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Gin

Il gin è un distillato tradizionalmente ottenuto con cereali, principalmente grano e segale, aromatizzato con principi botanici, come erbe, radici o spezie, la cui quantità è fissata in 7, nel solo disciplinare della “DOC” Plymounth. Questa risulta essere l’unica del suo genere, ed è ristretta all’areale della città della Cornovaglia, nel sud ovest dell’Inghilterra.
Il numero minimo e massimo di aromatizzanti rimane infatti a discrezione del produttore, che può includere a suo piacimento fiori, piante, frutti e vegetali, per personalizzare la ricetta in modo assolutamente originale, sia puntando sul territorio che sulle erbe rare sparse per il mondo.  Vista la continua evoluzione del mercato diventa difficile affermare quale il prossimo limite sia esso in basso che in alto del numero di botanici utilizzato. Nel recente passato si sono avuti anche cambi per quanto concerne la materia prima utilizzata come solvente, in quanto l’alcol utilizzato può essere prodotto, mancando un vincolo preciso,  con mele, vino e sporadicamente patate. Nelle recensioni di seguito vedremo come la moda delle vodke ottenute con materie prime diverse dai cereali abbia influenzato indirettamente anche il mondo del gin.
Di  seguito verranno anche elencate le varie denominazioni in etichetta a seconda delle procedure produttive.
PoloLo stile London Dry è attualmente quello maggiormente diffuso e risulta essere più fruttato (principalmente scorze di agrumi), rispetto alla pungente balsamicità del Plymount.
A differenza di quest’ultimo, il London Dry non è una “doc” come potrebbe sembrare per via della denominazione, ma uno stile produttivo che può essere eseguito ovunque nel mondo.
La maggioranza dei prodotti  storici e delle nuove realizzazioni di etichette storiche e che quindi si ispirano alla tradizione contano un numero di botanici pari a 9.
Il nuovo corso del gin vede un’estrema connotazione del distillato che lo porta ad uscire dai parametri del London Dry con ricette “estreme” e territoriali con l’uso di zafferano, cetrioli, fiori d’uva, petali di rose, foglie di ulivo e geranio, solo per citarne alcune di maggior successo. Questi botanici sono aggiunti a fine distillazione, pertanto il gin non può essere più considerato un London Dry. Vedremo in seguito nel capitolo le nuove classificazione dello stesso.
UI2ZD00ZIl gin fu inventato, probabilmente nel 1658, da un dottore in farmacia di Leida, Franciscus Sylvius De La Boe, discendente di un’influente famiglia francese originaria di Cambrai.
I suoi studi furono concentrati sopratutto sulla circolazione sanguigna, lo studio del cervello e dei processi digestivi. Insegnante presso l’Università di Leida, a lui dobbiamo l’analisi della struttura del cervello e la scoperta della “fessura silviana” ovvero il solco, o schisi, che lo divide lungo entrambi i lobi. Lasciato lo studio del cervello si concentrò sui disturbi digestivi e dei reni. Il suo obiettivo era di trovare un rimedio che pulisse e purificasse il sangue, vero elemento fondamentale per la salute umana. Come spesso accadeva in quel periodo egli cercò di trovare una sorta di rimedio universale per una serie infinita di disturbi di salute. Il rimedio curativo non cambiava, ma variava semplicemente la posologia e le quantità somministrate.
De la Boe, affermò fieramente che il suo obiettivo era quello di curare un terzo di tutte malattie.
Grazie alle conoscenze scientifiche e ai suoi studi , mise a punto il jenever, un rimedio digestivo, tonico, coadiuvante per i reni affaticati dei ricchi mercanti olandesi della città, colpiti da gotta o da reumatismi.
Il ginepro è un forte diuretico utile alla cura di queste due patologie, in special modo la gotta, il doloroso accumulo di acido urico che si manifesta nelle diete ricche di carni e condimenti grassi.
Questa malattia anticamente era conosciuta come la “malattia dei ricchi”, gli unici a potersi permettere carni e pesci giornalmente sulla propria tavola. La dieta olandese, molto squilibrata e povera di fibre aveva contribuito al diffondersi di questa patologia, come del resto i reumatismi articolari , decisamente comuni in un paese solcato da fiumi e canali.
5spice 2Oltre alle proprità suddette il gin aveva anche doti aperitive come stimolante dell’appetito, corroboranti, purificanti, drenanti e digestive.
La nascita del gin in Olanda non fu del tutto casuale, questa piccola nazione, infatti, possedeva la più grande flotta mercantile dell’epoca, grazie alla quale tesseva abili commerci internazionali primo fra tutti quello delle spezie del quale deteneva il monopolio.
Per sviluppare questi traffici l’Olanda aveva creato la “Compagnia delle Indie” nel 1602 ed aveva presto conquistato il dominio commerciale dei principali prodotti voluttuari dell’epoca, come vino, liquori e spezie, accumulando immense ricchezze grazie alla legge della domanda e dell’offerta.
Il nome del distillato variò a seconda degli scritti, lo traviamo infatti presente come “Geneva”, “Genevievre” o “Jenever”, il nome olandese dato al ginepro, derivato a sua volta dal latino botanico “Juniperus”. Di li a poco iniziarono a fiorire le distillerie che lo producevano, prima fra tutte la Lucas Bols, che fu fondata addirittura prima, nel 1575, come fabbrica di brandy e liquori. Nel 1658 aprì la distilleria della famiglia Steffelaar, seguita dalla Nolet nel 1691 e nel 1695 da De Kuiper.
Anche se sul sito esiste un capitolo dedicato, non si può parlare di gin senza non dare un cenno sul jenever. Le bacche aromatiche del ginepro, un arbusto molto diffuso nella fascia mediterranea, erano l’aromatizzante principale del jenever e poi del gin. Esse venivano poste in infusione in alcol d’origine cerealicola, dopo di che, terminato il periodo, variabile a seconda delle differenti scuole e dalla volontà mastro distillatore, si procedeva nuovamente alla distillazione , per ottenere un prodotto trasparente, dall’aroma balsamico abbastanza pungente.
Spesso si incorre nell’ errore di considerare il jenever un distillato di ginepro, in realtà il risultato dell’infusione di questa bacca è un liquido di colore giallo arancione, dallo spiccato aroma resinoso ed erbaceo, che non può fermentare poichè completamente priva di zucchero. Inoltre le bacche di ginepro venivano mescolate insieme ad altre spezie, in dosi minori, che avevano il compito di arrotondare ulteriormente il sapore del  jenever. Ed in questo jenever e gin sono due prodotti diversi, visto che spesso il primo risulta più simile al naso ad un whisky giovane che ad un prodotto a base di ginepro.
Il prodotto olandese distillato, infatti, risulta delicatamente profumato e speziato, dalla particolare tendenza dolce grazie all’uso di cereali non maltati. Il jenever fu largamente usato dalle truppe olandesi nelle innumerevoli campagne militari dell’epoca, adottato come “coraggio liquido” prima di ogni battaglia. Per aumentare la tendenza dolce ancora oggi è permesso, nel jenever, aggiungere 20 grammi litro di zucchero per litro al prodotto finale, prima dell’imbottigliamento.
Il Jenever si guadagnò infatti il nomignolo di “Dutch Courage” il “coraggio olandese” e fu adottato entusiasticamente dalle truppe inglesi che lo impiegarono largamente durante le loro imprese belliche. Il contatto fra distillato e soldati ebbe luogo durante la “Guerra dei trent’anni” combattuta fra cattolici e luterani per questioni di interesse, dal 1618 al 1648, al cui termine si ebbe un sostanziale ridimensionamento del potere egemonico della Spagna cattolica sull’Europa centrale.
Il gin grazie alla potenza mercantile di Inghilterra ed Olanda, venne distribuito in ogni porto, in ogni colonia, arrivando in maniera capillare in tutto il mondo, diventando il distillato più conosciuto e venduto, da Singapore a New York.
La diffusione del gin in India, rese possibile la creazione di uno dei cocktail più famosi del mondo, il Gin & Tonic, unendo l’acqua di chinino, poco gradita ai soldati, al nuovo distillato, che con i suoi toni speziati rendeva bevibile il rimedio anti malaria.
Gli ottimi rapporti commerciali con l’Inghilterra favorirono la diffusione del genever nel Regno Unito, che divenne il principale mercato per i distillatori olandesi. Oltre a questo dobbiamo aggiungere anche le vendite fatte nelle fiorenti colonie d’Oltreoceano, come testimoniano le cronache dell’epoca. Solo successivamente gli inglesi decisero di produrre in loco il distillato per affrancarsi dallo dipendenza straniera in un mercato così ricco.
Le cronache olandesi dell’epoca tramandano che i distillatori non facevano tempo a produrre l’acquavite di cereali che questa doveva essere imbarcata sulle navi diretta in Inghilterra. Normalmente era prassi lasciare l’acquavite a riposare per alcuni mesi, ma non ce n’era il tempo.
I Britannici, dimostrarono di apprezzare il jenever, pur essendo grossi conoscitori del processo di distillazione dei cereali, producendo da secoli il whisky in Scozia.
Forse una predilezione per il gusto decisamente morbido o l’eccessivo costo del whisky, ancora prodotto con metodi artigianali in quantità non elevate, giocarono un ruolo fondamentale nello sviluppo del commercio del jenever olandese. Gli olandesi furono anche grossi venditori di enzimi d’orzo per l’ammostamento e di lievito di birra che ogni giorno venivano spediti in Inghilterra.
Vedremo però come in seguito come l’expertise scozzese giocherà un ruolo importante nella produzione del neonato gin inglese.
Le prime produzioni inglesi non variarono di molto lo stile olandese, mantenendo una certa dolcezza del distillato frutto dell’uso di segale, grano e malto d’orzo. Una buona percentuale non era maltata e e questo aumentava la struttura del prodotto. Questo gin dal profilo aromatico molto meno pungente e balsamico era conosciuto come Old Tom gin, ed ancora oggi lo si può reperire in alcuni distillatori di nicchia.
I produttori di Old Tom dichiarano con fierezza che ancora oggi viene prodotto con alcol ottenuto per distillazione discontinua per aumentare la sensazione di rotondità del distillato. Anche la successiva aromatizzazione avviene in piccoli alambicchi discontinui con il taglio manuale di teste e code.
Il gusto inglese variò progressivamente con gli anni e il gradimento si spostò verso prodotti più secchi, la percezione dolce diminuì fino alla creazione di una tipologia a se stante: il London Dry, un distillato dall’aroma pungente e dal gusto più deciso, adatto anche alla miscelazione, nato nel 1742 ad opera di Alexander Gordon. Un importante innovazione fu l’uso di alcol neutro, nata con l’invenzione degli alambicchi a colonna, che resero ulteriormente più secco il gusto al palato.
Nacquero distillerie nelle città portuali del sud dell’Inghilterra, come Plymounth e Brighton, questo perché in esse era più semplice e meno costoso reperire le spezie per la sua aromatizzazione. In queste città avevano sede dei distaccamenti della “Compagnia delle Indie Inglesi” fondata nel 1600, con il chiaro intento di contrastare l’ascesa francese in quell’area strategica. La storia ci dice che la prima ebbe maggior successo e che mise in produzione un gin che ancora oggi è tutelato da “denominazione di origine” che prevede botanici e percentuali rigorose, unite ad uno stile unico di distillazione. Anche in questo caso abbiamo un leggero residuo dolce, ma il profilo aromatico è più vicino ad un London Dry che ad un Old Tom.
gin-6Questa potente impresa commerciale voluta dalla regina Elisabetta I, aveva il quartiere generale a Londra e grazie ad una efficace organizzazione assicurava rapidi e costanti approvvigionamenti di botanici da ogni parte del mondo, ai distillatori impegnati nella produzione del gin.
In Inghilterra la nobiltà continuò a snobbare il gin, preferendo i più raffinati distillati di vino, Cognac e brandy in testa, mentre il popolo, non potendosi permettere il whisky, consumava ettolitri di gin, spesso auto prodotti, di dubbia qualità, che crearono non pochi problemi di salute ai sudditi di Sua Maestà.
Per poter capire cosa significasse il gin e la sua introduzione negli strati sociali inglesi, è molto interessante la visione del film tratto dal famoso libro “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde del 1890, un interessante spaccato della società inglese, letto attraverso gli occhi di un giovane dandy, alla ricerca del piacere, che pur di non invecchiare è disposto ad un patto con il demonio. Il gin viene bevuto liscio, in piccoli bicchieri, come liquore di benvenuto in ogni occasione mondana e non solo, cosa che ci fa intuire quali potessero essere i consumi dell’epoca.
Il 1677 è una data importante per il gin. In questo anno si celebrò il matrimonio fra Maria Stuart e Guglielmo d’Orange. Nel 1688 il nobile olandese sbarcò in Inghilterra, depose il suocero cattolico e venne a sua volta incoronato re. L’ascesa al trono d’Inghilterra di Guglielmo III d’Orange nel 1689, di chiare origini olandesi, favorì la diffusione del genever presso la società inglese.
Egli boicottò in ogni modo il Cognac prodotto dal nemico francese, senza timori di inimicarsi i ricchi commercianti e la nobiltà inglese, grossa consumatrice di questo distillato.
Un anno dopo il suo insediamento, nel 1690, preoccupato dell’egemonia cattolica francese, promungò un editto che proibiva l’importazione del Cognac e favoriva la produzione del gin e dei “corn brandy” distillati legati alla cultura protestante di Olanda e Inghilterra.
La diffusione del gin fu rapida, nel solo territorio di Londra operavano quasi settemila rivendite di liquori che vendevano prodotto importato e autoctono di dubbia qualità. La produzione di gin, deducibile dai dati ufficiali delle accise, toccò i settanta milioni di litri nel 1743, su una popolazione inglese di sei milioni.
Nel 1893 l’export olandese, nonostante le tasse protezioniste del Regno Inglese, era ancora di 4 milioni di litri, segno che la qualità del distillato “pagava”, per così dire, il maggior costo.
Infatti la qualità e la purezza del gin non doveva essere elevata, in quanto non vi era nessun disciplinare a vincolarla e il ben che minimo controllo da parte delle autorità, che si limitavano alla riscossione della tassa.
Spesso per eludere le tasse la distillazione avveniva in casa e si calcola che in quel tempo un abitante su cinque a Londra distillasse in proprio un parte del suo fabbisogno.
I locandieri spesso erano anche produttori e i metodi di distillazione erano alquanto rudimentali, come di bassa qualità era anche la materia prima utilizzata, spesso birra scadente in acescenza. Spesso la distillazione era sostituita dall’utilizzo di essenze, spesso nocive e di dubbia provenienza, che venivano mescolate all’alcol base, senza un preciso criterio. I gin non erano molto limpidi e si ricorse anche a delle aromatizzazioni, di cui la principale fu lo “sloe gin” con le prunelle selvatiche. Oltre che ad una funzione ricostituente, il frutto serviva sopratutto, con il suo sapore acido e persistente a coprire eventuali imperfezioni del distillato.
Rimane famosa la definizione di “Bath pipe gin” (il gin del tubo della vasca da bagno), per definire in maniera efficace la media qualitativa dei distillati di allora, dovuta principalmente alla concorrenza agguerrita che fece della leva del prezzo l’arma principale per catturare nuovi consumatori, diffondendo la piaga dell’alcolismo fin negli strati più bassi della società.
Il costo del gin si abbassò a tal punto che divenne più conveniente della birra, al quale tolse lo scettro di bevanda più consumata in Inghilterra, con conseguenze gravissime, vista la disparità di grado alcolico.
Questo periodo è noto anche come “Gin Craze” tradotto in “Gin Mania” che sconvolse in maniera irragionevole la società inglese del tempo, forse attirata dal miraggio di facili guadagni.
La somministrazione del gin divenne anche motivo di innovazione di servizio.
Tale era la diffusione del consumo del distillato che gli avventori dei pub potevano anche evitare di perdere tempo entrando ed ordinare al banco.
Si diffusero delle insegne di legno dipinte con un muso di gatto nero, chiamato appunto Old Tom, posizionate al di fuori dei pub, lungo i marciapiedi, nel quale era inserita una cannula di ferro, recanti vicino ad essa una fessura. Era sufficiente immettere un penny, per ricevere dal barista, all’interno del locale, una dose di gin dolcificato, da cui il nome della tipologia suddetta, e riprendere quindi il proprio cammino.
gin-10Il gin rappresentava spesso l’unica forma di sostentamento alimentare per l’intere famiglie. Il cibo scarseggiava ed in virtù della sua dolcezza percepita e del suo tenore alcolico elevato il jenever era in grado di fornire energia a basso costo. Il distillato era consumato ad ogni ora del giorno e della notte, con funzione corroborante e lenitiva dei morsi della fame.
L’assunzione di alcol da parte delle donne in gravidanza ebbe conseguenze gravissime sui nuovi nati, tanto che il tasso di mortalità superò quello della nascite. Anche la criminalità e i delitti dovuti all’ubriachezza molesta crebbero oltre misura, destando un vero allarme sociale, come l’alcolismo diffuso tra i minori che minava il futuro della società civile.
Nel 1736 nel tentativo di recuperare risorse e bloccare la folle importazione di jenever dall’Olanda, il governo inglese pose una tassa di 20 scellini, triplicando quella già in essere.
