STORIA e LEGGENDE DELLA DISTILLAZIONE
GLI ALBORI DELLA DISTILLAZIONE

La distillazione è un processo artificiale scoperto dall’uomo presumibilmente intorno al 500 a.C..
La leggenda maggiormente accreditata sull'argomento narra che essa fu realizzata per la prima volta in una notte di inverno, nella regione corrispondente all'odierno Caucaso, area d'origine della moderna viticoltura.Un contadino mise a scaldare del vino sul fuoco, per preparare una bevanda corroborante, viste le rigide temperature della notte.
I vapori d' alcol si diffusero nella tenda e furono inalati dal preparatore, il quale rilevato un piacevole pizzicore e senso di ebbrezza, fece un rudimentale tentativo per catturarli.
Il nostro primo distillatore probabilmente utilizzò una pelle di pecora, tesa, posta sopra la pentola, che di fatto fece condensare in piccole goccioline il vapore d'alcol, per poi strizzarla in un recipiente. Quindi di una cosa siamo certi, il primo distillato non si distinse per la nitidezza e la raffinatezza dei profumi.
I risultati in termini di divertimento e rilassatezza conseguenti alla prima assunzione del liquido misterioso, premiarono tale primordiale tentativo che venne perfezionato nei periodi a venire.

Questa leggenda, seppur interessante, appare in netto contrasto con le notizie certe che ci provengono dalla Grecia Antica e dal Medioevo Arabo che ci confermano come la distillazione, inizialmente avesse il solo scopo di creare fragranze cosmetiche. Solo con il perfezionamento degli alambicchi, grazie al movimento alchemico arabo, avremo i primi esempi di alcol commestibile e la conseguente codifica del procedimento di distillazione, in grado di eliminare teste e code, seppur in modo empirico e poco preciso. Tali alcoli, oltre che dannosi per la salute, sopratutto per il sistema epatico, veicolano anche odori sgradevoli al risultato finale. Tali impefezioni del distillato saranno presenti per lungo tempo e determineranno la nascita delle aromatizzazioni con frutta e spezie, per coprire tali imperfezioni.
Il processo di distillazione fu intuito, già nel I° secolo a.C. in maniera empirica da Dioscoride Pedanio, un medico greco che osservava le pozzanghere di acqua piovana asciugarsi al sole.
Egli capì che “distillare” era come imitare il sole che evapora l’acqua e ce la restituisce in pioggia.
Nonostante questa sua geniale intuizione non perfezionò alcun macchinario, ma un elaborò un semplice vaso a punta che chiamò "Ambix", alla cui sommità condensavano le gocce di vapore, a convalidare la sua ipotesi.

Il funzionamento dell’alambicco si può riassumere proprio in questo processo, in altre parole si sfrutta un principio fisico per il quale le sostanze presenti in natura hanno diversi punti d’ebollizione e d’evaporazione.
L'alcol etilico, ad esempio, evapora ad una temperatura compresa fra i 78 e 78,4 gradi, pertanto quando nel liquido presente nella "pentola " del nostro alambicco raggiungiamo questa temperatura, siamo quasi sicuri che "nel collo" transita alcol commestibile.
Queste sostanze, alcol e profumi da esso veicolati, una volta evaporate sono raffreddate con l’aiuto di una campana e di una serpentina che le riporta allo stato liquido.
Prima ancora di Discoride, Aristotele (nella foto in alto ad inizio capitolo), aveva messo a punto un metodo di dissalazione dell'acqua marina, prendendo spunto dal processo non ancora compreso della distillazione.
Mettendo delle pelli di pecora sopra delle anfore che contenevano acqua di mare si poteva ottenere acqua dolce, sfruttando l'evaporazione della stessa provocata dal sole.
Questo metodo, appreso da Alessandro Magno grazie agli insegnamenti di Aristotele, permise alla sua flotta di battere sempre gli avversari in velocità negli spostamenti strategici sul mare, questo perchè gli altri erano costretti a fermarsi sulla costa per rifornirsi di acqua.
DALL’ INDIA, ALL’EGITTO FINO AGLI ARABI

Le prime notizie in assoluto sulla distillazione provengono dalle civiltà mesopotamiche, collocabili nell'Iran e nel Pakistan e sono databili nel 500 a.C., ovviamente a causa degli alambicchi rudimentali e mancando le conoscenze di base per la separazione fra alcol etilico e metilico, la sua applicazione rimase relegata all'impiego in campo cosmetico, come solvente per l’estrazione dei principi attivi da fiori, piante e radici per la fabbricazione di profumi e unguenti.

