famiglia Luxardo che ha un nome alquanto singolare, il Sangue Morlacco così chiamato da D’Annunzio per il colore scuro simile al sangue, ottenuto per infusione di ciliegie Morlacche.
Il nome e la firma di D’Annunzio, che era un amico di famiglia,  capeggiano ancora oggi sul retro etichetta, menzionando che la conoscenza del liquore avvenne alla mensa da campo, durante la presa di Fiume, da parte dei legionari guidati dal Vate.
D’Annunzio consigliava prima di berlo di muoverlo in bocca con rapidi dondolii di lingua per meglio apprezzarne i profumi.
L’origine del liquore, come conferma anche il sito dell’azienda , potrebbe essere slava, dove veniva prodotto dalle famiglie istriane e slovene per il consumo interno.
L’originale nome, nasceva dal fatto che era proibito utilizzare nomi stranieri per indicare i prodotti (famoso anche l’esempio dei supermercati Standard divenuti Standa e del brandy ribattezzato Arzente). Nel 2015 l’azienda ha immesso sul mercato una versione “riserva” frutto del blend di diverse annate lungamente invecchiate. Il risultato è eccellente in quanto i toni cioccolatosi del legno si sposano magnificamente con l’evoluzione aromatica delle ciliegie.
stock-cherry-brandy-1949-to-59-liqueurDa notare che l’azienda Luxardo è in possesso di fascette prodotto che dimostrano come producesse un Sangue Morlacco, Cherry Brandy, appositamente per l’Hotel Raffles, dove nacque il cocktail Singapore Sling che aveva decretato il successo del liquore.
Sempre dell’area del Triveneto, che in passato apparteneva all’Impero Austo-Ungarico, vicino per tradizioni liquoristico culinarie all’area istriana e dalmata, proviene il Cherry Brandy Stock. L’azienda nasce nel 1884 come fabbrica di grappe e brandy e solo successivamente si arricchisce della gamma dei  liquori. Il prodotto attualemte in commercio mantiene il pack degli anni 50 con un etichetta piuttosto semplice ma molto piacevole.
Parlando di liquori amati da D’annunzio, originario di Pescara, una menzione particolare va ad un altro prodotto locale abruzzese, molto radicato: la Cerasella.
Frutto del’infusione di frutti e noccioli, dal caratteristico profumo veniva prodotto a livello famigliare quasi ovunque.
rafafiaIl più importante produttore a livello industriale era la Amedeo Pomilio, il noto liquorista di Pescara, noto per aver dato alla produzione anche il più famoso Aurum, a base di scorze di arance. Sfortunatamente, per una scelta industriale la Cerasella non viene più prodotta.
Ad oggi le ricette sono di proprietà della ILLVA e l’augurio è che, sull’onda della riscoperta dei prodotti storici, si decida di ritornare alla sua produzione.
La “Cerasella di Fra Ginepro” a sottolineare ancora una volta la sua origine monastica, era elaborata con le visciole locali, dalla caratteristica acidità e DAnnuzio la amava a tal punto da scrivere di augurarsi di “annegare in un ruscello di Cerasella per la disperazione della mia vita miseranda”.
Il liquore, come detto, ha la particolarità di venir prodotto per infusione delle ciliegie che vengono schiacciate e poste sotto alcol, senza separarle dai noccioli, donando al liquore una particolare tendenza amarognola molto simile a quella del famoso Amaretto. Sono reperibili sporadicamente su internet delle vecchie bottiglie dal pack molto bello, nella tipica bottiglia utilizzata oggi dall’opificio  per l’Aurum.
Una menzione merita anche il Ratafià, liquore della tradizione piemontese ottenuto con la macerazione delle visciole, piccole ed acide ciliegie, una volta abbondanti sulle colline biellesi.
Le prime notizie di questo prodotto risalgono al 1600, quando veniva prodotto nel monastero di Santa Maria della Sala, a scopo ricostituente.