Inoltre il Geneva, per essere venduto, doveva essere ridistillato in loco da un farmacista o da un mastro distillatore. La scusa ufficiale era di evitare che potesse essere venduto un prodotto ricco di metilico o di alcol pesanti, ovvero le code di distillazione dei cereali. Nella realtà per effettuare questa operazione si doveva pagare una “tassa di licenza” di ben 50 sterline ed in questo modo si andavano a rimpinguare le casse dello Stato.
Nel 1751 su volontà di Giorgio II, il parlamento Inglese cercò di porre rimedio tassando pesantemente anche il gin locale, promulgando la legge nota come “Gin Act”, che raddoppiava il costo del distillato, attraverso l’imposizione di una tassa annuale di 50 sterline, la medesima che per gli olandesi, per cercare di porre un freno ai consumi di massa, utilizzando la leva del prezzo.
gin-11La legge di fatto prevedeva la chiusura delle piccole distillerie artigianali, incapaci di pagare questa elevatissima tassa, la proibizione di vendere gin in locali non atti alla somministrazione e la galera per i distillatori casalinghi sorpresi a produrre nei locali adibiti ad abitazione. Si vietava contemporaneamente la produzione di rimedi medici alcolici, elisir di lunga vita e toccasana, perlopiù  messi a punto da cialtroni e falsi medici, con il solo intento di aggirare il divieto.
Il decreto incoraggiava nuovamente il consumo del tea detassandolo, così come nelle intenzioni  riportava la birra, conseguentemente all’aumento del gin, al primo posto nelle preferenze del consumatore. Il rum d’importazione dalle colonie caraibiche divenne improvvisamente più economico del gin ed incrementò la sua popolarità fra gli strati bassi della popolazione.
La legge non sortì gli effetti desiderati, in quanto aumentò il distillato, senza porre degli ammortizzatori sociali in grado di ridistribuire la ricchezza in maniera più equa, abbassando il costo dei cibi alla base della dieta anglosassone.
Il Gin Act divenne un triste capitolo della storia inglese, il provvedimento anti popolare fece scoppiare veri e propri ribellioni nei quartieri poveri della città che a fatica furono domati solo nel tempo.
I piccoli distillatori e le rivendite clandestine fomentarono la rivolta, ma non poterono fare nulla per evitare la chiusura, vista la dura repressione della polizia. Dopo alcuni anni, sortito l’effetto voluto, le tasse ricominciarono a scendere, ma nel frattempo il clima sociale e la piaga dell’alcolismo era quasi del tutto debellata.
Con questa tragica parentesi si debellò l’auto produzione e terminata l’emergenza sociale, si decise di concentrare la produzione in mano a produttori coscienziosi con comprovate capacità professionali.
La qualità del gin migliorò molto, la materia prima era finalmente di qualità, come la gamma di botanici impiegata, vi fu una diminuzione delle malattie legate al consumo smodato di alcol e della delinquenza minore derivante dall’alcolismo.
Uno dei primi distillatori legali a trarre beneficio da questo giro di vite fu lo scozzese Alexander Gordon, che grazie alla sua conoscenza della materia prima e del sapere della distillazione legata alla produzione del whisky, intuì la possibilità di creare una distilleria ed un prodotto con caratteristiche organolettiche superiori.
Si trasferì a Londra e nel 1742 aprì la sua distilleria a Finsbury, deciso ad entrare nella storia, come il primo produttore della tipologia London Dry Gin, la tipologia che nel frattempo aveva preso il sopravvento nei gusti degli inglesi.
Il Gin Act diede una grossa mano a Gordon che in questo modo potè operare in un regime prossimo al monopolio, essendo l’unica distilleria legale ad operare in territorio inglese.
Nel 1793 nacque nella città di Plymounth, la “The Black Friars Distillery”, all’interno di un monastero benedettino, costruito nel 1431, immerso nel parco di Dartmoor.
Il monastero era utilizzato come ultima locazione europea dai frati neri missionari che erano pronti per imbarcarsi per il loro viaggio di evangelizzazione verso il Nuovo Mondo. Sulla nuova bottiglia fa bella mostra di se, in basso a destra uno di questi frati, a ricordare le origini monastiche della distilleria.
La distilleria, la più antica d’Inghilterra ancora operativa, produrra uno dei gin più conosciuti al mondo il Plymounth.
Questo gin ha una gradazione alcolica superiore di 56 gradi, solo 7 botanicals selezionatissimi e uno stile coperto da “Denominazione geografica tipica”, una delle poche doc del mondo dei distillati.
Questo gin ha un leggerissimo residuo zuccherino percepito, che lo pone esattamente a metà fra la tipologia dolce “Old Tom” e “London Dry”, rendendolo unico ed inimitabile nella sua tipologia, che si distingue per il corpo pieno e la struttura possente.
Discorso diverso invece per lo stile “London Dry” che può essere copiato e prodotto ovunque, a patto di rispettare determinati criteri di produzione, come la mancanza di residuo zuccherino, da cui la parola Dry, e la presenza di alcuni botanici codificati, tra cui ovviamente il ginepro. Durante l’era Vittoriana nacque anche lo Sloe Gin, prodotto con un’infusione di prugnolo selvatico che divenne il liquorino maggiormente diffuso e sorseggiato nei salotti dei sudditi di Sua Maestà britannica.
Il gin ritrovata una dimensione qualitativa consona, iniziò a solcare i mari del mondo, trasportato dalle navi commerciali e dai militari inglesi in ogni porto coloniale del Commonwealth.
Di questa situazione si avvantaggiò la Plymouth con il suo Navy Strenght, il gin ufficialmente imbarcato su tutte le navi in partenza dall’Inghilterra, nella quantità necessaria ad assicurare ad ogni membro dell’equipaggio la sua razione giornaliera, che poteva essere miscelata con la razione di succo di lime, ricco di vitamina C a scongiurare la comparsa dello scorbuto.
Nacquero alcuni cocktail semplici come il Gimlet, Gin Tonic e il Pink Gin, tutti inventati nei circoli ufficiali della Royal Navy, (tutti trattati ampiamente nella “storia dei cocktail”), che sancirono la consacrazione del gin a livello mondiale.
I primi due con scopi curativi, difatti il lime del Gimlet proteggeva dallo scorbuto e il Gin Tonic, con la corteccia di chinino dalla febbre malarica contratta dai soldati in India.
Oltre a questi nacquero decine di altre ricette a base gin, spesso utilizzate come battesimo del reggimento, una sorta di prova “di coraggio” da superare per essere ammessi all’interno del gruppo.
La conoscenza e la riproduzione della ricetta era parte integrante dell’addestramento, così come essere in grado di tracannarne un gran numero, durante le serate fra commitoloni.
Nei locali di dove si ballava il Charleston in America impazzava il Gin Fizz, mentre a Londra funzionava molto bene il Tom Collins.  Questi due cocktails furono codificati anche dal grande Jerry Thomas nel suo famoso libro “Bartender’s Guide” sicuramente la più importante pubblicazione di fine 800 e forse di sempre.
Ad inizio secolo il gin venne utilizzato in decine di cocktails, spesso consumati nelle retrovie dei campi di battaglia, mentre al fronte assolse sempre il compito di “coraggio liquido”, come in passato, diventando tranne rari momenti di appannamento, il distillato più richiesto e consumato al mondo.
Il gin non ha mai avuto un picco vero e proprio di consumo, come accaduto ai distillati caraibici, ai whisky scozzesi, o in tempi recenti alla vodka, ma ha sempre mantenuto una schiera di consumatori fedeli, grazie alla miscelazione di classici immortali come il Martini Cocktail e il White Lady.
I principi botanici presenti nella maggioranza dei gin presenti sul mercato variano da un minimo di 7 ad un massimo di 19. Il numero massimo può anche variare, ed è probabile che sul mercato esista qualche prodotto con aromatizzazioni ottenute con un numero superiore di piante. Le nuove tendenze prevedono l’utilizzo di botanici non convenzionali che rendono il gin molto simili a prodotti di “profumeria”. Anche a livello di metodi di distillazione sembra ormai una realtà l’utilizzo di alambicchi da profumo, con piccolissimi capitelli. Tornando ai botanici non essendoci nessuna regola scritta a tutelare la provenienza delle erbe e delle radici di solito i distillatori prediligono queste provenienze: il Ginepro e la Liquirizia sono italiani, per quanto riguarda il primo la miglior qualità pare arrivare dall’Umbria, le scorze di arancio amaro, limone, mandarino e pompelmo provengono dal bacino del Mediterraneo, in special modo dalla Spagna, e dai Caraibi. Unica eccezione il Bergamotto la cui miglior qualità pare sia calabrese.
I semi di cardamomo dall’Oriente, India sopratutto, le radici di Angelica dai Paesi Bassi o dall’Inghilterra, il rizoma di giaggiolo dalla Toscana, i semi di coriandolo dalla Russia, la Cassia dall’India e le mandorle dalla Turchia.
887-sipsmiths-alastair-wiper-25La produzione del gin viene regolamentata da una legge europea emessa nel 2008 che prevede diciture e metodi produttivi che verranno esemplificati qui di seguito.
Il gin era tradizionalmente ottenuto con quattro diversi procedimenti di lavorazione delle spezie che incidevano sulle qualità aromatiche del prodotto finale.
Tre cosiddetti “a caldo” ed due “a freddo”.
Nei primi tre si usava un alambicco a vapore o a fuoco diretto tradizionale.
alambicco fiorentinoSi potevano mettere le spezie in infusione alcolica nella caldaia, su un cestello al di sopra di essa a pochi centimetri dal livello dell’alcol, in modo che solo i vapori di quest’ultimo attraversassero la materia ed infine col metodo Carter Head, dove la massa aromatizzante si trovava in testa all’alambicco dove avveniva la condensazione.
Il quarto, a freddo, era la classica infusione utilizzando una sorta di busta da tè contenente spezie che veniva posta in alcol senza che vi fosse una successiva distillazione. Ovviamente questo gin non era perfettamente trasparente come gli altri tre precedenti metodi.
L’infusione in stile “busta di tè” viene comunque usato anche dai produttori di gin distillato a caldo come sistema per non avere residui all’interno dell’alambicco, poichè non a tutti piace l’idea di cuocere le spezie. I profumi estratti ovviamente saranno più delicati e limiteranno al minimo gli scarti di teste e code.
Il quinto, sempre a freddo, prevedeva l’aggiunta di alcolati (aromi naturali distillati di singoli principi botanici) ad alcol puro, per ottenere una ricetta nel contenuto simile ad un London Dry, ma con un metodo produttivo infinitamente meno caro. Una volta ottenuto l’esatto bilanciamento si procedeva alla diluizione con acqua.
step-2-223x223Il risultato dei procedimenti ” a caldo” era diverso per via della potenza estrattiva a seconda dello stato dell’alcol.
Con il primo metodo le spezie in infusione per un periodo di tempo variabile dalle 15 alle 24 ore cedevano molti dei loro principi aromatizzanti, mentre con il solo passaggio di vapore e con il Carter Head si avevano invece prodotti più delicati. Un sistema adottato da alcune distillerie per avere un’aromatizzazione delicata ma comunque presente è quello di iniziare immediatamente la distillazione una volata posizionate le spezie nell’alambicco. Un periodo di infusione tecnicamente lungo solo 15 minuti non permetterà un’estrazione completa dei principi, lasciando al solo calore il compito. Inoltre le teste sono praticamente pari a zero.
Con l’infusione lunga il procedimento di lavorazione doveva essere veloce per evitare la “cottura” delle spezie, mentre diventa fondamentale il taglio delle teste e delle code per evitare la presenza massiccia degli oli essenziali.
infusione ginQuesto accorgimento produttivo è fondamentale in presenza di una ricetta ricca di elementi delicati quale le bucce di agrume, mentre era meno importante quando nella ricetta vi erano semi, bacche e radici.
Quando si tratta di distillare principi botanici molto delicati o comunque si vuole avere una forte concentrazione dei profumi si utilizzano degli alambicchi detti “fiorentini”(2 foto a destra del capitolo propietà Gwine) di piccola capacità.
Questi alambicchi erano utilizzati dai profumieri per ottenere le loro essenze. Ancora oggi la città toscana ha una grossa tradizione nella fabbricazione dei profumi, si ricordi ad esempio l’Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella. La capacità di concentrazione e di salvaguardia dei profumi di questi alambicchi è proverbiale infatti in essi vengono distillati dai produttori di gin sopratutto fiori che altrimenti verrebbero “spogliati” o cotti.
In tempi recenti sono divenuti una realtà gli alambicchi sottovuoto, conosciuti in Italia con il nome di “Crisiopea” che creando il vuoto all’interno della caldaia favoriscono il passaggio dell’alcol.
caricamento alambiccoCon questo metodo le temperature di evaporazione dell’alcol diminuiscono e pertanto non sono più necessari i 78 gradi per avviare il processo.
Ne guadagno ovviamente le infusioni di spezie ed i tempi di lavorazione in funzione del risultato finale.
Questi piccoli alambicchi discontinui sottovuoto sono stati la chiave di volta per l’inizio della produzione di nicchia e di qualità che si è affacciata sul mercato a partire dal 2009 con la nascita di Sipsmith.
Il passaggio successivo nella produzione fu l’introduzione della distillazione fredda, grazie ad un estremizzazione del concetto di sottovuoto.
Mutuando un sistema derivante dalla produzione farmaceutica erboristica sono stati introdotti da alcuni piccoli produttori i Rotavap piccoli macchinari composti da ampolle di vetro che spinti sottovuoto sono in grado di distillare un infusione alcolica a temperature inimmaginabili per un alambicco tradizionale.
rotary wapIn questo modo i profumi di spezie molto delicate, fiori o miele posso essere estratti, per essere aggiunti successivamente ad un alcol base o ad un gin distillato per aromatizzarlo ulteriormente.
Il limite di queste produzioni sono le quantità, ma i produttori di queste specialità vogliono rimanere assolutamente di nicchia.
Ovviamente la diversità del metodo produttivo, le successive aggiunte e le modifiche al distillato finale, tramite aggiunta di essenze ed alcolati ha costretto i legislatori a coniare nuove definizioni per il gin.
gin infusione Su alcune etichette di gin super premium si potrà leggere il termine “distilled in small batch” la cui traduzione significa “distillato in piccoli lotti” che sotto intende l’uso di piccoli alambicchi discontinui.
L’uso degli alambicchi a colonna per la produzione del gin non risulta conveniente per via del fatto che nel gin il taglio di teste e code non è così dispendioso e lungo, usando a monte alcol raffinato. Le colonne a piatti utili per rettificare non sono in grado di selezionare i profumi dei botanici, cosa possibile con alambicchi discontinui anche di grossa capacità come quelli da whisky ed in seconda battuta da cognac.
Venendo nel particolare qui di seguito vengono illustrati in dettaglio i metodi produttivi suddetti.
Il primo metodo di distillazione è conosciuto come “Steeping”.
Prevede la macerazione dei botanici in alcol, la diluizione del risultato con acqua a gradazioni consone alla lavorazione in alambicco, all’incirca 20/25 gradi, e la successiva distillazione.
il ginLa macerazione a freddo o l’infusione a caldo sono due metodi utilizzati decisamente diversi per il risultato in termini estrattivi. Va da se che la macerazione a freddo abbia tempi più lunghi e rispettosi dei botanici e l’infusione a caldo sia più breve, ma non per questo meno interessante sotto l’aspetto organolettico. Dipende dalla scuola di pensiero, dal posizionamento prezzo del prodotto e dalla volontà del mastro distillatore di ottenere un gin piuttosto che un altro.
Anche la gradazione del solvente alcolico varia da distilleria a distilleria, a seconda dei botanici utilizzati e dalle caratteristiche organolettiche che si vogliono dare al gin.
Si va da un minimo di 25 gradi ad un massimo di 50, mentre non viene quasi mai dichiarato, tranne alcuni casi come Beefeater il tempo di infusione dei botanici, ne la loro quantità.
Carter-Head-Still-basketIn generale i mastri distillatori parlano in maniera vaga di un tempo variabile fra le 15 e 24 ore al massimo. Una permanenza maggiore estrarrebbe troppi oli essenziali rovinando il profilo aromatico anche effettuando tagli importanti di teste e code. Per l’infusione poi vi sono alcuni procedimenti diversi. Alcune distillerie lasciano i botanici in infusione durante il processo di riscaldamento e distillazione, altre filtrano prima il liquido, mentre altre ancora usano grossolani filtri da tè con le spezie che vengono tolti dalla caldaia prima di iniziare.
Una volta ripassato in alambicco il gin ha una gradazione alcolica di 70 massimo 72 gradi, la medesima di molte acquaviti di qualità a distillazione discontinua, mentre il volume del taglio di teste e code non è elevatissimo, trattandosi, già in origine, di alcol alimentare.
Un altro procedimento prende il nome di “Racking”, termine che potrebbe essere tradotto in “scaffalature” che consiste appunto nell’appendere e posizionare più cestelli sopra l’alcol da distillare.
Questo metodo ricorda la cottura tipica della cucina cinese, in questo caso i vapori di alcol, nella loro salita verso il collo di cigno dell’alambicco, si insaporiscono delicatamente dei profumi dei botanici.
bombay-sapphire-gin-london-1Il risultato è un gin dai profumi delicati ed eterei, molto indicato per la miscelazione di cocktail dove la presenza del distillato deve armonizzarsi con altri liquori.