La distillazione si diffuse anche in Cina, dove era presente una cultura millenaria molto evoluta, a tal proposito uno scritto di Aristotele, vissuto dal 384 al 322 a.c., ne conferma l’esistenza e presumibilmente da qui, giunse al bacino del Mediterraneo, tramite i commerci fiorenti dell’epoca.
Gli Egizi nel 150 a.c. adottarono un sistema per estrarre l’alcol, probabilmente da un fermentato di datteri, da utilizzare come solvente per gli unguenti e i profumi necessari per la mummificazione e la cosmetica. L'alambicco utilizzato è conosciuto come Crisopea di Cleopatra, dal nome del ricercatore che lo descrisse e che pare fosse lo zio della famosa regina.
I Greci, con Aezio, perfezionarono nel 400 d.c. un distillatore, mentre Ipazia, una donna dotata di supremo ingegno, custode della scienza pagana che faceva capo alla Biblioteca di Alessandria di Egitto, perfezionò nella sua prestigiosa scuola una vera e propria apparecchiatura per la distillazione.
A dimostrazione di quanto detto il termine alcool deriva dall'arabo "Al-Khul" ovvero "polvere impalpabile", nome con il quale gli egiziani indicavano un ombretto che utilizzavano come maquillage. La cosa curiosa è che gli Arabi non utilizzarono questa parola per indicare l'alcol, preferendogli il termine "Al Raki" che tradotto vuol dire "sudore", ispirandosi alle goccioline che scaturiscono lentamente dal collo dell'alambicco.
La chiara paternità araba del processo viene ulteriormente confermata anche dal nome dato all'utensile utilizzato per la distillazione, con "Al-Ambiq" infatti si usa definiva un vaso conico di uso comune in cucina, ora più noto come Tajine.
Allo stesso modo viene dimostrato il fatto che gli arabi si ispirarono agli studi greci presenti nella Biblioteca di Alessandria, infatti, come detto, Discoride, secoli prima aveva coniato il termine "Ambix" per definire il vaso dove aveva effettuato il suo primo esperimento d'evaporazione e condensa dell'acqua.

La biblioteca d’Alessandria d’Egitto con le sue migliaia di testi di scienza e medicina ellenica fu il punto di riferimento del sapere dell’epoca e la dimostrazione della supremazia della ragione dell’uomo.
Fu questa la principale causa per la quale subì una prima distruzione nel 319 d.c., che vide ben 40.000 volumi dati alle fiamme, ad opera di cristiani fanatici che rinnegavano il potere della ragione pagana.
Fu definitivamente distrutta tre secoli dopo dagli arabi, che la vedevano come un pericoloso centro di sapere scientifico e pagano, in netta contrapposizione con la religione musulmana, basata, come il cristianesimo, sulla presenza di un Dio supremo, creatore dell'Uomo, che la razionalità scientifica invece tende a negare.
È molto probabile che prima di distruggere la biblioteca gli Arabi, acuti commercianti, si siano impossessati d’alcuni libri trattanti la distillazione, in tal modo riuscirono negli anni a venire a perfezionare la tecnica, creando un moderno alambicco ,che vide la luce intornoal 650 d.C..
I principali attori di questa scoperta furono gli arabi adepti del movimento filosofico denominato "Al Kimiya" (dal greco "Chimos" linfa , essenza) che traendo ispirazione dalla ricerca spirituale tesa alla purezza assoluta, alle origini della Creazione Divina, la trasposero alla fisica e alla ricerca scientifica.
Il pensiero filosofico si basava sull'osservazione dei elementi naturali che venivano individuati in Aria, Terra, Acqua e Fuoco i quali unendosi nella distillazione davano origine ad un liquido puro e trasparente in grado di avere qualità taumaturgiche prima sconosciute. L'Aria era rappresentata dal vapore prodotto, la Terra dalla materia prima fermentata, ottenuta dalla coltivazione di essa, L'Acqua era il diluente indispensabile per il processo sia di fermentazione che di distillazione e il Fuoco era la fonte di calore. Insieme generavano il quinto elemento, la quintessenza liberata dalla materia "solida" ed impura contenuta nell'alambicco.

I loro tentativi di purificare la materia, attraverso il processo di distillazione, inizialmente furono applicati alle rocce, per ottenere oro, dai metalli meno nobili. Questi esperimenti vani fecero evolvere in maniera determinate la conoscenza del processo di distillazione, che una volta applicato a liquidi fermentati e botanici, elevò questa pratica ad arte di rara maestria.
Ben presto gli i vani esperimenti di purificazione dei metalli lasciarono spazio alle ben più fruttuose distillazioni di essenze e profumi di cui gli Arabi sono tuttora maestri insuperati. Le prime notizie scritte che ci giungono in tal senso sono della codifica del processo di distillazione per ottenere dell'aromatica acqua di rose da parte di un'alchimista arabo.
L'invenzione del primo alambicco moderno, come noi lo conosciamo la si attribuisce ad adepto del movimento Al-Khimiya, il fisico Jabir Ibn Hayyan, che spese la sua vita alla ricerca della quinta essenza (il quinto elemento) dopo Aria, Acqua, Terra e Fuoco, indicati dal filosofo Empedocle come i principi fondamentali dell’Universo.