Nel 1880 la famiglia Rapa di Andorno Micca, proseguì la tradizione producendo in scala artigiano-industriale il liquore che divenne il prodotto rappresentativo liquoristico della città di Biella.
Esistono vari ratafià prodotti nel mondo, pare che l’etimologia provenga da arak (acquavite) e tafia (acquavite di origine spagnola-caraibica prodotta con canna da zucchero).
Altri pensano che provenga da “Rata Fiat”, il latinismo utilizzato per dire “si decida”, perchè questo liquore prezioso veniva utilizzato in passato per suggellare con brindisi importanti accordi.
Un altro prodotto piemontese che può essere considerato assolutamente un’ eccellenza del territorio è il “Ratafià di Ciligie di Pecetto” delle Distillerie Quaglia (distilleriequaglia.it) di Castelnuovo Don Bosco. Da sempre la collina torinese si distingue per la produzione di ottimi frutti, che sono da sempre molto richieste per le preparazioni di pasticceria e di pronto consumo.
Il prodotto ha tutto sommato una storia curiosa, infatti da sempre il produttore era solito produrre le rinomate ciliegie “sotto spirito” seguendo l’antica tradizione di conservare la frutta sotto alcol. Il successo del prodotto era costante pertanto aumentava anche la “bagna” di macerazione in cui venivano lasciate le ciliegie prima di essere messe in barattolo sotto alcol. Questa bagna era assolutamente squisita pertanto il produttore decise ad un certo punto di diluirla con alcol e procedere all’imbottigliamento del liquore, il cui successo fu immediato.
La bontà del prodotto risiede nel fatto che, a differenze di molti altri prodotti, questo non ha il classico finale amaro e ben si presta ad essere bevuto liscio fresco di frigo o con ghiaccio. Ad oggi tanto è il successo del prodotto che la distilleria produce anche un liquore alla ciliegia, ottimo, che però non si fregia della dop del frutto, poichè per fabbricarlo deve ricorrere anche ad una produzione esterna da essa.
Scendendo la penisola italiana, arriviamo nel frusinate, in piena Ciociaria, dove viene prodotto dalla Sarandrea Marco, nota azienda erboristica, famosa per i suoi amari, sambuche e genziane, un particolare “Rattafia” con ciliegie locali. Il nome non è un refuso, ma viene riportato in etichetta con due “T”, probabilmente per via di una modifica dialettale al nome che si trova comunemente al nord ed in Francia. L’azienda orgogliosamente ciociara dichiara la sua originalità nella ricetta, infatti il metodo produttivo si scosta da quelli comunemente usati a livello commerciale. In questo caso, riprendendo una vecchia ricetta abruzzese, l’infusione delle visciole in alcol è fatta anche aggiungendo buon vino rosso, che dona una particolare morbidezza al prodotto finale. Non si tratta quindi di un “cherry brandy” ma di un vero ratafià, che viene tuttora utilizzato tradizionalmente in alcune aree del Centro Italia, per sancire importanti patti d’affari o matrimoni, come brindisi bene augurante.
elixir-falernum-25-petrone-da-cl-70-crt-x6_2In Campania troviamo l’Antica Distilleria Petrone, azienda fondata da Antimo Petrone e Maria Mastantuono alla fine del’’800 a Mondragone con un liquore in cui la ciliegia fa la parte del leone coadiuvata però da altre spezie.
L’azienda nasce come cantina vitivinicola per poi dotarsi di un alambicco e tramutarsi, grazie all’abbondanza di vinacce, nella Distilleria Petrone. L’azienda guidata da Andrea, erede diretto dei fondatori, supera brillantemente le avversità e si distingue per la sensibilità sociale. Fu completamente minata e distrutta durante la seconda guerra mondiale dalle truppe tedesche e, da ottobre a marzo, ospitava i senza tetto presso le caldaie della distilleria, incessantemente all’opera per distillare le vinacce, in modo che potessero ripararsi dal gelo invernale.