In passato, l’unico gin ad avere un metodo unico ed originale, coperto da brevetto internazionale era il Bombay Sapphire, grazie agli alambicchi detti Carter Head all’interno dei quali le spezie erano posizionate a metà cucurbita, quindi quasi a fondo corsa della risalita dell’alcol etilico. Quest’ultimo passando, estraeva delicatamente i profumi.
A quell’altezza l’alcol infatti è quasi puro ed ha un potere solvente molto elevato, ma comunque più delicato e rispettoso degli oli essenziali rispetto all’infusione.
Questo perchè la cima dell’alambicco risulta meno calda rispetto alla caldaia dove normalmente sono contenute in immersione le spezie. E non potrebbe essere diversamente se non non ci sarebbe la condensazione…
In questa maniera si evita il surriscaldamento delle piante ed una loro sovra-estrazione che potrebbe risultare troppo invasiva.
Con la caduta del brevetto è pensabile che presto altri produttori si avvarranno di questa procedura produttiva.
gonron ginIl gin è molto delicato con profumi molto ben amalgamati, dove il pungente balsamico del ginepro, per effetto dell’estrazione dolce, risulta meno presente che in altri prodotti.
Qualunque sia il metodo utilizzato, anche in questo caso si procede durante la distillazione al taglio delle teste e delle code.
Non per eliminare le impurità dell’alcol, di per se già commestibile, ma le frazioni oleiche e pungenti delle spezie utilizzate.
Inoltre la presenza di oli risulterebbe sgradevole alla vista qualora il gin dovesse essere miscelato con toniche o altri alcolici, formando antiestetiche chiazze o addirittura andando in opalescenza.
Solo il cuore del distillato con i profumi più fragranti diventerà gin.
Questi tre metodi produttivi, l’infusione in alambicco, il cestello sospeso, ed il Carter Head possono fregiarsi dell’appellazione “London Dry Gin” che prevede come disciplinare che alla fine della distillazione non possano essere aggiunti altre aromatizzazioni particolari, sia esse con infusione successiva o con alcolati.
Va detto che questa definizione di gin non è una doc ma un metodo produttivo che, pertanto, può essere replicato in ogni parte del mondo. I prodotti sono moltissimi, normalmente di tradizione, come Gordon’s, Beefeter, Tanqueray Classico e molti altri.
oxley gin macchinarioRecentemente è apparsa anche una dicitura “British London Dry Gin” sul gin Boodle’s proprio per distinguere i prodotti che sono elaborati in Gran Bretagna dal resto del mondo.
I metodi successivi invece non possono farne parte perchè prevedono metodi estrattivi diversi o aggiunte post distillazione.
Cold Distillation, o distillazione fredda sottovuoto. Sfrutta un principio fisico elementare: i vapori di alcol naturalmente salgono verso l’alto in presenza di un atmosfera modificata. La quantità di calore necessaria è minima e viene definita fredda se paragonata a quella tradizionale.
La tecnica mutuata dalla distillazione sottovuoto di alcuni alambicchi tradizionali a riscaldamento a vapore qui è portata all’estremo.
Gli alambicchi sottovuoto possono iniziare a separare l’alcol a temperature di molto inferiori, normalmente dai 60 ai 25 gradi a seconda del “vuoto” praticato.
OXLEY GINMaggiore sarà il vuoto, minore sarà la temperatura poichè l’alcol prodotto incontrerà meno resistenze a salire verso l’alto.
Il nuovo macchinario, che alla vista non ha nulla a che vedere con alambicco tradizionale, si chiama Rotovap ed è composto da bulbi di vetro che andando sotto vuoto possono lavorare a temperature ancora inferiori.
Il calore minimo è assicurato dal bagno maria dove viene immerso il bulbo contenente il prodotto da distillare.
Il vuoto che si ottiene con i macchinari utilizzati per unico gin sul mercato l’Oxley portano il processo all’estremo con un processo effettuato ad una temperatura intorno ai – 5 gradi.
In questo modo le erbe sono “tutelate” al massimo e doneranno solo la parte più fresca dei loro oli essenziali.
Il gin infatti si distingue per profumi delicati, ma altrettanto netti.

bath tune ginUn altro sistema produttivo a freddo è il Cold Compound ovvero la miscelazione a freddo in alcol cerealicolo neutro dei botanici tipici del gin. Questo stile produttivo era molto in auge nel periodo del “Gin Craze”, quando si produceva il famigerato “Bath Pipe Gin” o “Bathtub gin”.
Era sufficiente avere un recipiente, fosse anche la vasca da bagno, per miscelare in infusione le spezie ed gli alcolati per ottenere il gin che, ovviamente, non essendo ridistillato non aveva le classiche caratteristiche di purezza e trasparenza.
Il prodotto si presentava di un colore giallo paglierino, con riflessi verdolini, abbastanza torbido e ricco di sospensioni vegetali.
Questo metodo produttivo, molto più economico, non necessitando di alambicco, fu abbandonato con la fine della “Follia del Gin”, ma oggi, per via di un certo ritorno al passato ed al classico alcune aziende stanno tornando a proporlo, ovviamente utilizzando spezie ed alcol di prima qualità, mantenendo solo il solo pack spartano a ricordare il periodo.
Zuidam-Dry-GinL’ unico esempio attualmente in commercio è il Bathtube Gin un prodotto solo all’apparenza “dozzinale” ottenuto con pregiato alcol cerealicolo in discontinuo e spezie.
Infine, il più nuovo e recente dei procedimenti, decisamente inusuale, ma assolutamente il più costoso, che trae ispirazione dal Blending, proprio di altre realtà, quali whisky o Cognac.
Alcuni produttori, consci del fatto che i botanici utilizzati hanno caratteristiche organolettiche diverse, legate sia al grado alcolico di macerazione, sia alle temperature di estrazione nell’alambicco, stanno testando con successo infusioni e distillazioni separate dei singoli botanici ed il loro successivo mescolamento.
La “Distillazione separata” permette di sfruttare al massimo la curva di rendimento di ogni singola erba o spezia. Un esempio pratico analizzando la curva di resa dei botanici: se le scorze di limone si “cuociono” presto, il legno di liquirizia ha bisogno di maggior gradazione e temperatura per rendere al meglio.
spitits-old_tom_gin-smIl blend successivo permette anche di poter “aggiustare” il naturale calo e le variazioni stagionali che caratterizzano i profumi, sempre diversi, che di anno in anno hanno i frutti della Natura. In questa tecnica si denota l’ottima prova offerta dalla Zuidam di Baarle-Nassau che viene trattato qui di seguito.
Infine il “Distilled Gin” metodo utilizzato per realizzare particolari aromatizzazioni o cromie successive alla distillazione del liquido alcolico ottenuto. Il produttore che decida di produrre un gin di qualità con una particolare “firma”, che deve essere aggiunta necessariamente post-distillazione, ad esempio lo zafferano, dei lamponi o un particolare aroma, deve avvalersi di questa denominazione. Il passaggio in alambicco non permette infatti il passaggio delle molecole pesanti quali sono quelle dei colori, ma sopratutto, a causa del calore, rischia di compromettere la fragranza di determinati frutti, verdure, fiori, quali camomilla, boccioli o foglie di lampone.
Gli esempi classici sono il London Blue Gin di colore azzurro grazie all’infusione di fiori di gardenia e il Pinkster un gin al lampone, delicatamente fruttato che si avvale anche del temine di fantasia di “British Gin” che non trova altri riscontri in altri prodotti. Di questa categoria fa parte anche l’Hendrick’s, il cui aroma di cetriolo è aggiunto successivamente poichè la sua freschezza non potrebbe resistere alle temperature dell’alambicco.
L’Old Tom Gin, prodotto classico e storicamente rilevante, non rientra nella categoria London Dry. La massima diffusione del prodotto fu fra la metà e la fine del 1800, quando divenne protagonista assoluto della miscelazione. Il complesso botanico ed il profilo aromatico di questo gin rimangono nel solco classico della tradizione con il ginepro ben in evidenza. La particolarità di questo distillato era la percezione dolce, trattandosi del diretto discendente del jenever, che al tempo godeva del massimo successo. In alcuni jenever ancora oggi è ammesso un aggiunta di zucchero pari al 4%.
3-haymans-ginProbabilmente anche alcuni vecchi Old Tom potevano arrivare a tali percentuali. Inoltre per ottenere tale percezione dolce si usava un particolare mix di cereali per la realizzazione dell’alcol base. La presenza di grano, mais ed avena assicurava sentori di pane ed una naturale dolcezza intrinseca. Infine l’uso di particolari botanici in abbondanza, quali la liquirizia, donavano al distillato una piacevole morbidezza. A queste pratiche si aggiungeva, facoltativamente, anche l’uso dello zucchero.
In alcune realizzazioni questa esisteva ma rimane, ancora oggi, compresa entro il 2%.
Inoltre la distillazione dell’Old Tom è sempre realizzata in piccoli alambicchi discontinui che contribuiscono in maniera determinante alla rotondità del risultato. In questa tipologia possiamo trovare realizzazioni diverse, la prima trasparente ridistillata,  realizzata dalla Hayman’s, storica famiglia di distillatori ed un “Cold Compound” della Ranson’s, azienda americana che produce un Old Tom la cui aromatizzazione non viene passata in alambicco, donando una tonalità ambrata. Sempre trasparente , di scuola classica lo Jensen, Old Tom londinese di gran moda fra i bartender della capitale inglese. In questa categoria figura anche la proposta della Master of Malt la medesima che produce il Bathtub descritto poco sopra. La categoria non conta molte altre realizzazioni, nonostante il ritorno di fiamma del cocktail Martinez.

 

Non bisogna pensare che gin e jenever attuali siano parenti stretti, pur condividendo filosofia produttiva e una aromatizzazione di fondo simile. Il Jenever tradizionale viene prodotto utilizzando tre cereali, di cui segale e mais non sono maltati, mentre il gin utilizza quasi esclusivamente, a meno di particolari ricette, alcol neutro di origine cerealicola. I sentori di granaglia sono ben presenti nel Jenever, mentre sono quasi assenti nell’alcol base del gin, molto più simile ad una vodka. L’aromatizzazione pur avendo molti botanici in comune, come ginepro, liquirizia, coriandolo e scorze di limone, si trova in percentuali più basse nel Jenever, tanto che in alcune proposte invecchiate, il naso è più simile ad un whisky che ad un gin. Il London Dry normalmente fa largo uso di ginepro e scorze di agrumi per avere freschezza, caratteristica meno predominate nel collega olandese, pertanto un loro interscambio in miscelazione deve essere ben ponderato. Ogni altro approfondimento sul jenever si trova nel capitolo “Altri Distillati”.
plymouth_gin_bottles2_CarouselIl mercato dei gin ha visto la nascita recente di prodotti super premium, sull’onda della moda dei premium drink,  in altre parole, cocktail tradizionali riproposti e miscelati con distillati di altissima qualità.
Plymount, della cui importante storia si è già parlato sopra, ha recentemente ha rinnovato il pack in un ottica super premium: una bottiglia sinuosa con etichetta ovale, chiusa da un elegante tappo in rame a richiamare il materiale di cui sono composti gli alambicchi della distilleria.
La gamma comprende l’ottimo Navy Strenght a gradazione piena che consta di 57 gradi, il classico Plymount e lo Sloe Gin, il classico liquore aromatizzato con le prugnole selvatiche.
Salespager_Tanqueray_Old_TomLa Tanqueray, fu fondata nel 1830 da Charles Tanqueray che alla giovane età di 20 anni decise di aprire una distilleria propria, a Bloomsbury, nei sobborghi di Londra, per cavalcare il mercato e la crescente richiesta di gin di qualità.
Il successo del suo gin fu quasi immediato, diventando uno dei prodotti preferiti dai barman di allora per la miscelazione dei primi cocktail. A livello olfattivo il Tanqueray London Dry è la celebrazione del ginepro, come botanico preponderante con il suo profumo resinoso, balsamico e tannico.
Per identificarlo ancora di più con la città di Londra il gin venne imbottigliato a partire dagli anni 50, nella caratteristica bottiglia a forma di idrante.
Dopo l’incendio rovinoso del 1666 che distrusse praticamente mezza città gli idranti furono sparsi in tutta la città, diventando parte integrante dell’arredo urbano, questo per scongiurare altre tragedie del genere. Gli incendi domestici erano molto frequenti all’epoca a causa della quasi totalità delle architetture portanti in legno e si hanno notizie di molte distillerie andate a fuoco a causa di alambicchi fuori controllo.
Parlando di incendi e distruzioni non si può non citare le devastazioni che toccarono alla distilleria durante il 1941, anno della battaglia di Inghilterra, che vide fronteggiarsi la forza aerea britannica e tedesca.
I tedeschi volevano invadere l’Inghilterra e diedero il via ad una campagna di bombardamenti incessanti su Londra, che distrussero praticamente la distilleria e dalla quale fu salvato soltanto un alambicco detto “Old Tom” con il quale probabilmente si era soliti in passato produrne la tipologia.
L’alambicco oggi si trova a Cameronbridge, in Scozia, dove, è ora ubicata la distilleria.
La Tanqueray ha lanciato sul mercato un super premium chiamato “10”, che oltre al classico ginepro pone in infusione scorze di agrumi freschi, fiori di camomilla e altre spezie pregiate, distillandole in un piccolo alambicco discontinuo tradizionale chiamato “Ten”, presente da sempre in distilleria ed usato solo per piccole produzioni. La vecchia bottiglia del Ten voleva ricordare nella forma uno shaker anni 20, l’epoca d’oro del gin, in cui vennero inventati alcuni dei cocktail immortali con questo distillato. Nel 2014 la bottiglia è stata cambiata in una più moderna con bellissime coste in rilievo.
Sempre in questo anno ha invece rivisto la luce una delle più antiche ricette della casa, l’Old Tom che viene imbottigliato nella classica bottiglia ad idrante con un etichetta vintage molto bella.
Il prodotto è molto ben eseguito ed è pronto per essere miscelato nei grandi classici.
tanqueray nuovaLa gamma viene completata dal Rangpur, un gin decisamente agrumato e ricco, il nome infatti deriva da una qualità di pregiati lime, le cui scorze sono utilizzate per arricchire l’infusione.  Il gin risulta essere decisamente interessante se utilizzato per il classico Martini o un fresco Gin Fizz.
L’azienda ha anche rimesso in produzione, dopo averlo discontinuato nel 2001, il Malacca un gin dal tono più morbido ed agrumato, dove il ginepro non è il principale botanico, ma viene smorzato nei toni da cannella e scorza di pompelmo.
A dimostrazione del cambio di botanici non si fregia della “doc” London Dry, così come la gradazione alcolica che scende a 40 gradi contro i 47 del brand di riferimento. In precedenza il gin fu lanciato con grandi aspettative, ma non fu capito, e pertanto fu deciso il suo taglio.
Paradossalmente dopo questa decisione si alimentò un mercato delle bottiglie rimaste che lievitarono di prezzo sul web, creando una nuova attenzione sul prodotto.
Il gin, la cui ricetta si basa su una versione morbida del London elaborata dallo stesso Charles Tanqueray nel 1839, che voleva dare un alternativa più aromatica ai barman del tempo. Il nome Malacca, uno stato della Malesia, forse vuole richiamare le spezie esotiche utilizzate nel gin e il suo utilizzo per il Singapore Sling…
GORDONS GREENLa Casa lo consiglia invece per la preparazione dell’Aviation Cocktail, un grande classico, trattato nel paragrafo dedicato del sito e il Turf Club, una sorta di variante del Martinez con gocce di assenzio, eseguita
con vermouth secco francese invece che con rosso dolce italiano. Per pura conoscenza, il Turf Club è un club esclusivo per soli uomini aperto a Londra nel 1861, la cui fama è ben nota fra i Londoners.
Il lancio di un numero limitato di cartoni, 9.000, è previsto per il 2013 per il solo mercato americano, mentre l’azienda annuncia che sul quaderno segreto del fondatore ci sono altre ricette segrete che aspettano di essere prodotte. La cosa non stupisce poichè tutti i distillatori e liquoristi dell’epoca avevano un quaderno su cui segnavano ricette, tentativi ed esperimenti.
Non dimentichiamo infine che l’azienda è proprietaria della marca più importante del mercato, la più conosciuta e distribuita in assoluto: la Gordon’s, l’azienda che ha contribuito in maniera fondamentale alla conoscenza del gin e che tuttora rappresenta uno standard qualitativo di riferimento.
La bottiglia ha subito numerosi restyling sia di colore che di etichetta, fino all’attuale verde, mentre risulta declinato nel classico Sloe Gin e nei modaioli fiori di sambuco e “crisp cucumber” ovvero al cetriolo.
Nel nord Inghilterra viene prodotto il Whitley Neill che risulta essere forse fra i più originali London Dry prodotti negli ultimi anni.
whitneyIl gin nasce dalle due passioni del titolare : il gin e l’Africa, la terra natale della moglie.
Il Mal d’Africa probabilmente ha colpito il titolare della distilleria, cosa non difficile nella piovosa Liverpool, sede dell’azienda. La scelta del botanico per connotare questo distillato cadde sul frutto del Baobab, l’imponente albero, conosciuto in Africa come Albero della Vita.
La bottiglia si presenta in una elegante livrea nera satinata che ha sostituito quella più classica in vetro ed etichetta amaranto che si trova ancora su qualche bancone di bar.