Il processo per l’ottenimento di alcol fu perfezionato grazie un altro fisico alchimista Al-Kindy che raggiunse gli standard qualitativi e le metodologie che saranno utilizzate dai futuri distillatori europei della Scuola di Salerno, con decine di testimonianze scritte su come ottenere essenze e profumi.
Altre due figure importanti in questo movimento furono Avicenna, medico persiano e padre della medicina moderna e Rhazes, un luminare alchimista e farmacista erborista, scrittore di centinaia di trattati medici legati alla distillazione di sostanza medicamentose e di alcol con cui ottenerle.
Entrambi sono conoscitori dei testi greci che hanno portato al perfezionamento del processo di distillazione e sono grandi studiosi dei trattati medici erboristici di Galeno e Ippocrate.
Ma il cambiamento epocale nella distillazione si avrà con Maometto.
Egli nacque nel 570 d.c., e proibì, come sappiamo, l’uso dell’alcol presso le sue popolazioni (vedi paragrafo dedicato al vino per la storia su questo episodio storico), ma questo non impedì a queste due figure di sviluppare le conoscenze legate alla distillazione e al suo utilizzo per la preparazione di rimedi legati alla farmacopea e all'erboristeria.
Maometto, uomo illuminato, non proibì l'uso medico e tali preparati continuarono ad essere utilizzati all'interno degli ospedali della capitale Baghdad, al tempo fra i più importanti al mondo per la cura di ogni malattia. L'esercizio giornaliero delle pratiche mediche permetterà ai due luminari di accumulare un sapere infinito che sarà alla base della pratica alchemica e poi liquoristica del mondo occidentale.
L’ARRIVO DELLE CROCIATE E LA TRAFUGAZIONE DEGLI ALAMBICCHI
I frati benedettini al seguito della Prima Crociata lanciata nel 1095 in Terra Santa, carpirono il segreto della distillazione dal popolo arabo con la conquista di Gerusalemme, avvenuta nel 1099.
Sicuramente all'interno delle sue mura erano custoditi degli alambicchi che furono osservati e studiati con attenzione.
Ma questa non è l'unica ipotesi...
L’alambicco potrebbe essere stato conosciuto in Europa, precedentemente a tale data , quando El Cid eroe nazionale spagnolo, autore della Reconquista della Spagna, sotto il dominio degli Arabi, liberò Toledo nel 1085. Sicuramente fra le mura della fortezza espugnata vi dovevano essere degli alambicchi, ma a noi non sono state tramandate notizie circa il loro utilizzo, pertanto dobbiamo pensare che il bottino di guerra non suscitò particolare interesse nelle truppe cristiane spagnole.
Se le cronache dell'epoca non sono dettagliate circa la scoperta degli alambicchi, da una attenta analisi legata alla nascita dei primi distillati europei, notiamo che alcuni secoli più tardi, a cavallo dei Pirenei, nell'area corrispondente all'Aquitania francese e all'Aragona spagnola, l'ultimo baluardo cristiano in Spagna, da cui partì la Reconquista, si hanno le prime notizie dell' Armagnac. Questo distillato di vino, prodotto nelle abbazie dell'area collinare, è a tutti gli effetti il primo prodotto degli alambicchi europei.
Siamo quindi di fronte al possibile utilizzo di quel bottino di guerra, opportunamente modificato per la produzione del pregiato distillato di vino, che aiutò centinaia di pellegrini, alleviando le loro fatiche sulla via del cammino di Santiago de Compostela.
Una terza ipotesi, non priva di fondamento, afferma che l'alambicco fosse in Europa e precisamente in Irlanda, già nel 600 d.C., portato da San Patrizio, di ritorno da un suo pellegrinaggio in Terra Santa, il quale diede impulso alla produzione di un distillato che comunque non possiamo classificare ancora come whisky.
Siamo certi della sua esistenza perchè viene menzionata più volte dalle truppe di invasione inglesi, nel 1172.

Gli Inglesi catturarono alcune botti di un liquodo misterioso, dal forte sapore, bevuto dagli irlandesi in grossa quantità. Affermano di averlo assaggiato a loro volta e lo descrivono come corroborante e calorico, in grado di alleviare la fatica e di dare un coraggio inaspettato in combattimento. Il problema è che non riescono a saperne molto circa il nome, la provenienza della materia prima utilizzata e che non vi sono testimonianze scritte.
Il fatto che nel proseguo della storia della distillazione il nome maggiormente utilizzato per definirne il prodotto irlandese sia "Acquavitae", ovvero "Acqua di vita", derivante dalla traduzione dal gaelico di "Uisce Beatha", avvalora tale ipotesi.
La contrazione inglese lo tramanderà con il termine "whisky" e definirà il secondo distillato conosciuto della storia umana.
Rimane un merito di rilevanza storica legato a San Patrizio, (nella foto di destra la Rocca di Cashel da dove egli partì per il suo pellegrinaggio) infatti egli riveste un ruolo molto importante nella diffusione delle bevande fermentate, in tutta Europa, noi italiani per primi, dobbiamo a lui l’introduzione del sapere brassicolo nel nostro paese.
I pellegrinaggi che il Santo e i suoi confratelli, fra cui San Colombano intrapresero per evangelizzare l’Europa, contribuirono a diffondere il sapere inerente alla fabbricazione della birra, quest'ultimo giunse in Italia, dopo un lungo pellegrinaggio e qui vi fondò il suo monastero sui

Colli Piacentini, nelle vicinanze di Bobbio e qui produsse la prima birra italiana della storia, nel 614 d.C..
Tornando alla distillazione la prima ipotesi sembra essere la più plausibile, ma nulla vieta di pensare che tutte e tre le teorie siano giuste, avvalorando il fenomeno della contemporainetà delle idee, che ha visto molti casi nella storia.