Il nome del prodotto richiama il passato enologico dell’azienda e della Campania: Falernum. Il vino più costoso dell’antichità di cui tessero le lodi storiografi e poeti  ed il cui “cru” produttivo si identificava con la zona del Massico, vicinissimo a Mondragone.
Il panorama italiano si completa con un eccellente prodotto, l'”Aestilla” proveniente dalla Sicilia, grazie alla Distilleria Giovi di Valdina, in provincia di Messina.
La distilleria ed opificio ha una fondazione tutto sommato recente essendo costituita nel 1987 da Giovanni La Fauci, mastro distillatore di comprovata esperienza.
Inizialmente la produzione si concentra su grappe e liquori di tradizione, ma il vero prodotto che ha attirato l’attenzione è questo delicato Ratafià di ciliegie che al gusto ricorda un ottimo vino liquoroso.
Le ciligie provengono dalle pendici dell’Etna, terra fertile e ricca che dona frutta di prima qualità, molti dei quali di origine selvatica. Il liquore nasce per semplice infusione di ciliegie amarene che hanno ottima acidità e aromi persistenti, con un lieve aggiunta di zucchero per equilibrarne il risultato.
Nel 2017 la Distilleria Toro, abruzzese doc, ha lanciato la sua linea premium di liquori fra cui un ottimo Ratafià alle ciliegie la cui base non è esclusivamente alcolica ma vinosa. Bottiglia elegante ed etichette curate contraddistinguono la linea “Alchimie” di cui fa parte anche un ottima genziana. Il ricco e strutturato Montepulciano fa da solvente e sfondo aromatico per le magnifiche ciliegie abruzzesi.
Il gusto è sicurmanente diverso in quanto il vino apporta tannini e sentori di frutti rossi che completano la ciliegia.
Dalla sua parte anche un grado alcolico moderato che ne fanno anche un ottimo aperitivo, magari in unione con il vermouth.
Per completare il panorama dei liquori a base di ciliegie non si può non menzionare il “Ginja” il liquore più consumato e conosciuto in Portogallo, in special modo nella città di Lisbona. La tradizione narra che Francisco
Espinheiera, un frate dominicano di origini galiziane, si stabilì nella capitale lusitana e qui all’interno della farmacia della chiesa di Sao Antonio iniziò a produrre un infuso di ciliegie, di una speciale varietà portoghese, con tendenza acida spiccata e cannella. Esiste ancora in commercio una Ginja “Abadia” (abbazia) a sottolineare le origini del liquore che affondano nella farmacopea religiosa medioevale, cosi come fa bella mostra di se, a sottolineare la forte presenza ecclesiale nella città, il bellissimo convento ” De los Jeronimos”, vera meraviglia architettonica di Lisbona. Come per il Ratafià, questo liquore aveva fini ricostituenti e digestivi, ma come successo già in altri casi, ebbe un grande successo e divenne ben presto un prodotto consumato in altre occasioni. Il liquore divenne molto famoso a Lisbona e ben presto in tutto il paese, con decine di produttori qualificati.
Oggi il Ginja è consumato abitualmente come dopo cena e non esiste un bar di Lisbona che non abbia almeno due o tre marche produttrici di questo liquore, che spesso viene servito in accompagnamento a dolci a base di cioccolato.
A dimostrazione del riuscito abbinamento nella città di Obidos il Ginja viene servito tradizionalmente in bicchieri di cioccolato ed esiste un liquore qui prodotto, in cui questo riuscito mix già pronto da bere, una sorta di Mon Chery gigante…
Un liquore d’eccellenza francese è il Guignolet d’Anjou prodotto con una particolare varietà detta guigne, dalla spiccata acidità, che cresce lungo la parte centrale della valle della Loira, detto il giardino di Francia, i cui magnifici castelli sono patrimonio mondiale dell’Unesco.
Proprio sull’etichetta della Distillerie Combier, produttore di un ottimo prodotto, intitolato al personaggio storico di Roi Renè, fa bella mostra di se il castelllo signorile di Saumur.