La polpa fibrosa del frutto è ricca di vitamina C, di acidi utilissimi alla dieta umana ed antiossidanti. Oltre a questo frutto l’altro botanico originale presente è l’alchechengio, noto anche come phisalys peruviana, il frutto arancione con le ali “di tessuto” come ricordano i poeti futuristi. Il gin viene prodotto in piccoli ed antichi alambicchi di rame che assicurano una qualità premium.
old raysAltro prodotto interessante è Old Raj, (ispirato al nome British Raj ovvero l’impero britannico in India), prodotto in una distilleria della cittadina scozzese di Campbeltown, una delle quattro aree storiche dedicate alla distillazione di whisky.L’expertise dell’azienda gioca un ruolo molto importante infatti la William Cadenhead è il più antico degli imbottigliatori indipendenti ed tuttora uno dei maggiori negozianti ed elevatori britannici di whisky e rum demerara. Trattandosi di una delle aziende più prestiose inglesi vale la pena narrare la loro storia.
L’azienda fu fondata nel 1872, ed alla morte del fondatore nel 1904, passo a suo nipote Robert W. Duthie. Nel 1931, durante la grande depressione, quest’ultimo muore accidentalmente attraversando la strada, proprio mentre si stava recando  alla banca per chiedere nuova liquidità. L’azienda passa alle due sorelle di Duthie che ben poco conoscevano del mercato. Blackwoods_gin_2008__28293.1324302119.1280.1280Pensando di far bene, affidano la conduzione commerciale ad un’impiegata di lungo corso dell’azienda, mrs Ann Oliver che però si rifiuta di stare al passo con i tempi e prende alcune decisioni avventate, segnando il declino dell’azienda. I magazzini sono pieni di prodotto e viene presa la decisione di monetizzarli cedendoli a Christie’s che organizza l’asta più grande del tempo di distillati e vini.Il 3 e 4 ottobre 1972 va in scena quella che tuttora probabilmente è l’asta più grande di tutti i tempi di alcolici che permette di realizzare profitti ben superiori alle aspettative che coprono l’intero debito e creano profitto.L’azienda viene successivamente alla Mitchell’s & co. proprietaria della Springbank che continuano la tradizione del fondatore.
I prodotti non sono i classici London Dry poichè in entrambi viene messo in post produzione dello zafferano, la spezia preziosa, che connota al colore ed al gusto il prodotto.
I gin hanno un pack che differisce nel colore, il rosso a 46 gradi ed il blu a 55.
Sempre dalla Scozia arriva un gin super premium, il Blackwood’s prodotto a Lerwick, paesino capoluogo delle fredde e ventose isole Shetland, prodotto praticamente autarchico, in cui, se si esclude il ginepro dell’Umbria e la scorza di lime, gli altri aromatizzanti sono tutti autoctoni dell’isola, come la menta acquatica selvatica e la rosa marina per un bouquet che parla di territorio, unico nel suo genere. Il gin ha la particolarità di avere le annate che vengono segnalate in etichetta.

botanistParticolarità unica nel suo genere che trae ispirazione da una verità sacrosanta.
Infatti ogni pianta ha la sua stagionalità influenzata dai cicli di climatici fatti di sole e pioggia, pertanto con questo gin, si ha la possibilità, con un naso attento, di cogliere queste sfumature che sono proprie solo del vino e di alcuni distillati come l’armagnac.
Anche la distilleria di Bruichladdich, molto conosciuta per il suo single malt, ha prodotto il suo gin “di territorio”.
Il nome Botanist Islay Gin (partesa.it)  ben descrive la provenienza del prodotto e la profusione di spezie, ben 22, di cui 15 indigene scozzesi e 7 internazionali utilizzate per la sua aromatizzazione. Le erbe locali sono raccolte da botanici professionisti nel rispetto dell’ambiente. Il “naso” del prodotto è eccellente, intenso e complesso che rende in maniera significativa l’ampio bouquet utilizzato in produzione. Un prodotto da bere quasi liscio, accompagnandolo che una semplice tonica, per enfatizzare i profumi.
Il gin ha anche la sua Doc, utilizzando il nome che già viene dato ai whisky, torbati e strutturati dell’area scozzese delle isole. Ma non si venga tratti in inganno, qui non c’è traccia di sentore affumicato. Nel 2014 l’azienda ha cambiato bottiglia, passando da una squadrata, non agevole all’impugnatura, ad una sofisticata bottiglia cilindrica ben più agevole.
Sul vetro in rilievo abbiamo scritti i botanici contenuti nel gin che, particolare non irrilevante, aumentano il “grip” della mano sulla bottiglia e creano una piacevole sensazione tattile.
Da Edimburgo arriva l’Edinburgh Gin, prodotto superpremium, distillato in un piccolo alambicco scozzese vecchio di 200 anni, chiamato amorevolmente “Jenny”. Oltre ai botanici classici si contano l’erica e il latte di cardo selvatico, che connotano come scozzese “il naso” di questo gin.
Molto bello il pack estremamente curato ed essenziale nei toni del nero e grigio.
Dalla compagnia scozzese VC2, proprietaria di birrifici ed alambicchi, con cui produce anche una vodka, arriva Boe Gin,(compagniadeicaraibi) un omaggio al probabile padre inventore del gin, Franziscus Silvius de la Boe.
Il gin viene prodotto nel villaggio di Doune, utilizzando 13 botanici in cui è inclusa anche una firma territoriale: la Cassia Selvatica che cresce spontaneamente nell’Isola di Skye.
Il distillato porta un nome importante, quindi viene prodotto nel massimo rispetto della tradizione con ambizioni super premium dichiarate.
La sua distillazione avviene attraverso gli alambicchi Carterhead, un brevetto che fino a poco tempo fa apparteneva alla sola Bombay ed il cui funzionamento è spiegato poco sopra.
Questi alambicchi discontinui di piccole dimensioni sono in grado di “firmare” il gin grazie all’estrazione degli oli essenziali e dei profumi delle spezie in modo diverso rispetto agli altri metodi.
Il vapore d’alcol arriva alla cima dell’alambicco dove sono contenute in cestelli le spezie, ma essendo a fine corsa nel capitello è meno caldo, pertanto con un potere estrattivo più rispettoso delle piante.
I botanici utilizzati sono 13,ed includono lo zenzero, la cannella, cardamomo e liquirizia. Il gin al naso è comunque classico, netto di ginepro, finemente speziato, fresco e rinfrescante grazie alla cospicua parte agrumata.
Per chiudere con la Scozia, si deve parlare assolutamente parlare di Heindrick’s che raggiunge ottimi consensi tra i consumatori grazie anche all’uso di botanicals originali: il cetriolo e i petali di rosa, coltivati personalmente dal distillatore, che donano complessità e freschezza al distillato. La moda di includere la fetta di cetriolo nel Gin Tonic e in ogni altra miscela sodata, come il Moscow Mule, che nei fatti è un errore, ha avuto nell’Heindrick’s il suo precursore e mentore. Questo gin è probabilmente il fenomeno di mercato di questi anni, poichè ha dato inizio alle personalizzazioni originali delle infusioni, che hanno cambiato per sempre il mercato.
Molto bella anche la bottiglia in vetro scuro, dal sapore vintage come le immagini utilizzate per il suo lancio, che completano la manovra di marketing più bella degli ultimi decenni nel campo degli spirits.
Anche il Galles ha il suo gin con il Brecon,un super premium di alta gamma, dal pack molto curato, prodotto con botanici d’eccellenza provenienti da ogni parte del mondo e l’acqua purissima del Parco Nazionale di Brecon Beacons.
Una curiosità: le bacche di ginepro, normalmente provenienti dall’Italia, in questo caso sono acquistate in Macedonia, nel sud dei Balcani.
Prodotto dalla distilleria Penderyn, già famosa per avere prodotto il primo single malt whisky del paese, si basa su una ricetta antica di 100 anni. Il gin ha vinto nel 2011, il “Gold best in Class” alla IWSC, l’International Wine & Spirits Competition.
Scendendo verso Londra, incontriamo la distilleria Greenall’s con sede a Warrington, nel nord dell’Inghilterra, fondata nel 1761, che produce un raffinato gin in linea con la tradizione, ottenuto con una distillazione lenta e meticolosa, che , caso unico nel panorama gin, è seguita dall’unica Master of Distillers donna, Johanne Simcock Moore.
GREEN HALSIl prodotto nel 2014 è stato rivisto nel pack e la scura etichetta verde è stata sostituita da una blillante bottiglia faccettata in cui si riflette una serigrafia. Vista la presenza femminile in azienda, il gin Greenall’s ha una sua declinazione arricchita con fiori e boccioli, il caprifoglio su tutti, che ne ingentiliscono il bouquet, completato anche con camomilla e scorze di pomelo (un agrume simile ad un grosso pompelmo con la buccia verdolino-arancione). Il nome del gin non poteva che essere Bloom Gin, ovvero “gin bocciolo” (di fiore n.d.r).
Il gin è prodotto in piccole quantità in alambicchi da whisky e l’etichetta della bottiglia è millesimata riportando in bella vista l’anno di produzione, cosa che nel campo dei distillati di cereali aromatizzati di pronto consumo ne fa un vezzo unico nel suo genere. La Greenalls recentemente ha iniziato la produzione di un nuovo gin il Brockmans un prodotto super premium che dovrebbe inserirsi nella fascia alta del mercato. Il pack molto curato e la bottiglia nera lo distinguono dal resto della produzione. I botanici , come da tradizione inglese non sono numerosi, solo 10 e vengono posti in infusione fredda nell’alambicco per 24 ore, prima di procedere alla distillazione.
Il profilo organolettico è molto classico con coriandolo, liquirizia ed angelica, ma non manca un pizzico di novità dato da mirtilli e blackberry.
GIN BEEF INVECCHIATOOltre ad essi ricordiamo con una buona penetrazione di mercato di Gilbey’s e Beefeater fondata nel 1820 e successivamente acquistata nel 1863 da James Bourrogh, un farmacista originario del Devon che fece fortuna in America, per 400 sterline.
Egli cambiò il nome da Chelsea Distillery a Beefeater, nome che traeva ispirazione dai guardiani della torre di Londra, veri simboli viventi della città che anticamente avevano anche il compito di assaggiare la carne prima del Re , per verificare se essa fosse stata avvelenata.
La distilleria, seguendo la tendenza dei prodotti cosiddetti premium, ha lanciato sul mercato il brand 24, un gin il cui numero ricorda che i 12 botanici selezionatissimi del gin sono messi in infusione (steeping) per 24 ore. Un lasso di tempo importante che permette un’estrazione importante dei profumi ma che implica un taglio del distillato diverso per evitare i troppi oli essenziali. Il mastro distillatore della Beefeater Desmond Payne ha messo a punto anche un Winter Edition un prezioso gin con i botanici di “stagione” quali cannella, molto utilizzata nei dolci natalizi, pinoli, scorze di arancia Siviglia e noce moscata, per la creazione di un gin con profumi “caldi”, ideale per il consumo invernale.
3-haymans-gin - CopiaLa distilleria completa la sua gamma con un prodotto invecchiato in legno, il “Bourrogh Reserve”, traendo ispirazione dal nome del fondatore. L’etichetta recita “rested in oak”, ovvero riposato in legno, senza indicarne il tempo di permanenza. Il prodotto ha una veste paglierino chiara ed un profilo arrotondato e morbido come si conviene ai distillati o amari che utilizzino erbe e che sostino in legno. L’elevazione in botte ha il merito di smussare gli angoli, che nel classico London Dry sono rappresentati dal profumo pungente del ginepro.
Sempre in Inghilterra troviamo la Hayman’s di proprietà della più antica famiglia di distillatori del Regno Unito, impegnata nella produzione di gin fin dalla metà del 1800.
Il fondatore della distilleria in tempi recenti (fine anni 90) altri non è che Christopher Hayman il diretto discendente di James Borrogh, il fondatore della Beefeater, che lasciata l’azienda di “famiglia”, dopo cinque generazioni, alla fine degli anni 80, decise di mettersi in proprio e sfruttare le sue conoscenze di “Master of Distiller”.
Produce tre specialità : un London classico in alambicco discontinuo, con i classici 8 botanici del gin, un Old Tom Gin , con percezione dolce, decisamente rotondo e profumato ed un liquore a base di erbe e radici ricercate, fra cui spicca la liquirizia. Il produttore dichiara alla produzione un’aggiunta di zucchero del 2%.
Il cocktail da eseguire con questo drink è il Pink Gin, ma l’azienda suggerisce anche un classico Martini Cocktail che risulterà meno secco del solito, così come può dare grandi soddisfazioni nel gin tonic.
Un’altro gin interessante nel Regno Unito è il “Fifty Pounds” il cui nome si rifà alla pesantissima tassa di 50 sterline annua, messa in atto dal governo nel “Gin Act”, con cui si voleva contrastare l’alcolismo e il dilagare delle distillerie artigianali.
La distilleria che lo produce ha sede nel sud est di Londra, lungo le rive del Tamigi da cui prende il nome (Thames Distillery) ed utilizza un metodo produttivo che vede 5 distillazioni, che donano un gusto pulito al prodotto ed una gradazione alcolica di 43.5 gradi.
Parlando di tasse e repressioni, non si può non citare il gin 1599 dedicato all’anno di nascita di Oliver Cromwell, il cui nome viene riportato in etichetta. Risulta abbastanza divertente ed ironico il nome scelto dai produttori di questo gin infatti Cromwell fu uno dei maggiori reazionari della storia inglese, puritano convinto che vietò il make-up alle donne, chiuse teatri con spettacoli licenziosi e sopratutto moltissimi pub. Si rese responsabile anche di orribili massacri di irlandesi cattolici, pertanto non gode tuttora di buona fama nel paese degli shamrock, dove siamo sicuri che non verrà distribuito…
1559Il gin a lui dedicato è un prodotto in linea con la sua persona, sicuramente “Old scholl”, in qualche modo reazionario e molto tradizionale nei botanici, infatti se si assiste ad un proliferare di nuove spezie, nel “1599″, il ginepro torna ad essere centrale. L’etichetta recita “small batch” ovvero piccolo lotto, sinonimo, nel mercato del gin di una produzione curata ed artigianale in poche bottiglie.
Al naso infatti si percepisce molto chiaramente la nota balsamica che ben si sposa al cocktail classico della tradizione inglese, il Gin&Tonic.
Il distillato ha vinto nel 2010 il premio come miglior gin al IWSC.
Sempre sulle rive del Tamigi, incontriamo la distilleria della famiglia Christies, che produce l’omonimo London Dry seguendo un’antica ricetta tradizionale che prevede granaglie inglesi e botanici selezionati, come in linea con la tradizione è la bottiglia nella forma originale utilizzata dai Londoners per il loro distillato.
Parlando di famiglie famose, bisogna parlare del gin Buckingam, prodotto che porta il nome in onore di una influente dinastia , in grado di dare il nome al più famoso palazzo del Regno Unito.
Gin aromatico e speziato in linea con la tradizione londinese, come molto British è l’etichetta dove capeggia il Leone Rampante simbolo dell’Inghilterra.
GIN BOODLESSe si parla di esclusività il Boodle’s (partesa.it) non ha quasi eguali.
Il suo nome deriva da uno dei circoli per soli uomini più prestigiosi di Londra, fondato nel 1762 nel ricco quartiere di Pall Mall.
Fra i suoi iscritti figuravano Winston Churchill e Ian Fleming, il celebre scrittore che diede vita a James Bond, la fascinosa spia di sua Maestà Britannica.
Non è escluso che il mitico Vesper non sia stato concepito proprio su questo banco bar e che Winston Churchill non eseguisse proprio qui il suo famoso e rituale saluto alla Francia bevendo il suo Martini, invero un gin liscio opportunamente raffreddato.
Il gin era il “distillato” della casa e fu messo a punto dalla Russel Company nel 1845 che ne curò la ricetta, invero molto classica, con 9 botanici, che ancora oggi evidenzia il ginepro come principale aromatizzante.
Interessante la presenza di rosmarino e noce moscata, mentre
martin millersProdotto con alambicco a sottovuoto, si fregia dell’orgogliosa dicitura British London Dry Gin a distinguere come esso sia distillato sul suolo britannico.
Come sappiamo infatti il London Dry può essere prodotto ovunque nel mondo.
Viene elaborato dalla Greenall’s ed è stato oggetto di rilancio nel 2013.
La palma del gin più ricercato e dal percorso produttivo più dispendioso spetta assolutamente al Martin Miller’s Gin , nato da un idea sicuramente eccentrica di tre amici di Notting Hill, l’esclusivo quartiere di Londra.
Capitanati dal sig. Miller i tre gentiluomini decidono di produrre un gin senza guardare costi o problematiche logistiche, ma con il solo obiettivo delle qualità assoluta. Il prodotto è distillato nel cuore dell’Inghilterra, utilizzando i botanici classici della tradizione inglese, lo splendido alambicco discontinuo utilizzato ha un nome, Angela ed è stato costruito da Jonh Dore (equiparando il mondo della distillazione a quello delle auto, Dore è pari alla gloriosa Rolls Royce), infine il distillato viene trasportato per 3000 miglia, fino in Islanda, ai piedi dei maestosi ghiacciai.
brokers-gin-L’acqua di questi ghiacciai è dieci volte più pura di ogni acqua minerale presente sul mercato, per la semplice ragione che il ghiaccio accumulato risale, negli strati più bassi, a prima della rivoluzione industriale, viene addizionata al distillato che viene riportato in patria per la vendita.