Gli alambicchi arrivarono tramite nave alla rinomata Scuola di Salerno, fondata nel IX secolo, il cui massimo splendore corrispose proprio con la conquista di Gerusalemme, ovvero quando tutto il sapere del mondo arabo e greco fu disponibile per essere tradotto ed elaborato dai suoi adepti.
Tutto il sapere della farmacopea, dell'alchimia, dell'erboristeria araba e le traduzione arabe di testi greci che si credevano perduti, trasformarono questa Scuola, nel centro di sapere maggiore di tutto il Medioevo.
Si fecero propri i fondamenti dell'alchimia araba in cui esisteva la convinzione che ogni metallo avrebbe potuto, attraverso una serie di passaggi e rigenerazioni, trasformarsi dalla forma grezza a quella più nobile.
I cambiamenti lo avrebbero via via purificato ed alla fine lo avrebbero portato a trasformarsi in oro, metallo puro per eccellenza, alla stessa maniera , l'uomo avrebbe dovuto seguire questo processo , trasformandosi in un individuo puro fatto di sapere assoluto.
Gli alchimisti europei , per nulla scoraggiati dagli insuccessi arabi si lanciarono nuovamente alla ricerca della Quintessenza e della Pietra Filosofale che tutto avrebbe trasformato in oro.
Come i loro predecessori, utilizzarono gli alambicchi per cercare di estrarre l'essenza della Natura, distillando i suoi prodotti, erbe radici, minerali con risultati alterni, fino a giungere alla conclusione di utilizzare il vino e la birra per ottenere un prodotto trasparente e privo di impurità, l'alcol, una sorta di quintessenza, che avrebbe risolto il problema degli eccessi produttivi di questi due fermentati, che con l'arrivo dei primi caldi si trasformavano in aceto.