Renè d’Anjou fu noto ai suoi sudditi come il “Re Buono” per le sue doti diplomatiche in grado di sollevare le sorti dell’economia locale devastata dalla peste e dalla guerra dei Cento Anni. La ricetta del liquore risale al 1632 e fu elaborato all’interno del monastero benedettino di Saumur come rimedio ricostituente. Oggi giorno invece il consumo di questo liquore è principalmente da aperitivo, allungato con soda o con ghiaccio.
La distilleria Combier acquistò la licenza di produzione del liquore dal priore dell’abbazia, tal Gautron, e ne iniziò la produzione nel 1834, per riempire i deliziosi cioccolatini della sua pasticceria. Tale fu il successo di questo ancestrale Mon Chery che il fondatore Jean Baptiste Combier decise di dedicarsi solamente alla distillazione dei liquori, fra cui anche il famoso Triple Sec a base di scorza d’arancio.
I liquori alla ciliegia erano gli assoluti dominatori del gusto di allora e ben presto anche Adolphe Cointreau inizierà a produrre la “Guignolet d’Anjou” seguito dall’altra famosa azienda locale la Giffard, sita ad Avrillè, che per distinguersi cambiò il nome in “Guignolet d’Angers”, l’altra città della Loira, dominata dal maestoso castello costruito in pietra, noto per le torri bicolore.
La Giffard, produttrice di svariati liquori aromatizzanti, fu fondata nel 1885 da Emile, farmacista ad Angers, noto per aver messo a punto un liquore digestivo molto apprezzato a base di menta. La proposta classica francese si completa con la proposta di Joseph Caltron il liquorista nel cuore della Borgogna, famoso per i suoi distillati e liquori di frutta.
Un prodotto nuovo nel panorama dei liquore alla ciliegia ci arriva ancora dalla Francia, dalla Distillerie Peureux fondata da Auguste Peureux nel 1864 a Fougerolles nella regione dei Vosgi, area famosa per la produzione di ciligie, con il quale viene distillato il famoso Kirsh, protetto dalla AOC locale. La scelta di impiantare la distilleria in questa zona nacque, anticamente, dalla presenza di una purissima fonte d’acqua, necessaria alla diluizione dell’alcol prodotto. L’azienda è infatti famosa per la produzione di questa “Eau de vie de cerise” e di altri prodotti a base di ciliegia, fra cui spicca il Griottini, un aperitivo ottenuto con macerazione di griotte, l’acida varietà del luogo ed assenzio. Il prodotto poco alcolico (15 gradi) è gradevolmente fruttato e chiude con una gradevole nota amara dato da un leggero tocco di genziana. Simpatica l’etichetta con una sorta Jessica Rabbit ad ammiccare il consumatore.

Cinico liquore alla cannella

Cinico, questo il nome del liquore, unico nel suo genere, intensamente profumato di cannella, di Dave Garzon e soci.
Bella la citazione di Oscar Wilde, che accompagna il prodotto: Cinico è colui che possiede l’arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere.
Sia il nome che l’aromatizzante, tutto sommato inedito per il panorama nazionale, la cui fragranza appartiene forse di più alla pasticceria del nord Europa, ne fanno un prodotto fuori dal coro.
Non mancano infatti altri prodotti profumati con questa spezia ma sono di scuola inglese ed americana, qui recensiti.
In questo la About Ten, questo il nome della società presente sul mercato da ben 25 anni nel settore del beverage, e già autrice del gin Greedy e dell’Eccentrico, qui recensiti, conferma la sua vocazione internazionale per la produzione liquoristica.
Il liquore infatti ha caratteristiche di confezionamento ed organolettiche fatte per piacere al mercato straniero, anche se non mancano colleghi barman italiani che hanno saputo saggiamente dosare questo liquore.
Il prodotto si presenta sotto una livrea scura, intensamente profumato di cannella, nella quale è difficile scorgere nettamente altre spezie.
Semmai risultano di complemento. Note di rabarbaro e zenzero, ammorbidiscono e completano la naturale piccantezza della cannella.