La bottiglia è stata rivista con l’applicazione di un etichetta che comunica il costoso processo produttivo recitando infine :”England Distilled Iceland Chilled”
Il Broker Gin (compagniadeicaraibi) un prodotto di ottima fattura, il cui titolare Martin Dawson ha una lunga esperienza come direttore commerciale della Allied Domecq.
La distilleria dove viene prodotto è a Birmingham ed ha una storia di 200 anni, come la ricetta del gin , scelta fra molte altre, la cui bottiglia ha come tappo, il caratteristico copricapo inglese, la bombetta, adottato dai broker di Londra e dal mitico ispettore Poirot.
Parlando di mestieri non poteva mancare il Barber’s Gin un classico prodotto London Dry di elevata qualità, importato dalla Rinaldi (Rinaldi.it).
Trae il suo nome dai  tempi lontani in cui i barbieri londinesi esercitavano l’arte chirurgica e dentistica.
GIN BARBERSIl simbolo del barbiere, ovvero la sua caratteristica ed antica insegna, rappresentata da un cilindro a strisce rosse e bianche, rappresentava appunto le bende bianche e rosse di sangue che spesso erano appese ad asciugare fuori dal negozio.
Nel 1745, visto il diffondersi della medicina e del mestiere del medico,  il sovrano di Gran Bretagna, Giorgio II, separò con un suo decreto reale le due professioni.
Ai barbieri del regno fu comunque consentito di continuare a utilizzare il prodotto alcolico più diffuso dell’epoca, il gin, che oltre a essere bevuto poteva essere impiegato nelle botteghe come disinfettante e come lozione dopobarba, per via della gradazione alcolica elevata, prossima ai 57 gradi.
L’azienda produttrice del Barber’s London Dry Gin, la “Thames Distillers”già descritta poco sopra.
Barber’s London Dry Gin è prodotto in piccoli lotti, ed ogni bottiglia riporta il numero di partita produttiva.
sipsmithUn altro prodotto altamente artigianale arriva dalla Sipsmith, anche in questo caso due manager importanti, il primo, Sam Galsworty direttore vendite della Fullers brewery di Londra e il secondo Fairfax Hall della marketing strategies di Diageo, decidono di licenziarsi dai precedenti lavori e di fondare una micro distilleria che produca un gin super premium in piccolissime quantità.
I due vulcanici fondatori si ripromettono di seguire l’esempio americano, dove le micro distillerie stanno letteralmente spopolando, affidandosi ad un uomo di esperienza come Jared Brown e scegliendo uno storico quartiere l’Hammersmith di Londra, patria del London dry, per la sede della distilleria.
I due ragazzi oltre che essere ottimi distillatori sono anche ottimi public relations manager ed organizzano diverse iniziative che hanno lo scopo ben preciso di raggiungere il consumatore.
Il prodotto è ottimo e rivela una cura produttiva importante. La gamma proposta parla di tradizione con il classico London Dry e lo Sloe. Originale anche l’etichetta con una testa di cigno, per chi non lo sapesse infatti la parte alta e finale dell’alambicco si chiama proprio “collo di cigno” per via della sua forma curva ed affusolata.
TreeVodkaJensenBermondseyGinSeguendo questo movimento di riscoperta delle radici tradizionali del gin che passa attraverso l’apertura di micro distillerie artigianali frutto della passione di produttori molto giovani, nasce il Jensen Bermondsey Gin.
Il produttore è Chistian Jensen un ragazzo danese, privo di conoscenze specifiche, ma appassionato di gin che anni addietro scoprì , innamorandosene, alcuni prodotti di tradizione grazie ad un amico barman.
Partì quindi per l’Inghilterra deciso a produrre nuovamente un prodotto di tradizione, privo dei botanici innovativi che avevano caratterizzato gli ultimi anni di produzione internazionale.
Per produrre questo gin si avvalse della consulenza di un mastro distillatore a cui propose la sfida di riprodurre nuovamente un prodotto in stile Old Tom. Questo gin ora è prodotto in una piccola distilleria nei pressi di Londra, in piccoli alambicchi ed in modeste quantità. Il profilo organolettico del distillato è assolutamente tradizionale con il netto profumo di ginepro, così come l’apporto degli altri botanici classici come l’angelica e il coriandolo. Il mix di cereali utilizzato e la distillazione in alambicchi discontinui dona una leggera percezione dolce. Il produttore infatti non dichiara l’aggiunta di zucchero lasciando ai cereali ed alla liquirizia il compito di rendere morbido il suo distillato.
Il nome Bermondsey nasce dal quartiere a sud di Londra, nell’area di Southwark, in cui si è insediato il quartier generale del giovane danese.
18_3Nel mercato del gin si è inserito recentemente anche un nome storico dei famosi “Wine merchant” londinesi, sorta di ricercatissime enoteche, dove è possibile acquistare vini costosi di importazione e ricercati distillati.
Berry Bros & Rudd è il più antico del Regno Unito, una vera garanzia per ogni tipi di distillato, tanto che a lui dobbiamo il King’s Ginger Liquor (trattato nel paragrafo liquori) ed un ottimo single malt scozzese.
Seguendo la più stretta tradizione questo merchant ha creato N°3, un gin aromatico ricco di ginepro, ingentilito con botanici classici come il cardamomo, il coriandolo e le scorze di agrumi, seguendo la classica ricetta London Dry.
Il pack è estremamente curato con la bottiglia disegnata da Saverglass ed abbellita da una splendida chiave in metallo ideata e lavorata da Segede, l’azienda francese, leader nella lavorazione dei metalli preziosi per decorazione di profumi e distillati.
Un altro mercante di vini con chiare origini inglesi, ma con sede a Jerez de la Frontera, la William & Humbert,  ha creato il suo gin.
GIN botanicL’azienda in attività da ben 130 anni è una delle più prestigiose per la produzione e la commercializzazione dello Sherry.
Anche lei però ha ceduto al fascino della  moda e sfruttando il successo del distillato anche in Spagna ha messo a punto un prodotto molto particolare che si discosta dalla tradizione inglese.
Il Botanist questo è il nome del gin si rifà ai prodotti ricchi di raffinati botanici, quasi da profumeria, che si discostano dal classico profilo balsamico del ginepro.
In questo caso il botanico particolare, in grado di far parlare di se è un agrume dalla forma particolare noto anche come “mano di Buddha”. Questo frutto è una particolare varietà di cedro, dalla scorza molto profumata tipico di Cina e Giappone.
In queste aree è usato come “deodorante” per cassetti e per aromatizzare cibi e bevande, sia cruda che candita.
Il gin è giocato per intero sull’elemento agrumato contando anche sul mandarino cinese e sul cardamomo che ha il compito di aumentare e supportare i sentori freschi.
Un altro piccolo produttore è Micheal Kain, da non confondere per assonanza con il noto attore, il quale traendo ispirazione dal suo trisnonno ha deciso di produrre un gin il 6 O’Clock un classico gin che non si fregia però della doc London Dry, forse per la presenza dei fiori di sambuco fra i suoi botanici.
gin-6-o-clockIl trisnonno di Michael, Edward era un ingegnere navale in forza alla Compagnia dell Indie, il quale aveva l’abitudine di sorbire, in compagnia dei suoi commilitoni, un gin tonic alle sei di pomeriggio a guisa di trattamento antimalarico.
Il chinino era l’unico rimedio conosciuto per la febbre malarica e il gin, era un ottimo coadiuvante per disinfettare al meglio l’acqua e rendere maggiormente appetibile l’amarissima bevanda.
Il gin 6 O’Clock nasce proprio per perpetuare questa tradizione della “ginspiration” giornaliera di Edward , data dal G&T del tardo pomeriggio.
Infatti nelle intenzioni del suo creatore c’è proprio, a differenza di altri produttori che indicano il vermouth dry del Martini cocktail come principale compagno “di viaggio”, la creazione del Gin Tonic perfetto, grazie alla componente citrina data delle scorze di limone aggiunte all’infusione classica in maniera maggiore.
Per completare l’opera l’azienda ha lanciato anche una tonica con la medesima etichetta del gin che, nelle idee degli inventori completa in maniera ideale il profilo del gin.
In Inghilterra esistono molti liquoristi e distillatori che non hanno distribuzione nel nostro paese, che producono liquori a base di gin, utilizzando frutta ed erbe tipiche del loro territorio.
foxdenton-estate-Uno di questi è Foxdenton che produce fin dal 1935,una serie di liquori classici come lo Sloe Gin, fatto con piccole prugne acidule, un Plum Gin con le classiche prugne dolci e un gin ai frutti rossi tipici della campagna inglese, chiamato Black Jack.
In commercio in Italia e nei duty free possiamo trovare sopratutto il gin , un classico London Dry prodotto nella contea sud orientale del Buckinghamshire, dove la famiglia possiede una tenuta agricola e di caccia fin dal 1350.
Il gin recita infatti la parola “Estate” ovvero tenuta a sottolineare come molti dei prodotti utilizzati per la sua produzione, come i cereali ed alcune piante provengano da qui.
Il gin, con un interessante nota agrumata, è prodotto con i botanici classici del London Dry, con un’aggiunta interessante di lavanda, per una gradazione alcolica di tutto rispetto di 48 gradi, che capeggia fiera in etichetta.
La ricetta ha goduto della consulenza della Thames Distillery, già produttrice del Fifty Pounds.
Un altro piccolo produttore che produce grande qualità con il suo First Rate Gin è la Adnams Copper Distillery sita a Southwold, nel Suffolk,  nota anche per la sua produzione di birra.
AARONL’alcol base a differenza di altre distilleria che lo acquistano è prodotto al suo interno a partire da grano ed una piccola percentuale d’orzo, necessaria alla maltazione.
I cereali arrivano da produzioni locali avendo l’azienda contratti decennali con le varie cooperative di contadini dell’area circostante la distilleria.
L’infusione usata per il gin di “Prima Classe” prevede 13 botanici classici ed una aggiunta successiva di un tocco di vaniglia che cataloga il gin come Distilled e non come London Dry.
Al naso si riconosce molto bene il ginepro e la parte agrumata che viene ben supportata dalla vaniglia.
Continuando con i piccoli produttori siti nelle campagne inglesi un cenno va sicuramente dato alla Warner Edwards, dal cognome dei due fondatori, amici di lunga data fin dai temi della scuola la Agricoltural College, la nostra università di agraria.
Conosciutisi nel 1997 decidono, come spesso accade nel mondo dei distillati, di mettere a punto un prodotto unico, che unisca qualità, innovazione e tradizione.
GIN WarnerEdwardLa sede viene individuata, per limitare i costi, in una fattoria di famiglia sita nelle campagne di Harrington nella contea del Northamptonshire.
Il fienile è vecchio di 200 anni e necessita di un restauro.
Qui viene posizionato l’alambicco, nel 2o12, un moderno Arnold Holstein di scuola tedesca, che viene battezzato “Curiosity” poichè un gatto lasciò le sue impronte nella battuta di cemento fresco posta alla base della camera di distillazione. Infatti gli inglesi dicono “Curiosity kill teh cat”, ma in questo caso il felino rimase incolume. Il gin si compone di 11 botanici e per l’acqua viene usata una sorgente naturale, opportunamente lavorata, nelle vicinanze della fattoria.
Alcuni di queste piante, come i fiori di sambuco arrivano dalla produzione locale.
Un piccolo produttore che ha invece poi fatto fortuna diventando “grande” è il Bulldog (partesa.it) che nel 2014 è entrato a far parte del pacchetto Campari Group, diventando così un brand che sarà conosciuto a livello mondiale.
Anche se l’azienda era piccola, in realtà il suo titolare si appoggiò fin da subito ad una grande distilleria britannica con ben 250 anni d’esperienza.
GIN BULLDOGLa creazione del gin segue le motivazioni che hanno spinto la totalità dei nuovi produttori in questo mercato: creare qualcosa di nuovo che avesse caratteristiche proprie uniche, legate al suo ideatore. La storia è semplice.
Viene lanciato nel 2007 quasi per gioco da un bancario responsabile di gestire fondi d’investimento, tal Anshuman Vohra, un indiano con una forte passione per il gin.
Giramondo per lavoro decise di produrre un distillato caratterizzandolo con 12 botanici provenienti dai luoghi del mondo dove si era trovato a viaggiare.
Spicca il Dragon Eye dalla Cina, un frutto dal sapore che ricorda da vicino il litchess, il papavero bianco dall’aroma simile alla nocciola ed il fiore di Loto.
La vendita del prodotto è stata inizialmente rivoluzionaria, sfruttando l’e-commerce su internet, un mezzo che alcuni anni fa era poco utilizzato dalle aziende liquoristiche e che tutt’ora suscita qualche perplessità, specie in Italia…
Il passa parola e l’esclusività del prodotto, la sua difficile reperibilità hanno giocato un ruolo fondamentale nel successo, unita alle capacità di vendita del broker indiano.
Il nome del gin richiama il famoso cane simbolo inglese per antonomasia, mentre sul collo della bottiglia, elegantemente e grintosamente nera, capeggia un bel collare borchiato, normalmente usato per questo tipo di cani, per aumentarne il look aggressivo.
Il gin, a differenza della vodka, non aveva mai avuto studi di pack particolarmente innovativi, le uniche novità erano riservate al suo profilo aromatico, che aveva visto l’aggiunta di botanici al di fuori del disciplinare London Dry, come ben abbiamo visto nelle righe precedenti.
Il Pink 47 invece mantenendo fede alla tradizione, cambia la forma della bottiglia, introducendo il concetto di luxury anche in questo campo, la cui unica eccezione era rappresentata dalla bottiglia del Bombay Sapphire custodita a Londra sotto chiave, un pezzo unico del valore di 47.000 sterline. La bottiglia a forma di diamante prende ispirazione dal mitico e leggendario diamante rosa il Khavaraya, utilizzato come spunto anche per la fortunata serie di film “The Pink Panther…” interpretati da Peter Seller, nei panni dell’ispettore Cluseau.
10edgertonIl gin, lanciato nel 2007, è un classico distillato con 12 botanici provenienti da tutto il mondo, il cui grado alcolico sopra la media del mercato, di 47 gradi viene ben evidenziato in etichetta. Dal suo lancio sono molte le piazze di onore e i premi vinti da questo prodotto, sia per il pack sia per il suo profilo aromatico.
Un gin che invece è rosa non solo nel nome, ma anche nel colore è l’ Edgerton Pink Gin della distilleria omonima con sede a Londra.
Da sempre il Pink Gin è un cocktail decisamente maschile, nonostante la femminea colorazione, in uso presso la Royal Navy (paragrafo dedicato ai cocktail ), con tendenza amara, visto l’uso dell’Angostura, un bitter a base di genziana che dona anche il caratteristico colore rosa. In questo caso i produttori del distillato hanno bandito il concetto di amaro del cocktail, mantenendo soltanto l’idea di colore, utilizzando il succo di melograno per ottenerlo. Nelle loro intenzioni c’era la volontà di creare un prodotto innovativo , dal profumo e dal sapore morbido, utilizzando un frutto decisamente di moda nel mondo della miscelazione, con particolari doti salutistiche e implicazioni mitologiche, vista la sua polpa ricca di semi che simboleggia la fertilità e la nascita.
pinkster ginNel profilo aromatico del gin vi sono altri due botanici direttamente implicati con il simbolismo del melograno, il primo è la Damiana, un’erba utilizzata nella tradizione popolare messicana come corroborante afrodisiaco data in dono per prima notte di nozze agli sposi e spesso bevuta in infuso, per i suoi toni mentolati, durante tutta la luna di miele.
La seconda sono i Grani del Paradiso, una spezia le cui origini sono narrate in una leggenda medioevale legata al mitico Eden abitato da Adamo ed Eva, i cui semi ci sarebbero giunti grazie ai fiumi che sgorgavano da esso.
Il trittico dei gin rosa si conclude con Pinkster un gin orgogliosamente britannico come recita la scritta in etichetta “British Gin”.
Il nome è ispirato ad un personaggio di fantasia il Colonnello Pinkster che capeggia nella sua sagoma paffuta e simpatica sul sito dell’azienda.
Il gin è prodotto dalla Thames Distillers, dall’immancabile decano della distillazione Charles Maxwell con un metodo assolutamente tradizionale, con soli 5 botanici con ginepro in evidenza ed una successiva infusione di lamponi selvatici che gli fa guadagnare il caratteristico profumo fresco e fruttato ed il colore rosa.
L’ideatore è al solito un eccentrico personaggio deciso ad innovare il mercato con un prodotto unico dalle caratteristiche particolari.
In questo caso Stephen Marsh è un appassionato di miscelazione senza essere un barman ed è solito miscelare cocktail durante le feste in casa.
Rimane colpito dal risultato che ottiene miscelando lamponi e gin e sottopone la sua idea alla distilleria suddetta che accetta la produzione.
Le partite produttive sono piccole e le bottiglie limitate per un prezzo ed un posizionamento selettivo.
Il gin infatti non è molto distribuito e si trova sporadicamente nei negozi e su internet.
Sul sito il titolare promette che il 2014 sarà l’anno della risoluzione dei problemi.