Il pensiero alchemico anche se ridimensionato nei fini iniziali, segnò un successo importante per la storia dell'uomo: aria, terra, acqua e fuoco avevano liberato dai frutti della Terra, un vapore impalpabile che una volta condensato dava un liquido trasparente che dava benessere ed euforia.
Probabilmente negli intenti c'era la volontà di utilizzare questa essenza per purificare a sua volta pietre e metalli impuri, destinazione che fu ovviamente vana, ma che ebbe svariate altre applicazioni, da disinfettante e antibatterico a coadiuvante nell'enologia per la creazione, dei primi vini fortificati che grazie all'addizione di alcol non diventavano più aceto con l'arrivo dei primi caldi.
I primi vini fortificati furono creati nel 1300, grazie ad una felice intuizione di Arnaldo da Villanova, un alchimista di origine catalana, docente universitario a Montpellier, che ebbe l'idea di addizionare alcol ai Moscati di Rivesaltes e Frontignan.
Queste due eccellenze enologiche saranno utilizzate come vini da messa e troveranno posto sulle mense di corte di tutta Europa, essendo diventato possibile il loro trasporto per lunghi tratti, anche in presenza di un clima caldo.
In Italia durante il primo Giubileo del 1300 voluto da papa Bonifacio VIII, Arnaldo da Villanova e Raimondo Lullo discussero degli effetti miracolosi di un elisir elaborato da loro stessi. Questo elisir fu elaborato per curare il papa da una fortissima colica renale che lo colpì poco prima dell'inizio del Giubileo da lui indetto.
Bonifacio VIII si distinse per i costumi poco morigerati e per la fame insaziabile, tant'è che si narra che il suo pasto fosse composto come minimo da 6 portate. Le sue abitudini e le sue spese al di sopra delle possibilità, ridussero al minimo le finanze della sua famiglia, tant'è che ebbe l'idea del Giubileo, il primo della storia.
Per questa ragione Dante lo posiziona nel canto XiX dell'Inferno, dove sono puniti i Simoniaci, ovvero i colpevoli di comprare con il denaro le cariche spirituali. In realtà papa Bonifacio VIII non è ancora morto al tempo della stesura, ma Dante lo vedeva come un personaggio responsabile dei mali e del malcostume di allora.
Recandosi a Roma in penitenza ed elargendo una somma commisurata ai peccati commessi, si avrebbe avuto l'anima salva.
Il Giubileo fu salvo ed ebbe grandissima risonanza nel mondo cattolico, visto il grande afflusso di pellegrini.
Allo stesso tempo il successo di questo rimedio, direttamente derivato dalla distillazione e dall'infusione di erbe, diede fama mondiale agli inventori di questa nuova disciplina e ai loro risultati, ma sopratutto gli evitò l'Inquisizione e l'accusa di stregoneria.
La storia narra che questo infuso contenesse delle scaglie d'oro, metallo puro per eccellenza a cui si attribuivano doti purificanti.
Successivamente, e nei secoli seguenti, in onore di questo elisir, molti liquoristi coloreranno di giallo oro, utilizzando lo zafferano, spezia pregiata e costosa, i loro prodotti.
Dopo di loro Bacone “Doctor Mirabilis”, l’Alari, Paracelso ed altri ebbero a discutere delle capacità terapeutiche del distillato e dei vini fortificati con alcol ed infusioni di erbe.
L’alcool era considerato una bevanda magica, se bevuto in grandi quantità il male e la lascivia s’impossessavano del bevitore, ma bevuto in piccole e sapienti dosi dava coraggio, vigore, leniva il dolore e dava calore. Per secoli la somministrazione di bevande alcoliche da parte di medici o derivanti della farmacopea famigliare e casalinga, rimarrà l'unico rimedio conosciuto per curare ogni malattia, dalla peste alla malaria.
LA FORNACE DEL MATTIOLI E LA PRODUZIONE QUANTITATIVA DELL'ALCOL
I primi alambicchi di stampo moderno, così come noi li conosciamo, comparvero in Europa nel XV° secolo e le testimonianze parlano di "acquae vitae" ottenute da distillazione delle materie prime presenti i Europa: il vino e la birra.
Questi due prodotti estremamente diffusi in Europa avevano grossi problemi di tenuta durante i mesi caldi, la distillazione di essi poneva fine ai problemi di acescenza e di sanificazione dell’acqua, a cui questi due prodotti erano preposti prima della scoperta dell’alcol.
L'inefficace sistema di raffreddamento e le piccole partite prodotte di volta in volta rendevano gli oneri così elevati da rendere proibitivo l'utilizzo della bevanda alcolica per fini che esulassero da quello medico, per la preparazione di infusioni curative.
Il rapporto fra resa in alcol e materia prima era economicamente proibitivo, inferiore alla percentuale variabile dal sei all' otto percento, a cui siamo abiutati oggi, con i moderni alambicchi discontinui per le produzioni di eccellenza.
Nel XV secolo venne perfezionato un sistema efficiente di raffreddamento dei vapori d'alcol presenti nella serpentina, ponendola a bagno in una botte di acqua fredda. Questo meccanismo, noto come la Fornace di Mattioli, un famoso medico ed erborista, permise di evitare la principale fonte di dispersione dei vapori d'alcol nell'aria, a causa del loro imperfetto raffreddamento.
La produzione di alcol crebbe in maniera significativa e rese possibile l'utilizzo del prezioso liquido, non solo per fini medici, ma anche per il consumo edonistico grazie al minor costo, che al momento rimase comunque possibile solo per le classi abbiente e i nobili.
IL RINASCIMENTO ITALIANO
Dopo il Medioevo assistiamo ad un mutamento di abitudini, ad un cambio di atteggiamento nei confronti del prodotto della distillazione. Come abbiamo visto nel periodo appena trascorso, l'alcol assunse varie denominazioni fra cui Acqua Purissima e Perfettissima,
Quintessenza, la sua produzione era opera esclusiva di alchimisti o dei monaci e il suo utilizzo, a causa degli elevati costi di produzione, era quasi esclusivamente a scopo medico, come solvente per infusioni d'erbe, atte alla cura delle più disparate patologia, dalla peste alle difficoltà digestive.
L'alcol puro, sotto forma di distillato di vino o cereali o come liquore amaro non aveva mai avuto la connotazione di bevanda voluttuaria e ludica, aspetto che invece incominciamo ad intravedere con la nascita del movimento denominato Rinascimento Italiano, dove il distillato e il liquore, finalmente assurge a ruolo di piacere gustativo.
Caterina De Medici, incoraggia nella sua Firenze , la produzione di liquori (forse la stessa Tuaca , trattata nel paragrafo liquori, potrebbe essere nata in questo periodo) che porterà , al pari di forchette e coltelli, alla corte di Parigi.
Il capoluogo toscano è il luogo perfetto per far nascere la nuova via della liquoristica.
Città ricca e potente, culla della cultura e del commercio ricchissimo della seta, crocevia di commerci che vedono ogni sorta di spezie provenienti da ogni angolo del mondo. Le cronache ci riportano che nei negozi di Firenze si potessero acquistare fino a 250 tipi di spezie diverse, molte delle quali saranno utilizzate per produrre l'Alchermes di Firenze, fine liquore di scuola araba, che è arrivato fino a noi.
Dopo l'arrivo di Caterina de Medici a Parigi, nasce l'arte liquoristica e da qui partirà la ricetta del liquore che diventerà sulle Alpi della Savoia , l'impareggiabile Chartreuse elaborata dai frati certosini ( paragrafo dedicato ai liquori ).
Al contempo Leonardo disegna un alambicco moderno con contenitore refrigerante per "La serpentina", riprendendo quanto fatto dal Mattioli, in maniera ancora più efficiente.
Dopo il Rinascimento, come anticipato furono i frati Certosini e Gesuati a detenere il sapere della distillazione, tanto che quest'ultimi furono addirittura chiamati "I fraticelli dell'Acquavite", lo scioglimento dell'ordine nel 1668, favorì presumibilmente la diffusione della distillazione in molte regioni d'Italia, soprattutto quelle lungo l'arco alpino.
LE PARTI DELL’ALAMBICCO
L’alambicco è formato da 4 elementi principali: la caldaia o cucurbita dove si mette il prodotto da distillare (sezione rossa della foto). Sotto di essa è posizionata una sorgente di calore rappresentata da acqua calda (bagnomaria), vapore acqueo o fuoco vivo, che ha il compito di riscaldare la materia prima o flemma, da dove si estrae il distillato (spirali rosse). Gli alambicchi a fuoco diretto, molto diffusi un tempo sull'arco alpino, sono stati praticamente abbandonati a causa dell'imprevedibilità del funzionamento e per il timbro di bruciato che spesso lasciavano nel distillato. La quasi totalità dei distillatori usa alambicchi a vapore, mentre esistono alcuni esemplari, Piemonte di alambicco a bagnomaria.
Il capitello, detto anche elmo o duomo, posto nella parte alta della caldaia ha un’importanza fondamentale perché ha il compito in base alla sua forma di far passare o no determinati vapori alcolici (parte viola e spirali viola a rappresentare i vapori alcolici).
Il collo di cigno è il tratto seguente del capitello ed ha una forma incurvata verso il basso per impedire il ritorno dei vapori alcolici, grazie alla forza di gravità .
La serpentina di raffreddamento, posta in un contenitore, spesso riempito di acqua, o in tempi moderni con altri liquidi più efficaci, ha il compito di condensare i vapori alcolici (parte blu) , per ottenere il risultato finale, il distillato (azzurro).
LE TIPOLOGIE DI DISTILLAZIONE