I 20 gradi lo rendono un ottimo dopo cena liscio, servito fresco o su ghiaccio, o in miscelazione, sia come coadiuvante che come correttore, anche di un semplice succo alla pera.

Coca Buton e liquori a base di foglie di coca

Il Coca Buton fu realizzato traendo spunto dai molteplici vini di coca che venivano prodotti nel passato come corroboranti e che furono l’ingrediente base della Coca Cola, inventata ad Atlanta da John Pemberton nel 1886.
A loro volta questi infusi di coca trassero ispirazione dai racconti dei primi occidentali che si recavano in visita sulle ande boliviane e che parlavano dell’eccezionale resistenza alla fatica, alla fame e dell’ euforia delle guide di montagna, data dal masticare le foglie di questa misteriosa pianta. Gli sciamani Maya usavano fermentare le foglie e miscelarle al miele per ottenere un liquido in grado di dare loro estasi e visioni del futuro, per guidare le scelte della tribù.
La somministrazione di tale liquido però non era per via orale, ma rettale per ottenere un effetto più forte sul cervello, visto che i succhi gastrici inibivano l’effetto psico attivo dell’alcaloide.
I conquistadores spagnoli furono i primi a stupirsi degli affetti della coca sul metabolismo umano, infatti gli schiavi che lavoravano nelle miniere di argento e oro, scavavano per giorni interi senza mangiare. La storia dei liquori a base di foglie di coca ha inizio in Italia, nel 1866 a Bologna, dove un tal Mariani, produsse il primo infuso a base di vino, con foglie di coca non trattate. Gli effetti del liquore furono assolutamente eccitanti per i consumatori di allora e furono ben descritti da Rudyard Kipling (1865-1936 ) poeta e scrittore britannico, noto anche per il suo umorismo, che affermò “E’ adatto per la rasatura e la rifinizione delle ali degli angeli”.
Il vino alla coca ebbe molta fortuna sul mercato, sopratutto inglese, ed ebbe fra i suoi estimatori Thomas Edison e la Regina Vittoria di Inghilterra. Ad inizio 900 in molte cene si parla apertamente di “caffè cocainizzato” aggiungendovi alcune parti di liquore per aumentare le sue doti stimolanti sul cervello. Ma questa fama stava per finire per via degli effetti devastanti sulla psiche umana dovuti ad un consumo costante di questi prodotti. I liquori alla coca vennero ritirati dal mercato.

Il suo uso rimase esclusivamente medico, utilizzato come anestetico o come psico stimolatore, i cui studi sugli effetti sono ben descritti da Freud, noto consumatore del prodotto.
Dopo un lungo bando, il liquore venne nuovamente messo in produzione alla fine degli anni 70 e fu molto in auge negli anni 80, dove schiere di giovani lo bevvero pensando di provare chissà quale effetto stupefacente, forse memori delle parole di Kipling…
In realtà la foglia di coca, dal quale si otteneva il liquore Coca Buton, era stata opportunamente trattata, per eliminare il principio attivo stupefacente, lasciando però gli oli essenziali del vegetale che risultavano pregevoli sotto l’aspetto gusto olfattivo per l’aromaticità di questo prodotto.
La Buton ha lanciato sul mercato il Cocalime un prodotto realizzato miscelando foglie di coca ed essenza di lime, in linea con le nuove tendenze esotiche che vedono i “pestati” dominatori assoluti delle preferenze dei consumatori, in un pack molto più moderno rispetto alla bottiglia originale. In realtà l’abbinamento del succo di lime con la foglia di coca, ha in loco un altro uso. I masticatori di foglie sostengono che l’abbinamento con il succo acido dell’agrume sciolga al meglio il principio attivo. In tempi passati, prima dell’arrivo della chimica infatti si soleva usare il succo dei lime come solvente per la fabbricazione della droga. Sul mercato mondiale dei liquori a base di coca esiste un altro prodotto la Agwa, prodotto ad Amsterdam utilizzando foglie di coca provenienti dalla Bolivia, trasportate sotto il rigido controllo di guardie armate. Il prodotto olandese , come quello italiano viene de cocainizzato, prima di procedere all’infusione, pertanto anche in questo caso la funzione psico attiva risulta molto blanda, grazie ad altri alcaloidi non proibiti rimasti nel liquore. Come nel caso del Cocalime, anche la Agwa consiglia di miscelare il prodotto con il lime.