Le innovazioni di prodotto non si sono fermate, pertanto, dopo aver parlato di gin rosa, non poteva mancare un gin blu, il The London n°1 Blue Gin (onestigroup.com) prodotto dalla Gonzales Byass, la distilleria anglo spagnola, nota per i suoi aromatici brandy provenienti dalle zona di Xeres. Il prodotto si fregia di essere il primo gin blu del mondo anglosassone, pur mantenendo un profilo dei botanici in linea con la tradizione. Avendo un aggiunta post distillazione però non si può fregiare della dicitura London Dry.
jodpur spagnaProdotto a Londra in piccoli alambicchi il gin viene distillato 4 volte con un infusione di 13 botanici, le cui unica novità è rappresentata dal bergamotto, che da al naso un profilo fresco riconducibile lontanamente al tè Earl Grey.
Il gin ha una colorazione naturale infatti nessun colorante viene citato in etichetta. Il responsabile del colore è una varietà di gardenia blu i cui petali sono posti in infusione successivamente nel gin finito.
Il colore blu da sempre molto usato in miscelazione offre ovviamente al barman la possibilità di “twistare” (reinterpretare) molti classici, fra i quali il classico Martini Coktail, che viene citato anche dal sito della casa, come unico cocktail con cui provare da subito il prodotto.
Molto interessante dovrebbe essere anche il “Blue Lady”, variante elegantemente colorata dell’immortale cocktail di Mc Elhone.
Sempre London Dry, sempre azzurro, ma solo la bottiglia questa volta, prodotto a Londra ma per il mercato spagnolo è Jodphur, un prodotto fine e profumato che vuole guadagnare quote di mercato importanti nella seconda patria del gin.
spagna GIN goaDistillato in una distilleria storica con oltre cento anni di storia utilizza il classico corredo aromatico con ginepro e scorze di limone in evidenza.
Il gin con una gradazione alcolica di 43°, viene distillato 4 volte per ottenere solo il cuore dei profumi, senza il peso degli oli essenziali.
Da segnalare che nel 2011 ha vinto la medaglia d’oro come miglior gin all’IWSC.
Altro gin inglese, distillato dal mastro distillatore Charles Maxwell nel cuore di Londra, ma con un sito completamente in spagnolo, mercato a cui è dedicato, è il Goa. Il nome richiama la mitica spiaggia che fu alla ribalta nelle cronache negli anni 70, quando divenne uno dei simboli della cultura hippie.
Il gin non ha nulla a che fare con essa, ma si richiama, sopratutto nel colore della bottiglia, un magnifico azzurro, alla pace ed alla tranquillità.
Tradizionale ed elaborato il metodo produttivo.
Distillato cinque volte in piccoli lotti sotto lo sguardo attento del Maestro Distillatore, questo gin è aromatizzato con solo 8 componenti botanici, tutti biologici e di prima qualità, provenienti da tutto il mondo.
ish ginAi tradizionali ginepro, coriandolo e radici di angelica si aggiungono aculei di cassia, semi di cardamomo, semi di cumino dei prati, cumino romano e noce moscata.
Ha una gradazione alcolica al 47%.
La selezione dei gin inglesi per il mercato spagnolo si conclude con -Ish un altro distillato dal vetro colorato,questa volta di rosso a sottolineare il carattere poco conformista dei loro creatori, Ellie Baker e Fran Ameijeiras. Conosciute anche come The Poshmakers, sono i titolari del Bristol Bar di Madrid, il locale con il maggior numero di gin della città, meta di appassionati e nottambuli. La bottiglia si completa anche con alcune scritte fra cui “Ish è un attitudine”, “Non ha bisogno di scuse”, “Non chiedere mai scusa”, ed infine “Molto britannico”.  Ish infatti è un suffisso che definisce le caratteristiche che uno ha ad esempio self-ish (egoistico) e può essere usato con moltissimi sostantivi.
Ideato nel 2011, e prodotto come il precedente Goa, dalla Thames Distillery del maestro Maxwell, questo gin venne lanciato con grande enfasi dalla stampa che sottolineava la ripresa della tradizione del London Dry a cui si aggiunge la “misurata” bizzarria di un ulteriore quantità di ginepro.
Nessun botanico particolare a firmare, come spesso accadeva in quegli anni, ma solo un rafforzamento della ricetta tradizionale che farà felici gli amanti del genere.
A livello temporale si segnalano la nascita di alcune piccole realtà locali nella città di Londra.
butrelrsUna delle ultime nate è la Butler’s un gin la cui ricetta si ispira all’originale vittoriano in voga alla fine del 1800.
Il suo nome significa “maggiordomo” ed è chiaramente un omaggio a quest’epoca fatta di manieri, castelli, nobili e la loro impeccabile servitù. Incidentalmente è anche il cognome del titolare di questa piccola azienda.
Viene prodotto ad Hackey Wick un quartiere di Londra in una piccolo opificio senza alambicco che si giova del fatto che in Inghilterra sia tutto sommato semplice aprirne uno, come dimostra anche il fiorire delle distillerie di quartiere recensite nell’apposito paragrafo.
Il suo creatore è William Ross Butler un appassionato di gin che ha riprovato a proporre lo stile produttivo ed i botanici tipici del periodo, quando spesso erano prodotti per infusione, aggiungendo alcolati e spezie senza seconda distillazione.
Il gin viene prodotto posizionando delle sorte di buste di tè in infusione contenenti le spezie, tutte coltivate in regime biologico, per un periodo non superiore alle 18 ore in piccole vasche da 20 litri.
Il liquido infatti ha una leggera colorazione verdina frutto dell’infusione che viene semplicemente filtrata ed imbottigliata a mano. Ovviamente la produzione è molto bassa con un prezzo esclusivo che supera le 30 sterline a bottiglia.
Haswell (compagniadeicaraibi.com) una piccola realtà londinese, dove produttore, titolare e venditore corrispondono a Julian Haswell.
La particolarità è che il gin si segnala per una nota agrumata piuttosto importante e marcata, come dichiarato dallo stesso produttore, che scrive di aver voluto fare un prodotto “sfacciatamente e senza vergogna molto aranciato”.
La nota di freschezza viene sottolineata anche dal pack che ricorda una goccia d’acqua o una boccetta di profumo. Ideale se si vuole risparmiare di mettere la scorza di limone nel Gin Tonic.
williams-chase-gin-500x500Anche Williams Chase, importato da CDC (compagniadeicaraibi.com), una grossa distilleria nota per una vasta gamma di prodotti distilla alcuni tipi di gin. La particolarità è che per alcuni di essi l’alcol di infusione proviene dalle mele, coltivate nelle tenute di proprietà dell’azienda nell’Herefordshire.
Il distillato di mele, che non ha le caratteristiche del Calvados francese, essendo rettificato in colonna, mantiene comunque una maggiore morbidezza e un tono fruttato, che rende interessante il risultato finale. Non per nulla sull’etichetta del gin compare la scritta “Crisp” per via del suo gusto “croccante”, che ricorda il morso di una mela.
Solo 11 botanici completano il profilo aromatico di questo gin che a detta dell’azienda è ” The most complicated gin in the world”, per via del difficoltoso bilanciamento delle spezie con l’alcol di base.
La gradazione alcolica è sensibilmente superiore è conta su 48 gradi.
La Chase ha anche lanciato recentemente anche il Williams classico, a 40 gradi alcolici, in bottiglia verde, con botanici e rifermenti tradizionali.
Dopo la tradizione, le ultime tendenze e gli alcol di mele, passiamo ad un gin decisamente innovativo creato da un barman creativo ed alla moda di nome Gerry Calabrese, figlio del noto Salvatore, il mixologist di chiare origini italiane che ha fatto la sua fortuna professionale in Inghilterra, lavorando in decine di bar famosi e di successo.
Il prodotto si chiama Hoxton Gin (compagniadeicaraibi.com) come il quartiere di Londra nel cuore del East End, limitrofo ad Old Street, cuore della movida notturna che ha proprio in Hoxton Square il suo cuore pulsante con decine di locali frequentati dai londoners, che la preferiscono alla più modaiola e turistica Soho.Stroncato dai puristi del gin e dalla critica in generale, il prodotto ha tra i suoi botanici il cocco, un aromatizzante decisamente fuori dagli schemi, unito alle scorze di pompelmo che pare un unione decisamente originale, segnalata anche in etichetta con un simpatico “Warnig Grapefruit and Coconut !!” ma che promette ottimi risultati per il Tom Collins ed il Naked Martini.
Dopo pompelmo e cocco un gin di ultima generazione il Sacred la cui azienda produce anche un vermouth con il medesimo aromatizzante: l’incenso.
sacred ginAnche in questo caso ci troviamo di fronte ad un inventore, Ian, che rifiuta un’offerta nel mondo finanziario per dedicarsi nuovamente ai suoi studi di gioventù, quando conseguì a Cambrige una laurea in scienze naturali.
Decide quindi di mettersi al lavoro ed elaborare un gin dalle caratteristiche superiori.
In questo caso il processo produttivo messo a punto è alquanto dispendioso poichè le 12 spezie vengono lavorate separatamente in “alambicchi” in vetro sottovuoto.
L’auto distillazione sfrutta la naturale evaporazione dell’alcol in ambiente chiuso per estrarre delicatamente e senza il calore, gli oli essenziali delle erbe.
L’elemento caratterizzante è la Boswellia Sacra, l’incenso, che pervade delicatamente il naso di questo prodotto. A dare il caratteristico profumo è la resina di questo albero, originario dell’Africa orientale, che viene fatta sgorgare incidendone la corteccia.
Infine un passo falso: l’azienda consiglia anche di miscelare un Negroni con i suoi due prodotti principali, il gin e il vermouth, ma mancando del Campari, propone un liquore alla rosa di sua produzione.
Pur non discutendo il gusto del cocktail ci sembra improprio l’uso dello stesso nome….Il conte si sta ancora rivoltando nella tomba.
GIN DODD'SParlando di Roto-vap non si può non citare Dodd’s un gin dalla storia particolare, diversa ma sopratutto vera e piacevole.
Si sente al palato e si capisce seguendo le loro azioni dei suoi fondatori.
L’idea di base era quella di aprire, dopo più di un secolo, una distilleria di whisky a Londra.
Il posto ideale viene individuato in una fabbrica di latte e formaggi dismessa a Battersea.
Ovviamente in attesa dell’invecchiamento del malto bisognava creare un prodotto immediatamente vendibile per fare cassa ed il gin rispondeva esattamente a questa necessità.
La London Distillery Company nasce infatti grazie al crowd-funding lanciato ufficialmente nel 2011 e non ha capitali illimitati. Il crowd- funding è un idea recente ed originale. Si mette un’idea su internet e si raccolgono fondi da finanziatori che condividono il progetto.
La distilleria nasce da un’intuizione di Darren Rook, con un trascorso alla Scotch Malt Whisky Society e Nick Taylor, esperto di investimenti ed ex proprietario di un micro birrificio. Naturalmente il team comprende anche un mastro distillatore professionista, Andrew MacLeod.
La distilleria fa dell’ecologia e della sostenibilità la sua bandiera.
I botanici e l’alcol base sono al 100% biologici.
Le etichette sono stampate su carta riciclata prodotta esclusivamente utilizzando energia eolica e sono attaccate a mano.
GIN fordLa distilleria ha inoltre promesso di piantare due alberi per ogni botte usata per invecchiare il whisky, mentre le trebbie della birra sono dati ad allevamenti di animali.
Il nome del gin invece è tutto un programma, giocato sulla scaramanzia e sul romanticismo.
Il nome è (Ralph) Dodd, è quello di un uomo dalla storia travagliata. Questa venne a galla durante le ricerche storiche portate avanti da Darren negli archivi di Londra, alla ricerca di dati sulla distilleria londinese di whisky. Dodd passò alla storia per la sua incapacità di creare un tunnel sotto il Tamigi, mentre il suo sogno era di realizzare una distilleria di gin. Sogno che si è realizzato soltanto 200 anni più tardi.
Il gin conta 8 botanici alcuni classici come il ginepro ed il coriandolo ed altri particolari, più delicati, come lauro, foglie di lampone rosso e miele. La produzione vede due distillazioni, una a caldo in alambicco tradizionale, chiamato “Cristina” per ginepro e coriandolo e l’altra, per le piante più delicate, in Roto Vap a freddo, detto “Piccola Albione”. Anche il miele viene distillato alla stregua di un botanico.
Questi due distillati sono successivamente miscelati e tenuti a riposo per alcune settimane al fine dell’amalgama perfetta. Il grado alcolico è di 49°.
GIN GIAPPONESEIl Fords Gin invece è una collaborazione fra l’onnipresente Charles Maxwell della Thames Distillery e Simon Ford il fondatore della The 86 Co. un’azienda di distribuzione di alcolici di alta qualità la cui finalità è di offrire prodotti da lavoro, adatti alla miscelazione ed al giusto prezzo, ai bartender. Lo slogan dell’azienda è “Prodotti progettati da bartenders per i bartenders”.
Ford infatti ha un esperienza quasi ventennale nel mondo degli spirits e vari titoli come miglior ambassador al mondo conquistati nel 2007 e nel 2009 mentre alcuni suoi soci sono stati affermati barman.
Il gin è quindi un prodotto tradizionale basato su 9 botanici lasciati in infusione 15 ore, mentre è da notare la bottiglia ergonomica disegnata appositamente per rendere agevole l’impugnatura.
La moda del gin è quella per il cibo e la cultura giapponese trovano la loro unione nel japanise Gin prodotto in Inghilterra dalla Cambridge Distillery utilizzando per la quasi totalità aromatizzanti e botanici giapponesi.
Anche in questo caso ogni pianta viene distillata separatamente e poi assemblata per creare il gin che dichiara la possibilità di trovare differenze fra i lotti di produzione segno della fattura manuale del prodotto.
bombay-sapphire-east-gin-1-lI principi aromatizzanti sono lo shiso, il sesamo, lo sansho utilizzate massicciamente nella cucina giapponese e lo yuzu, il tipico e profumato agrume, ed aggiungerei costoso, che viene ultimamente proposto nei cocktail bar più alla moda.
Molto bella la bottiglia così come il prezzo decisamente alto per via della presenza di alcuni botanici, che come detto sono molto costosi.
La moda delle spezie orientali pervade anche uno dei leader di mercato del gin, il cui prodotto classico è stato recensito nel capitolo dedicato a metodi produttivi come esempio classico del profilo organolettico della tipologia.
Infatti il Bombay Sapphire è stato per lungo tempo l’unico gin prodotto con il sistema Carter Head importato in Italia grazie alla Martini.
Il prodotto è stato percepito per lungo tempo, grazie ad un attenta campagna marketing, come superiore ed è stato l’unico gin “premium” del mercato che venisse premiato dal consumatore in cerca di qualcosa di esclusivo.
La bottiglia azzurra fu sicuramente uno degli elementi vincenti che la faceva distinguere sugli scaffali dei bar di tutto il mondo.
OXLEY GINIl nome ed il colore traeva origine dalla “Stella di Bombay” uno dei più grandi zaffiri mai trovati ed oggi custodito nel museo di storia naturale di Washington.
Nel 2013 con l’invasione dei super premium, l’azienda ha deciso che  era giunto il momento di attualizzare il brand con un soffio di spezie alla moda per rendere più fresco il profilo al naso.
Il Bombay Sapphire East , per raggiungere questo obiettivo, aggiunge alle 10 spezie classiche del gin che hanno fatto scuola nel mondo, la citronella thailandese ed il pepe nero vietnamita.
Altro prodotto fortemente voluto dalla Bacardi nel 2009 fu l’Oxley Gin, il cui metodo produttivo è stato descritto nel capitolo dedicato.
Il prodotto è composto da 12 botanici, ma le ricette iniziali hanno visto anche l’uso di 38, che via via sono state scremate per avere maggior nitidezza al naso.
La particolarità di questo London Dry è la distillazione a freddo che si svolge senza l’uso dell’alambicco tradizionale che dona una particolare freschezza al naso e profumi netti ed intensi.
Le spezie infatti non subiscono riscaldamento e risultano intatte nei loro oli essenziali
Curato il pack elegante e selettivo, come del resto il prezzo per via dei pochi pezzi prodotti dalla Thames Navy-Strength-Bathtub-GinDistillery, sono infatti necessarie parecchie ore per produrre una singola bottiglia.
Unico vantaggio: non ci sono teste e code da tagliare…
Da una proposta elegante ad una che, nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare il livello qualitativo più basso del gin.
Come detto nel capitolo dedicato alla produzione del gin il Bathtub Gin  era una miscela a freddo di spezie ed alcol di dubbia provenienza, senza successiva distillazione.
Spesso questi gin avevano grossi limiti qualitativi e non era rara l’aggiunta di trementina.
In questo caso il misterioso e sicuramente ironico Professor Cornelius Ampleforth produttore, almeno sulla carta, del gin non fa nulla di tutto ciò.
Il gin infatti non dichiara in etichetta la distilleria di produzione.
Ma poco importa.
L’alcol usato per l’infusione è di altissima qualità.
In particolare il Navy Strenght, è molto buono con una gradazione alcolica di 57 gradi.
tarquins'Il gin ha un colore giallino, con qualche impurità in sospensione, che viene celata dalla carta che avvolge la bottiglia, per enfatizzare l’immagine “cheap” del prodotto.