La distillazione si divide in continua o discontinua, a secondo dell'alambicco utilizzato.
La distillazione discontinua di cui sopra è descritto l’alambicco può compiere una sola distillazione per volta, da cui il termine che lo definisce, poichè quando si esaurisce il liquido bisogna fermare lo strumento e ricaricarlo. Per ottenere un prodotto di qualità si dovrà procedere a due o tre distillazioni, a secondo della materia prima utilizzata, come vedremo nel paragrafo dedicato ai distillati.
Nella seconda distillazione il mastro distillatore dovrà controllare tutte le fasi produttive che gli permetteranno di separare le teste e le code, per tenere solo il cuore del distillato.

Anticamente, mancando termometri e rilevatori, l'unico strumento per la separazione delle varie parti del distillato era il naso del distillatore, infatti la prima sezione di liquido ad evaporare , a temperature inferiori ai 78 gradi, era caratterizzata da un tipico sentore di zolfo, simile al cavolfiore. Al raggiungimento della temperatura ottimale, si sentiva il tipico pizzicore dell'alcol, mentre sul finire della distillazione le parti oleose del liquido iniziavano a volatizzarsi, donando ai vapori un sentore che ricordava quello dell'oliva spremuta. Quello era il segnale che bisognava fermarsi per non rischiare di compromettere tutto.
L'alcol ottenuto non era sempre di qualità eccelsa, fu per questo che si diffuse l'uso di aromatizzare i distillati con radici ed erbe, spesso dolcificati, così come nel proseguo della loro storia, nasceranno i primi cocktail con zucchero, acqua e limone, per stemperare la ruvidezza e l'alcolicità accentuata dei primi distillati.
TESTE, CODE E CUORE DEL DISTILLATO

Le fasi della distillazione servono a separare dal liquido alcune frazioni note appunto come :
testa : sono costituite da sostanze volatili che hanno un punto di ebollizione inferiore all'alcol etilico, ma anche da alcoli superiori ed esteri che formano miscele che hanno un basso punto di ebollizione. Le teste del distillato non vengono mai ripassate nell'alambicco per una ulteriore distillazione.
Con un 'esatta separazione fra testa e cuore, sacrificando una parte di alcol etilico si elimina una parte di acetato di etile, responsabile dell'odore acetoso ed erbaceo che si ritrova spesso nei distillati di bassa qualità, che caratterizzavano molte distillazioni del passato.
Lo scarto termico di appena 4 gradi, fra acetato di etile ed alcol etilico, spiega come mai in passato, in

mancanza di strumenti di misurazione, spesso si avesse questo difetto, inoltre ribadisce ancora una volta l'importanza di avere una materia prima perfetta in cui non vi siano fermentazioni acetiche indesiderate, che andrebbero ad aumentare la percentuale di rischio.
cuore o corpo : è la parte finale della frazione di testa che contiene aromi fruttati e l'alcol puro ininfluente sotto l'aspetto aromatico, ma necessario alla struttura del distillato, contiene anche la parte iniziale della frazione di coda, con alcoli di minor grado e impurità nobili che caratterizzano il distillato.
La temperatura di esercizio dell'alambicco è di 78,4 gradi punto di ebollizione dell'alcol etilico.
code : note anche come olio di flemma ed oli aminici, sono composti da acidi (butirrico, acetico) ed esteri come il lattato di etile, che hanno punti di ebollizione superiori ai 78,4 gradi, fino ad un massimo di 90.
L'abilità del distillatore è capire quando fermare il flusso del collo di cigno, poichè il distillato, per avere profumi e struttura necessita anche della presenza di una parte delle code ed è per questo che nel procedimento continuo si procede ad altri passaggi.