Cordial Campari

Liquore dall’illustre passato la cui produzione è stata cessata, da parte della multinazionale Campari, nel 2003. Il fatto che si trovino ancora bottiglie in vendita su internet ne fa un prodotto ancora vivo e richiesto, da parte di quei barman che oggi stanno riscoprendo la miscelazione di inizio 900. Il loro costo è piuttosto elevato, circa 70 euro, per via che le scorte si stanno via via esaurendo, ma ne vale sicuramente la pena.
Proprio in questa riscoperta del periodo e nel recupero dei drink fossili, si ripongono le speranze che il liquore possa essere nuovamente messo in produzione.
Il liquore era prodotto partendo da un’infusione di lamponi che veniva successivamente distillata e posta a riposare in botte. Successivamente veniva aggiunta dell’acquavite giovane di vino e sciroppo di zucchero. Il Cordial Campari aveva un immagine elegante che venne sottolineata ed enfatizzata dalle pubblicità in stile Liberty, con donne vestite nello stile della Belle Epoque. La vera svolta avvenne quando si creò il sodalizio fra l’azienda milanese e il grande grafico pubblicitario futurista Fortunato Depero.
L’uso aulico della pubblicità, tipico del periodo Liberty, di cui d’Annunzio fu esponente attivo, incarnava la tranquilla società borghese, verrà messa in crisi dalla vita moderna e dinamica fortemente voluta dai futuristi. Il Vate con le sue poetiche descrizioni del Montenegro, dell’Aurum e del Sangue Morlacco, sarà improvvisamente superato dalla vitalità e creatività dei grafici futuristi.
Nel 1930 uscirà “Il Numero unico futurista Campari 1931” con quadri, disegni, liriche, profezie pubblicitarie in poesia, che glorificano il Cordial ed il Bitter Campari.
Una delle più famose recita: “Biondi zampilli di Cordial Campari, arcobaleni di dolcezze rare, riempono le coppe canticchiando, oh bocche fortunate nell’attesa!”.
Sempre per l’azienda milanese di liquori uscì nel 1932 il “Cantastorie di Campari” a cura di Renato Simoni, che però non firmerà nessuna delle poesie nel libro.
Il libro originalissimo per l’epoca, aveva i fogli tenuti insieme da una spirale metallica ed era illustrato da Bruno Munari. Il canzoniere fu, di fatto, una raccolta di poesie dal sottofondo ironico e dal finale burlesco, in cui era contenuto un messaggio pubblicitario. Una di esse recita:”Amore, amore, quante ebbrezze sai, quand’è l’ora opportuna, darci tu! Quell’ora non dovrebbe passar mai, e, invece fugge e non ritorna più, mentre torna, due volte al dì, magari, l’ora squisita del Cordial Campari.”
Dopo un periodo di fama mondiale e di grandi vendite, il Cordial cadde, come altri prodotti, in una profonda crisi nel periodo buio della liquoristica a partire dal 1970, a cui fece seguito quella della miscelazione, che dimenticò i capisaldi e i cocktail storici. Caduto nel dimenticatoio il prodotto fu discontinuato nel 2003, pochi anni prima che la miscelazione d’autore segnasse i primi segni di risveglio.
Per l’immagine pubblicitaria di Depero si ringrazia Claudia Salaris.

Creme de noyaux

creme-de-noyaux-tempus-fugit-spirits-944La creme de noyaux è stato un liquore importante del nostro recente passato liquoristico comparendo in parecchie ricette come dimostrano gli scritti di Elvezio Grassi del 1936 e di Angelo Zola di metà anni 50.