L’oleosità delle spezie si percepisce così come una certa dolcezza di fondo dovuta sicuramente alla liquirizia ed una buona freschezza grazie al cardamomo ed alle scorze di arancia.
Tarquin’s Gin è una piccola realtà della Cornovaglia, un giovane produttore, dal look assolutamente informale che produce con un piccolo e vecchio alambicco portoghese a fuoco diretto un gin profumato e territoriale.
Fra i botanici si contano infatti qualche spezia locale e la violetta del Devonshire.
Bello il pack con sigillo di ceralacca e l’etichetta numerata con le note di degustazione, ogni volta diverse a seconda del batch.
Le spezie cambiano con le stagioni, la distillazione a fuoco diretto crea piccole differenze che il produttore vuole comunicare per un vezzo legato al concetto di artigianalità.
Sloane's_Gin_BottleLe differenze sono comunque minime e difficilmente percettibili da un naso inesperto.
Il prodotto piace, vedremo come reagirà il mercato ad un prezzo piuttosto esclusivo.
Sloane Gin invece parte da un concetto diverso, quasi agli antipodi del precedente, ma già utilizzato da altri distillatori come Leopold o Zuidam.
Non un unica cotta di botanici a fuoco diretto, ma tante distillazione separate e un blend di esse.
Gli scozzesi sono maestri dell’arte del blending ed era quasi impossibile che questa tecnica rimanesse ad appannaggio di americani e olandesi.
Il gin per stessa ammissione dei titolari non bada a spese, ne al tempo di produzione, ma solo ad essere “il miglior gin del mondo” proposito che sembra piuttosto seguito negli ultimi tempi dai nuovi produttori.
Nel 2011 il gin ha vinto la doppia medaglia d’oro, quella di miglior white spirits e quella di miglior gin all’IWCS di San Francisco e nel 2012 quella di miglior gin.
Il ginepro e l’iris italiano, il coriandolo dal Marocco, cardamomo dall’India e la parte agrumata di limoni ed arance dalla Spagna indicano la volontà di ricerca delle migliori caratteristiche.
Darnleys-View-Spiced-GinLa particolare nota citrina fresca e pungente di oli essenziali del gin nasce dal fatto che la scorza del limone non è stato seccata  ma usata fresca.
Il nome è un omaggio a sir Hans Sloane (1660-1753) il botanico e curatore dei Physic Garden di Chelsea, che per 300 anni sono stati il punto di riferimento per lo studio dell’erboristeria e della cura delle malattia attraverso gli estratti botanici.
I suoi studi influenzarono sicuramente le prime produzioni di gin sopratutto quando iniziarono ad essere studiate le spezie esotiche che divennero una componente fondamentale del prodotto.
Darnley’s View è un gin appena nato ma che fin dal nome fa intendere la sua idea di prodotto, giocando sul doppio senso del temine “veduta”.
In realtà il nome deriverebbe infatti  dall’omaggio che la distilleria vorrebbe fare a Maria Stuarda che nel 1565 vide per la prima volta il consorte Lord Darnley, nel cortile del castello appartenuto alla famiglia Wemyss. Quest’ultima era un’influente casata che si era arricchita con il commercio  di vini pregiati e liquori in Scozia e che oggi è divenuta proprietaria del marchio.
31dover_gilpins_70cl-320x1000_shadowL’intenzione è, come accadde molti secoli fa, di unire in matrimonio la tradizione del gin inglese con l’esperienza scozzese della distillazione.
Il prodotto viene distillato ben 4 volte, un numero superiore alla media dei normali London Dry.
Il risultato è un gin dai profumi delicati di ginepro e scorze di agrumi, mentre lo Spiced ha una complessità ed intensità superiore.
Gilspin’s è un gin della new age, nascendo nel 2011, anno del rilancio della tipologia, che ritorna al classico.
Un barman stanco della proposta delle altre aziende decide di produrre il suo distillato, super premium a partire dal pack e dalla ricetta esclusiva distillata ben 5 volte.
I principi botanici sono i classici ginepro, angelica, coriandolo e scorze di limone ed arance.
Il naso non tradisce e riconosce sopratutto ginepro ed angelica.
L’infusione è lavorata in un piccolo alambicco,  per un classico London a cui non è aggiunto nulla a fine processo.
lang leysLa bottiglia è elegante, con etichetta patinata che reca il millesimo di produzione, cosa insolita nel mondo del gin.
Langlet’s Gin viene prodotto a Birmingham ed anche lui richiama il ritorno alla tradizione.
Ma rimane piuttosto ermetico circa tutto il resto.
Per la sua composizione vengono utilizzati solo 8 botanici, che non vengono dichiarati nel dal sito, ne dal produttore presente all’Imbibe del 2014.
Il gin però rivela un profilo tradizionale.
Al naso si sente una dose importante di ginepro, seguita da angelica, ed una freschezza di scorza di agrumi.
Segreto anche il metodo produttivo ( un London ma con un imprecisato numero di distillazioni) e l’identità del maestro e blender (delle spezie). Si sa soltanto che ha un esperienza decennale nel campo del gin e che è  l’ultimo di 4 generazioni.
La distilleria (la medesima della Whitney Neill) è vecchia di cento anni e l’alambicco, che di nome fa Connie, è stato assemblato nel 1960 dalla John Dore la fabbrica più antica del mondo e tuttora uno dei leader del settore.
ophirIn contro tendenza l’Ophir Gin molto speziato di cardamomo e cumino, spezie che le conferiscono quei richiami orientali che trovano conferma nel bel pack in stile Old India con due begli elefanti.
A completare l’atmosfera anche un “tak tak”, il tipico calessino dell’Ape Car Piaggio usato in quei luoghi come taxi che face mostra di se allo stand dell’Imbibe 2014.
Il sito è molto ben fatto e fa compiere un ideale viaggio al consumatore che parte dall’isola di Malacca, la stessa che ha ispirato il Tanqueray che porta il suo nome, passando per Malabar, con il suo cardamomo e pepe nero, la Turchia e Venezia.
La città italiana era infatti nota nel 1500 per la quantità di speziari e triache che qui venivano prodotte.
Rimase per lungo tempo un crocevia fondamentale per le spezie ed il commercio con l’estremo oriente.
Il viaggio  continua in Marocco, alla ricerca del coriandolo migliore e in Spagna per gli agrumi, fino all’arrivo a Londra dove viene prodotto, presumibilmente alla Thames Distillery, il terzista più utilizzato dai produttori di gin in piccole quantità.

gin-51Sfruttando una legislazione decisamente meno ferrea rispetto a quella italiana, circa Haccp ed Utif, è esplosa la moda delle micro distillerie londinesi che producono marchi legati al loro quartiere produttivo. Hoxton Gin non viene incluso in questo novero di prodotti poichè esce dagli schemi come basi aromatizzanti. La nuova tendenza nasce con Sipsmith, la prima micro distilleria in assoluto, per poi propagarsi in maniera abbastanza veloce su tutto il suolo inglese. Le principali proposte sono recensite qui di seguito.
Il primo è il Mayfair (compagniadeicaraibi.com), che prende il nome dal lussuoso quartiere di Londra, circondato da Hide Park, Piccadilly e Regent Street, luoghi storici legati alla storia della capitale.
Il prestigio del quartiere deriva dalla presenza di molte ambasciate straniere, hotel lussuosi e ristoranti alla moda. Per la sua esclusività, Madonna ed altri personaggi del Jet- set hanno acquistato case in questo quartiere. Infine si segnala la presenza di club per soli uomini, esclusivi e lussuosi, dove i veri gentlemen potevano discutere di affari, nel fumoir, sorseggiando ottimi cocktail.
Il gin viene prodotto all’interno della cinta di Londra, in una delle poche distillerie rimaste in attività, il cui maestro distillatore è discendente di una famiglia che da ben 300 anni opera in questo settore.
L’alambicco dove si produce il gin viene chiamato affettuosamente Thumbelina, e fra i suoi botanici si segnalano, oltre al ginepro, il coriandolo e l’angelica, due capisaldi del London Dry.
Il pack è molto lussuoso e curato come logico che sia per un gin che rappresenta un quartiere così raffinato ed alla moda.
Nel cuore di Londra troviamo il “City of London Gin“, il quartiere storico e primordiale della città. Il più antico in assoluto, l’agglomerato di case da cui ebbe inizio la città più grande d’Europa.
La City è il centro nevralgico, insieme all’americana Wall Street, della finanza mondiale e si trova Lombard Street, un pezzo d’Italia nel cuore di Londra. Anticamente questo pezzo di terra fu dato in concessione agli orafi provenienti dalla Lombardia e ne mantenne storicamente il nome.
All’interno di questo quartiere si trova la Corte di Giustiza e la Strand, una delle vie più importanti di Londra dove trova sede anche il mitico Savoy Hotel, notoriamente conosciuto come una dei luoghi sacri della miscelazione attuale d’altri tempi, dove per anni operò il grande Peter Dorelli.
La distilleria di questo gin si trova nel cuore di questo quartiere, all’interno di un famoso pub. Qui, come detto precedentemente, le regole sulla distillazione, magazzino daziario e sicurezza Haccp sono meno severe, pertanto si possono piazzare degli alambicchi anche nei locali adibiti a somministrazione.
La distilleria, oltre che facilmente visitabile, mette a disposizione il proprio master distiller e i suoi alambicchi di rame ed acciaio, per i clienti che si vogliano cimentare nella difficile arte della costruzione di un liquore. La loro creazione verrà recapitata al messimo nel giro di una settimana a casa per poterne fare sfoggio con gli amici. Gli alambicchi sono due, uno con colonna per la vodka, l’altro classico con cucurbita per il gin. I botanici contenuti sono i classici, come angelica e coriandolo, per un profilo molto classico ed in linea con la tradizione, con una bella nota agrumata, che sembra un po’ la firma degli ultimi nati, da Haswell a Death Door..
Molto bella la bottiglia, sul cui retro spicca una serigrafia di S. Paul, la chiesa con l’immensa cupola che è un po’ il simbolo del quartiere.
Dal centro della finanza alla via del mercato più bello e conosciuto al mondo…Portobello.
Il gin Portobello Road prende ovviamente spunto dal mercato delle pulci più antico del mondo, immancabile visita di ogni turista in quel di Londra.
La distilleria del prodotto trova sede all’interno di un locale, il Portobello Star, che serve alcolici e birre fin dal 1740, con al suo interno una alquanto variegata clientela. Il sito recita fieramente che al suo bancone sono passati per dissetarsi dai Reali d’Inghilterra ai borseggiatori, che popolavano il mercato in cerca di turisti facili da derubare, fino a musicisti, prostitute, intellettuali, mendicanti ed ubriaconi. In questo stava la bellezza del pub: gomito a gomito sedeva un’umanità decisamente variegata, che azzerava le differenze sociali unita nel dissetarsi con una buona birra. Ora la proposta di bevande alcoliche, decisamente interessante, si è ulteriormente declinata grazie a questo gin dai botanici classici e dal pack decisamente bello, al momento acquistabile solo presso la distilleria e dai rivenditori classici di bottiglie.
Scendendo verso il sud di Londra troviamo SW4 Gin, a rappresentare il quartiere di Clapham, dove trova sede la distilleria. Questa è la medesima che produce il Mayfair, ma per par condicio, il titolare Charles Maxwell, ha voluto produrre anche un gin con il nome di un quartiere meno esclusivo…
Nato come quartiere dormitorio popolato di pendolari, viene edificato sulle campagne che circondavano Londra. Negli anni 80 diviene un centro multirazziale, dove trovavano casa gli immigrati di ogni paese, cosa che fece nascere anche qualche tensione e la fama di essere una zona non molto sicura. Negli anni seguenti grazie all’integrazione ed alla nascita di locali alla moda, ed al ritorno della classe media diviene un luogo di svago per alternativi, grazie anche alla presenza di una forte comunità gay. La presenza di molti universitari e studenti ha ulteriormente ravvivato la vita notturna.
Tornando al gin, questo ha una composizione botanica meno classica dei precedenti, con noce moscata e santoreggia, che completano i classici 7, come ginepro, cassia, coriandolo e ginepro.
Sul mercato nostrano sono presenti due “ibridi” dal cuore inglese e dal passaporto italiano, unici esempi di collaborazione fra due paesi sul mercato gin.
Il primo è di recente formulazione ed è decisamente innovativo per la proposta commerciale, mentre il secondo solca il mercato da diversi anni.
Il primo prodotto nasce nell’aprile del 2013, grazie all Gruppo Campari, il colosso del beverage italiano, e la storica distilleria inglese Langley, con una tradizione produttiva vecchia di 150 anni, si sono unite per dare vita a Bankes, un nuovo premium, appartenente alla categoria London Dry.
Il prodotto sarà disponibile esclusivamente per il mercato italiano, cosa positiva, vista la tendenza nostrana delle aziende a lanciare in anteprima i loro prodotti all’estero, prima che nel loro paese d’origine…
La novità risiede nella formulazione, un blend fra presente e passato, fra innovazione e tradizione. Per produrlo sono state infatti miscelate la ricetta più antica, in possesso della distilleria e la più recente, così come sono stati usati rispettivamente Angela e Jenny, i due alambicchi di casa, divisi da diversi decenni di attività a favore della prima.
gin_bosfordLa lista dei botanici è in linea con la tradizione e rappresenta un ritorno alle origini del gin, contando solo 10 elementi, fra cui, oltre al ginepro, i classici iris, angelica, coriandolo e scorze di arancia e limone.
Il liquido viene poi mescolato ed arricchito con note essenziali provenienti da radici e spezie esotiche.
Molto fine e studiato il pack dell’etichetta, decisamente minimal, e della bottiglia, dal pratico collo lungo, che facilita la presa al barman, cosa inusuale per la proposta dei gin classici.
Il secondo prodotto è un marchio storico della Bacardi-Martini.
Il gin Bosford, viene prodotto in Inghilterra dalla Distilleria William H. Palmer, seguendo un’antica ricetta tramandata dai londinesi Collins & Briant e viene imbottigliato in Italia, negli stabilimenti Martini.
GIN dartwin illva saronnoA dimostrazione dell’origine londinese, sull’etichetta capeggia uno “squirrel”, lo scoiattolo che abita tradizionalmente gli alberi di Hide Park. Il gin, il classico prodotto dal rapporto medio fra prezzo e qualità, dal profilo classico, non molto intenso, è tradizionalmente usato come prodotto “da linea” dai bar commerciali, per la preparazione di sodati e cocktail.
Un’altra grande azienda liquoristica la ILLVA di Saronno, produttrice del famoso Amaretto, non che tenutaria di alcune licenze liquoristiche italiane di prestigio come Zucca e Isolabella, ha il suo gin, in stile London Dry.
Il Dartwin è una distilleria storica inglese fondata nel 1860, che da sempre produce un classico con ginepro in evidenza, seguito da coriandolo e scorze di agrume.
L’etichetta reca un corvo nero imperiale, i “raven” gli uccelli di grossa taglia che si possono ammirare nella Torre di Londra, nel loro incedere caratteristico, per nulla spaventati dai turisti.
SAM_4193La leggenda nata in epoca vittoriana vuole che se un giorno dovessero scomparire anche la monarchia cesserebbe di esistere. Nella realtà questi animali furono sterminati dalle campagne e poterono sopravvivere soltanto in cattività o nelle città dove non andavano in competizione con l’uomo e le sue coltivazioni.
I corvi attualmente “in servizio” alla Torre di Londra hanno il loro nome e cognome e sono trattati alla stregua di veri soldati, il cui compito è la guardia, con regole di comportamento e servizio.
Tornando al gin il prodotto è stato oggetto di un restyling nel 2014 con l’adozione di una bottiglia alta e sinuosa con un etichetta che è stata “pulita” e resa elegante dall’uso di parti argentate.
Un altro gin a marchio, di fatto inglese di produzione, ma italiano come concezione è Dock’s Gin della Top Wines (topwines.it).
Il gin, prodotto secondo il metodo London Dry tradizionale, dichiarato in etichetta, viene acquistato a grado pieno dall’Inghilterra presso una distilleria che non viene dichiarata, e viene successivamente allungato con acqua ed imbottigliato in Italia presso un terzista.
Il prodotto ha buoni profumi, un grado di 37,5° ed un bel pack pulito ed essenziale che richiamano appunto i dock’s di Londra dove anticamente attraccavano le navi cariche di spezie necessarie alla sua fabbricazione.
La seconda patria dei gin è ormai da tutti considerata la Spagna.
Qui sono elaborati molti gin nelle distillerie storiche e dalle nuove leve, mentre altri, seppur prodotti in Inghilterra sono destinati a questo mercato molto ricettivo.
La penisola iberica vanta alcune distillerie storiche ed altre più giovani. In ordine di tempo le più antiche sono Larios e MG le cui aziende furono fondate rispettivamente nel 1866 e nel 1940.
La Spagna può vantare ben tre fabbriche di gin grazie alla presenza massiccia inglese nel sud del paese, per ragioni commerciali e turistiche.
Nella zona di Cadice e Xeres storicamente vi era una forte colonia inglese dedita alla produzione e alla spedizione nel mondo, del rinomato vino liquoroso Sherry. Altro particolare importante lo storico possedimento della Rocca di Gibilterra che ha sempre influenzato con la sua colonia inglese stili e consumi.