Al termine della distillazione nella caldaia rimane un residuo, privo di alcol, ricco di impurità , composto da acqua e impurità, che a causa del loro grado di ebollizione non hanno potuto volatilizzarsi, il cui nome italiano è
borlanda.
La massima gradazione che si può ottenere con la distillazione è di 97,2 gradi alcolici e questo tipo di risultato è possibile solo con alambicchi a colonna continui moderni.
Questo tipo di distillazione veniva utilizzata per prodotti commerciali di basso prezzo, dove era necessario sfruttare al massimo la materia prima ed era ottenuta con temperature prossime ai 90 gradi, seguite dalla rettifica in colonna che impoverivano oltremodo il distillato, necessarie però alla purificazione da alcol metilico e altre sostanze trascinate meccanicamente dalla violenta ebollizione.
Il distillato era molto etereo e non aveva moltissimi profumi, i quali erano ulteriormente diluiti dall'acqua, necessaria per riportare il grado a livelli accettabili per il consumo.
I distillati di qualità hanno una gradazione che varia dai 55 agli 86 gradi alla loro uscita dall'alambicco, sono ricchi di profumi e la loro diluizione con acqua non compromette eccessivamente il loro profilo organolettico..
PROFUMI PRIMARI, SECONDARI E TERZIARI

Una distillazione di qualità sia essa continua o discontinua non può non tenere conto della materia prima, vero fattore discriminante della qualità.
Nella distillazione discontinua, il processo lento e le piccole quantità di volta in volta distillate sono una garanzia per la qualità del distillato.
Nella distillazione continua si possono ottenere ottimi risultati a patto di gestire in maniera corretta la temperatura di estrazione, tenendo presente che più si accelera il processo, per contenere i costi ed aumentare i volumi di materia da distillare, più si ottiene un prodotto povero di qualità.
I profumi da preservare nella distillazione sono due :
-primari che sono propri della materia prima e si distinguono in aromatici, fruttati, floreali, minerali o erbacei.
-secondari tipici della fermentazione, influenzati dagli lieviti che trasformando lo zucchero in alcol, creano parallelamente composti chimici aromatici.
Una volta effettuata la distillazione entrano in gioco con l'invecchiamento i profumi detti terziari che sono propri dell'elevazione in legno e dei fenomeni ossidativi e di polimerizzazione che caratterizzano questo processo. Sono profumi dolci che spesso si riconducono alla vaniglia, al cacao, al tabacco, al cuoio e alle spezie dolci.
L’INVENTORE DELL’ALAMBICCO CONTINUO
Alla fine del 1600 , un mago ed astrologo napoletano Gian Battista Porta disegna un alambicco con ben sette capitelli sovrapposti, con relativi colli di cigno, per rendere possibile la distillazione in un unica soluzione.
La sua intuizione perspicace ed interessante, non trova applicazione , come tanti altri progetti dell'Alto Medioevo per rendere maggiormente efficiente ed economica la distillazione.
Nel 1813 Baglioni , un italiano perfeziona una colonna di distillazione che permette una distillazione continua del prodotto, con il recupero delle teste e delle code, sfruttando il principio fisico dell'evaporazione e del peso specifico dei liquidi. Nella pratica vi sono due alambicchi collegati, il primo scalda la materia prima e ottiene per prima distillazione un liquido, in italiano flemma, che viene trasferito al secondo alambicco che provvede alla seconda distillazione e al risultato finale, senza dover fermare la caldaia per il caricamento.
Nel 1831 Eeneas Coffey, studia questa invenzione e la perfeziona ed elabora a sua volta un alambicco a due colonne dove è possibile svolgere in una sola volta il processo, dove tra l’altro la caldaia, con la materia prima, separata dal resto dell'alambicco, poteva essere ricaricata senza interrompere il processo di distillazione.
I costi del distillato sono diversi e permettono la nascita di prodotti più a buon mercato, con caratteristiche organolettiche e di qualità decisamente buone.