La ricetta era piuttosto semplice ed è la dimostrazione di come, in passato, non si buttasse via nulla, infatti impiega i noccioli di albicocca e ciliegia nella sua preparazione.
Un libro del 1931, “Il ricettario delle famiglie” spiega come ottenere un delizioso “liquore di noccioli” dal sapore delicato di amaretto utilizzando appunto i due frutti suddetti in unione con quelli di pesca.
L’infusione alcolica veniva semplicemente zuccherata mentre in questa crema di tradizione francese, la cui ricetta è stata recuperata dalla Tempus Fugit nel 2013,  si procede anche ad una distillazione per rendere trasparente il liquido per poterlo colorare successivamente con la cocciniglia o un colorante artificiale per fare assumere la tipica sfumatura rossa necessaria nella preparazione dei cocktail.
CREME DE NOYEUX 2Infatti la creme de noyaux serviva per la preparazione dei classici Fairbank, Old Etonian e Pink Squirrel dove era fondamentale per la sua nota mandorlata e per dare la colorazione rosa come indica il nome del secondo cocktail.
Improvvisamente il liquore scomparve dagli scaffali dei bar per via del fatto che si sospetto che potesse contenere cianuro, specie nelle versioni più economiche dove il liquorista non controllava l’integrità dei noccioli.
E’ risaputo infatti che la mandorla bianca dei noccioli contiene cianuro che si libera nell’infusione.
Il prodotto odierno è scevro da questi problemi e può essere consumato senza problemi ricordando che anche l’aprico brandy e l’amaretto utilizzano il medesimo principio aromatico.
La proposta del mercato si completa con il prodotto della Hiram Walker il cui pack però è meno accattivante del cugino svizzero/americano.

Elisir Gambrinus

Prodotto di difficile collocazione, in quanto la base è vino Raboso, fortificato con un infusione di erbe e spezie.
Il processo produttivo lo farebbe assimilare ad un vermouth o ad un aperitivo a base vino, termine che però non viene minimamente menzionato in etichetta.
Il produttore la Cantina Gambrinus lo descrive come “Liquore di vino Raboso del Piave” ed a questo mi attengo.
Il liquore nasce nel 1847, quando l’industria liquoristica italiana, facendo tesoro della farmacopea casalinga, ebbe un’ improvvisa espansione commerciale, con la nascita di decine di distillerie. Il liquore nacque miscelando alcune botti di Raboso, vino veneto notoriamente scontroso, il cui nome deriva forse da “rabbioso”, con 22 erbe che ne miglioravano il profilo aromatico, lo rendevano più morbido arrotondandone le durezze. Il liquore era il classico liquorino che il padrone di casa offriva ai propri commensali ed amici nei pomeriggi domenicali.
Il suo inventore, l’oste Giacomo Zanotto fu talmente soddisfatto del suo “esperimento” che lo battezzò “Elisir d’amor”, sfruttando un grande classico della liquoristica di allora, che si fregiava di produrre alcuni filtri di amore, come il francese “Parfait Amour” e l’italiano “Strega”…
Il prodotto ebbe inizialmente una diffusione locale, bevuto e venduto dai soli avventori della locanda, per poi diventare dopo la seconda guerra mondiale un prodotto di respiro internazionale.
Il nome cambiò in “Elisir Gambrinus de vin Raboso”, in onore dell’osteria di famiglia che si chiamava appunto come il re leggendario inventore della birra.
L’elisir viene venduto in tutto il mondo e ha fra i suoi clienti il presidente americano Barack Obama e il principe Carlo d’Inghilterra.
Il liquore la cui ricetta è segreta, custodita gelosamente dalla famiglia Zanotto, matura in botti grandi e poi invecchia in barrique per 4 o 5 anni, a completa maturazione ed integrazione delle erbe. Dolce e tannico per via del corredo genetico del vino il prodotto si presta ovviamente, come la maggioranza dei vini rossi fortificati ed aromatizzati al consumo con il cioccolato amaro.

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