L’impianto prevede due colonne una di distillazione, l’altra di rettificazione.
Il processo di distillazione code e teste avviene grazie a diversi piatti refrigerati posti ad altezze, precise in base alla temperatura di condensazione dei vapori alcolici (la foto del precedente paragrafo ben spiega, con le caratteristiche campanelle sui fori dei piatti, il suo funzionamento).
Le teste e le code avendo temperature di condensazione diverse e pesi variabili sono selezionate e ridistillate, tornando nuovamente nella caldaia, tramite condutture in rame, in maniera continua, mentre il cuore procede verso l’alto, grazie alla maggior volatilità dell'alcol etilico.
Il risultato della distillazione continua in termini qualitativi è leggermente minore in termini di profumi e complessità del distillato, rispetto al sistema discontinuo, anche se la vera discriminante è al solito la qualità della materia prima, che nel caso di certi prodotti come la grappa o il Cognac risulta essere decisiva per il risultato finale.
Poi tutto il resto è poesia, fascino e romanticismo per un sistema di distillazione sicuramente più antico, artigianale e legato alla storia dell'uomo.
LE QUALITA’ DEL DISTILLATO E LA NASCITA DEGLI SPIRITS SUPERPREMIUM
Da sempre si disquisisce sulle diversità organolettiche dei distillati ottenuti con i due tipi di distillazione.
Molti sostengono che la qualità possa arrivare solo attraverso una distillazione discontinua in piccoli alambicchi, ma ci sono acquaviti che hanno ottime caratteristiche pur essendo lavorate con colonne continue.
L'Armagnac, grande distillato di vino francese è distillato con alambicco a piatti a colonna, così come la stragrande maggioranza dei brandy spagnoli ed italiani che hanno ottime qualità in termini di profumi e persistenze. Le stesse grappe, o i rum, hanno lavorazioni simili, l'utilizzo misto dei due sistemi.
Anche gin e vodke, prodotti normalmente con colonne stanno tornando ad essere distillati con alambicchi discontinui.
In aggiunta, anche il mercato dei liquori, spesso basato su aromatizzazioni di vodke o cognac, ha subito il fascino di questo nuovo finone di mercato, con il lancio di numerosi prodotti che hanno, di fatto, movimentato un mercato piuttosto stagnante e dalla proposta classica.
Quello che è vero ed indubbio è che l'alambicco di Coffey ha permesso la diffusione del prodotto distillato a prezzi minori, con un buon compromesso qualitativo, così come ha creato prodotti di medio-basso profilo organolettico, come le grappe da correzione o i prodotti da miscelazione base che non necessitavano di elevati criteri organolettici, permettendo di poter avere a disposizione una gamma sufficiente vasta di distillati e liquori per la realizzazione di una miriade di cocktail, altrimenti impossibile ed antieconomica.
Recentemente si è avuto anche l'ingresso sul mercato dei prodotti cosidetti Superpremium, la cui definizione appare alquanto difficoltosa. I parametri per definire un prodotto del genere si devono basare su cosa? Materia prima,metodo di distilallazione, filtrazione in materiali nobili o invecchiamento?
Oppure siamo di fronte ad un operazione di puro marketing ? Gioverà sapere i costi delle materie prime, che collegate alle rese degli alambicchi dichiarate sul sito, ci daranno un parametro per capire meglio.
I cereali, materia prima per vodka, whisky e gin, interessati dal fenomeno del superpremium, vengono da anni acquistati a prezzi che variano dai 12 euro al quintale, per le produzioni dell'Est Europeo, come Ucraina, Ungheria e Russia, ai 25 euro al quintale per i prodotti superiori di Francia e Italia. Siccità o pioggia, possono far variare il costo, ma si rimane comunque all'interno dei parametri succitati. Se nel caso uno fosse interessato alle fluttuazioni può andare a vedere la Borsa dei Cereali di Milano, che lavora esattamente come quella Valori. Per ottenere 100 litri di "birra" fermentata atta alla distillazione sono necessari 20 chili di cereale. Un alambicco a colonna può avere una grande efficienza, ma la media per un prodotto di qualità è sul 20%, quindi si evince che l'acquavite di cereali non può avere un costo base elevatissimo, quindi tasse, trasporto, pack particolari e marketing sono la parte maggiore del costo richiesto al consumo. Stesso discorso per i distillati da vino, dove la materia prima varia dai 25 ai 50 centesimi al chilo, ma alle volte si possono avere anche costi inferiori. Diverso il discorso per l'uva da vino pregiato che arriva anche a 3 euro al chilo. La resa in vino è pari al 60/65% se si vuole avere un mosto fermentato senza olio di vinaccioli a causa dell'eccessiva torchiatura. La resa degli alambicchi discontinui, solitamente usati per il Cognac, si avvicina al 10%, pertano anche in questo caso, è il blasone della Maison, l'invecchiamento, con la copsicua parte degli angeli che si perde nell'aria e il marketing ad avere la parte maggiore di costi. Se si usa il continuo ovviamente le rese sono quelle già dichiarate.
Le vinacce per la grappa hanno prezzi inferiori o superiori all'uva da vino, dipende dal vitigno e dalla richiesta del mercato. Ovviamente il Moscato la fa da padrone, mentre alcuni vitigni rossi vengono quasi regalati, a patto di essere smaltiti. Sono ragionamenti semplici e molto probabilmente scontati per un consumatore attento che sa come, in realtà, alla fine sia il contorno, più che la sostanza a fare il prezzo. Come si capisce le materie prime e le filtrazioni, così come l'invecchiamento non possono incidere in maniera decisiva sul prezzo.Ma il marketing gioca un ruolo fondamentale, con pack avvincenti e seducenti, lanci pubblicitari eclatanti, pertanto il fatto di appagare il proprio ego, con un prodotto che ci facca immediatamente riconoscere come intenditori o abbienti, alle volte, ci rende facili prede. Al solito sarà l'operatore del mercato, sia barman che ristoratore, che dovrà scegliere in base al suo contesto operativo quali prodotti scegliere, così come la risposta finale rimane al consumatore e alle sue richieste.