Infine non dobbiamo dimenticare che gli inglesi, dagli inizi del 1900, invadono annualmente le coste spagnole durante il periodo estivo grazie ad una ricezione alberghiera fatta di decine di campi da golf e hotel a prezzi interessanti, che si susseguono da Benidorm a Marbella.
L’apertura della distilleria Larios fu voluta da un gruppo di imprenditori spagnoli ed inglesi che, fiutato l’affare, decisero di acquisire una parte della quota di mercato dei gin di importazione.
Agrumi e botanici aromatizzanti, a cominciare dal ginepro della vicina Sierra Nevada, erano disponibili in grande quantità per il fabbisogno della neonata distilleria di gin.
gin-tonic-perfecto-de-masters-ginDopo la produzione di un gin base, che per anni è stato uno dei più venduti in Europa, l’azienda ha iniziato a distillare un super premium con 12 botanici e quintupla distillazione, confezionato in un elegante bottiglia blu zaffiro.
Sempre dalla Spagna arriva il Gin MG, acronimo per Manuel Girò, figlio del fondatore , dell’omonima azienda a fine 1800, che nel 1940 decise di iniziare a produrre questo distillato, per soddisfare, come detto precedentemente, le richieste del mercato interno senza dover ricorrere all’importazione.
Per fare ciò egli disegno personalmente gli alambicchi , ispirandosi alle distillerie inglesi di London Dry Gin, tipologia di stile seguita fedelmente da Manuel, per potersi fregiare della dicitura in etichetta, così come la bottiglia panciuta che si ispira al passato di questo distillato.
L’azienda ha prodotto anche una versione premium, sia nel pack che nel metodo produttivo, che conta tre distillazioni e botanici selezionati.
La bottiglia è molto curata ed è anch’essa blu che sembra essere diventato il colore di riferimento del gin in Spagna. Su di essa capeggia un indicativa serigrafia  ”Master’s Selection” ad indicare una cura produttiva superiore.
La recensione dei gin spagnoli conta un innovativo Gin Mare importato in Italia da CDC (compagniadeicaraibi.com), la cui distilleria è situata nell’entroterra catalano, prospiciente un piccolo villaggio di pescatori, lungo la Costa Dorada, il tratto di mare che va da dopo Valencia a Barcellona.Il piccolo impianto di distillazione consta di un alambicco fiorentino utilizzato per la produzione di essenze di profumeria.Piccole quantità e massima resa nei profumi le sue principali caratteristiche. Il prezioso strumento è posizionato dentro una cappella utilizzata anticamente dai pescatori per le loro preghiere che ha una storia curiosa. Per salvaguardare l’edificio dalle continue incursioni dei pirati fu deciso di smontare e ricostruire l’edificio all’interno del territorio sulle colline prospicienti.
only ginTarragona, lungo questo tratto di costa, ha avuto in passato una grande tradizione nella distillazione ed infusione, basti pensare che i Certosini della Chartreuse, la elessero a loro patria adottiva, quando furono cacciati dalla Francia.Il Gin Mare, si presenta in un elegante bottiglia, che porta serigrafati i botanici e il colore del mare, con tanto di citazione latina ” Mundus appellatur caelum, terra et mare”, senza dimenticare il “Mare Nostrum” di Romana memoria, quando l’intero bacino del Mediterraneo era sotto il controllo delle legioni della città eterna.
I botanici del Gin Mare, che per ovvi motivi non si fregia della “doc” London Dry è composto da botanici tipici della macchia mediterranea, come olive, rosmarino e timo, su un sottofondo di ginepro. La caratteristica produttiva del gin è la distillazione delle singole piante ed erbe per preservare al meglio con tempi di infusione, variabili stagionali e gradazione alcolica i singoli aromatizzanti.
Solo in un successivo momento le singole produzioni vengono assemblate per la realizzazione del gin, che risulta per questo motivo molto ben distinto ed intenso nei singoli botanici.
Un altro gin molto profumato di ginepro, fiori d’arancio, lavanda con un tocco di gelsomino è Only Gin (compagniadeicaraibi.com) nome inglese, ma cuore spagnolo essendo elaborato a Barcellona, a definire il carattere semplice e tradizionale di questo prodotto, “Solo Gin”, senza tanti fronzoli.
Un ritorno alla tradizione anche in Spagna dopo l’avvento dei gin a 40 botanici?
I gin spagnoli non possono non terminare con la proposta che arriva dall’isola di Minorca, dove gli inglesi dominarono per quasi un secolo dal 1708 al 1802, attirati dal magnifico porto naturale di Mahon e dalla sua centralità nel Mediterraneo.
I marinai inglesi chiedevano il gin nei bar del porto spagnolo, quindi ben presto ci si attrezzò per aprire una distilleria proprio nel cuore dell’abitato di Mahon.
La particolarità del gin Xoringuer è che l’alcol base è ottenuto da vino e non da cereali, vantandone l’isola una buona produzione, e mancando quasi totalmente, per questioni climatiche e di terreno, di granaglie. Le poche prodotte, anticamente servivano per la produzione del pane e non era possibile destinarle ad altri usi, non essendovi eccedenze produttive.

Il gin risulta molto morbido, grazie all’alcol enologico con un aroma pungente di ginepro. Il pack è molto bello e richiama la bottiglia originale con il classico anello sul collo della bottiglia, con il classico mulino a vento in etichetta. Queste costruzioni solcano il profilo del territorio, ma hanno, ormai, una semplice funzione scenografica mentre anticamente fungevano da pompe per i pozzi d’acqua dolce.
GIN mombasaUn altro gin di scuola inglese, prodotto dalla Thames Distillers, ma dedicato inizialmente per il mercato spagnolo è il Mombasa Club, recentemente approdato anche in Italia, durante il Gin Day del 2013 distribuito dalla Bottazzi di Varese.
A dimostrazione di quanto detto il sito ufficiale del gin è esclusivamente in spagnolo ed elenca le caratteristiche di questo prodotto che si basa su una ricetta tradizionale del XIX secolo, in piena epoca vittoriana.
Il gin era prodotto in Inghilterra ed era esportato ad uso e consumo degli appartenenti esclusivo degli appartenenti del prestigioso Mombasa Club, fondato dagli inglesi nella colonia di Zanzibar.
Aperto nel 1885 il club era il centro nevralgico della vita sociale della comunità inglese, quando Zanzibar divenne uno snodo fondamentale per i commerci con l’Oriente.
Il gin, in cui il ginepro non gioca un ruolo da prima donna, ha un profilo originale giocato su un sub strato aromatico speziato su cui spicca il cumino, seguito da altre erbe orientali.
L’Italia, se si escludono i prodotti di Martini, ILLVA e Campari, nati da forme di collaborazione ibrida, ha ben tre distillati di ginepro.
Il primo è di Rapa Giovanni che ad Andorno Micca produce un Ratafià aromatizzato con questo profumato arbusto, il secondo è il gin Vallombrosa, il terzo è la creazione di un barman veneto che risponde al nome di Roberto Marton.
Il Ratafià di ginepro, prodotto per infusione e distillazione delle sole bacche, senza l’aggiunta di nessun altro botanico, è forse troppo dolce e poco complesso, per essere considerato un vero e proprio gin.
Il Ratafià può essere ricondotto ad una sorta di Old Tom ed essere utilizzato per qualche drink dove si debba utilizzare il gin unito allo sciroppo di zucchero, per un italico “twist” di drink internazionali quali il Gin Fizz.
Per via della sua particolarità, il prodotto di Rapa ha una diffusione limitata praticamente al solo territorio biellese e vi sono voci di una sua discontinuazione futura.
Il monastero di Vallombrosa si trova invece al confine fra la Diocesi di Arezzo e Firenze, ed ha una storia antichissima essendo stato fondato nel 1036, per volere di San Giovanni Gualberto. La zona in cui sorge il monastero è piuttosto isolata, pertanto il botanico è garantito come naturale, privo di pesticidi. Il Gin Valleombrosa deriva da un antica ricetta abbaziale che prevedeva l’infusione delle bacche, per le sue doti diuretiche e digestive, che crescevano abbondanti in loco, e di altri botanici. Solo successivamente, con l’arrivo del sapere alchemico prese ad essere distillata. La sua produzione era in inverno per permettere con la permanenza delle botti nei freddi sottotetti, una filtrazione a freddo naturale e la precipitazione delle impurità. Tale tecnica è adottata anche per la produzione di amari e vini fortificati naturali. La gradazione alcolica del gin è di tutto rispetto e consta di ben 47 gradi.
L’eccezionale qualità delle bacche di ginepro che vengono raccolte in loco, da Valleombrosa a Sansepolcro, fa si che alcuni produttori inglesi si approvvigionino delle stesse dai monaci.
Il gin è “tirato” in pochissimi bottiglie, se paragonate alle produzioni internazionali, ed è una chicca per addetti ai lavori.
Sempre italiano, prodotto dal succitato barman, è il Marton’s Gin, un infuso a freddo, ridistillato, di 11 piante fra cui figurano in evidenza al naso liquirizia ed agrumi.
Molto ben distribuito nella sua regione d’origine, il Veneto e nel Nord Est in genere, ben si presta alla preparazione dei classici, avendo un profilo piuttosto classico. Bello il pack, con una ben studiata etichetta nera.
La Francia ha molti epigoni del gin, con parecchie distillerie impegnate nella sua produzione.
Una di queste era sita a Dunkerque, nata nel lontano 1775, il cui nome è tuttora Citadelle. Questa bella realtà produce un distillato finissimo con un elevato numero di botanici che donano complessità al prodotto.
I fondatori di questa distilleria erano due francesi, Stival e Campeau che intuirono le potenzialità di costruire una fabbrica di gin, di fronte alla Gran Bretagna ed all’interno di un fiorente porto commerciale, riuscendo a strappare al re Luigi XVI un contratto di esclusiva ventennale nella produzione di questo distillato in suolo francese.
La scelta dei due fondatori, infatti, è da ricercare nelle caratteristiche commerciali del porto di Dunkerque, specializzato nella compra vendita delle spezie e nella vicinanza con l’Olanda, da cui sicuramente si trasse ispirazione per lo stile produttivo e di consumo.
Altro particolare importante è che la regione Nord Pas de Calais, che ha come città importanti Calais e Lille, da sempre, ha subito l’ influenza fiamminga che ha determinato il consumo tradizionale del Jenever piuttosto che di altri distillati, come il Calvados della vicina Normandia.
boudierL’intuizione si rivelò esatta infatti a metà del 1800 la produzione di mille litri giornalieri, veniva praticamente venduta per intero in Inghilterra e non bastava a soddisfare tutti gli ordini interni.
Il successo è forse da ricercare nella complessità dei profumi, dati da un numero doppio di botanici utilizzati, ben 19, in luogo dei classici 8 della tradizione inglese e dall’utilizzo di piccoli distillatori di rame da vino. Veri elementi di innovazione che i fondatori portarono con se dalla zona di Cognac, senza dimenticare gli effetti del “Gin Act” che fece chiudere tutte le distillerie ad eccezione di Gordon e che vide nascere nel proseguo solo altre poche realtà. Ancora oggi la distillazione avviene in alambicchi Charentais all’interno della distilleria utilizzata da novembre a marzo per la produzione di Cognac. Il loro utilizzo è possibile poichè il “bruillis”, il frutto della prima distillazione del Cognac, ha una gradazione variabile dai 29 ai 34 gradi, del tutto simile all’infusione alcolica del gin da ridistillare.
Recentemente l’azienda che fa capo al Gruppo Ferrand, con sede nei pressi di Ars, ha lanciato sul mercato un gin invecchiato, cosa rara ed innovativa per un distillato che ha sempre fatto della “freschezza” di consumo il suo punto di forza.
L’invecchiamento del distillato è stato una logica conseguenza dell’expertise francese nell’elevazione di vini e distillati e del relativo tentativo di introdurre un concetto tradizionale per l’area della Charente, su un’acquavite di origine cerealicola.
Il gin di un colore giallo pallido e ora atteso dalla prova del mercato, ma rimane indubbio che un minimo di invecchiamento aiuti i botanici ad amalgamarsi meglio, come già accade per alcune tipologie di amaro, che sorprendono al gusto dopo un periodo di elevazione in legno. La formulazione del gin ha inoltre alcuni principi innovativi come la viola, le iris e i semi di fiore del paradiso che promettono un bouquet suadente e floreale.
Se si parla di spezie e di bouquet particolari la palma spetta a Gabriel Boudier di Digione che produce un interessante gin per la miscelazione che oltre ai classici botanicals contiene zafferano che dona morbidezza e fine speziatura al palato. Questa caratteristica è presente anche in un gin di scuola inglese, il Cadenhead, ma la quantità è molto più bassa rispetto a quella del francese.
Lo zafferano dona una certa “grassezza” in bocca risultando più o meno gradito dagli appassionati.
Il colore del gin è molto bello così come il pack curato della bottiglia che fa bella mostra di se sugli scaffali del bar.
Un altro gin enologico è “G’vine” un interessante gin prodotto in Provenza a cui si aggiunge, oltre ai classici 7 botanicals, il fiore dell’uva Ugni Blanc il cui grappolo viene utilizzato per la produzione del Cognac. La presenza in questo caso del suo piccolo fiore bianco dona aromi freschi e floreali a questo interessante distillato.
Un prestigioso produttore di Cognac, la Camus, ampiamente trattata nel paragrafo dedicato al distillato francese, ha recentemente lanciato sul mercato Josephine, il cui nome è direttamente ispirato alla moglie di Napoleone Bonaparte.
Il prodotto è un gin super premium con particolari sentori floreali, che si presenta in una innovativa e pratica bottiglia da 35 cl. Il nome di donna è una novità per il mercato gin e nasce per precisa scelta dell’azienda, come il profilo botanico, per catturare una fascia di mercato femminile che da sempre dirige la sua scelte verso altri prodotti.
Unico gin francese ad utilizzare la dicitura London Dry è il Blue Ribbon, un termine ormai di uso comune nel mondo anglosassone per indicare un prodotto di alta qualità.
Questo termine prende ispirazione dalla competizione di inizio 900 il premio chiamato Blue Riband, un nastro azzurro, messo in palio per la traversata più rapida dell’oceano Atlantico da parte di navi passeggeri, di cui noi italiani fummo detentori da 1933 al 1935 grazie al translatlatico Rex.
La qualità del distillato è certificata dalla sua vincita della medaglia d’oro nel 2009 al “Drink international challenge di Londra”, un classico London Dry con 5 distillazioni a bagnomaria di ben 14 botanici, fra cui si contano oltre al ginepro, pepe giamaicano, scorze di lime e timo.
La proposta francese si amplia con il Miragin, interessante prodotto della Maison de la Mirabelle di Rozelieurs, in Lorena, nel nord est del paese. L’area è famosa per la produzione della Eau de vie de Mirabelle, la raffinata acquavite basata sulla fermentazione e distillazione di piccole prugne gialle, la cui produzione viene ampiamente trattata nel paragrafo “Altri Distillati”.
Il titolare della distilleria, Christian Dupic elabora un gin con soli 4 botanici, ma la cui complessità è garantita dalla presenza di una percentuale di alcol da Mirabelle, la piccola prugna gialla originaria della GIN PINK PEPPERLorena, da cui il nome del prodotto.
Il processo di produzione è classico, con l’infusione in alcol (di origine cerealicola) dei botanici e la loro distillazione, ma questa viene eseguita con gli alambicchi utilizzati per la produzione della Mirabelle, molto rispettosi dei delicati profumi del frutto. Al termine del processo viene aggiunta la pregiata “eau de vie” che dona interessanti note fruttate al gin. Il prodotto è assolutamente di nicchia e difficilmente reperibile, se non via internet presso la Maison.
L’ultima proposta dalla Francia ci arriva nuovamente da Cognac.
Durante il Cocktail & Spirits del 2014 un intraprendente giovane di nome Miko ha lanciato con il nome latino di Audemus un originale e particolarmente riuscito gin al pepe rosa che si completa con altri 8 botanici.
La fondazione della cosiddetta “distilleria boutique” è recentissima e Parigi è stata la sua prima apparizione sul mercato che lo ha accolto favorevolmente.
blendLa sua azienda non è dotata di alambicchi ma si serve ampolle di vetro, detti “rotavap” sottovuoto dove si lavora in auto distillazione. L’alcol usato è da cereali e non da vino come si ci potrebbe aspettare.
I botanici sono lavorati separatamente e la vera novità risiede sostanzialmente nel nuovo botanico, mai usato fino ad allora che dona un particolare profumo al naso che ben si sposa a preparazioni particolari in miscelazione. A parte il classico Martini il primo pensiero va ad un Red Snapper…
Un gin ottenuto con un alambicco speciale è sicuramente Gold 999.9 della Distillerie Devoille, in Alsazia.
Il nostro produttore, una piccola realtà locale, ha deciso di entrare in grande stile nel mercato dei gin con un prodotto altamente esclusivo.
Se in precedenza la vodka aveva pensato al filtraggio in polveri aurifere, ed alcuni liquori si erano impreziositi con polveri d’oro, come il Goldwasser o Gold Strike, nessuno aveva mai pensato ad un alambicco d’oro.
Il metallo nobile secondo il produttore da una particolare morbidezza, ma sopratutto purezza essendo per definizione incorruttibile da acidi. La bottiglia ovviamente e ricoperta d’oro e l’etichetta dice “Oro Puro”. I sentori sono invece decisamente più agrumati e floreali come si compete ad un distilled gin, con un tocco di vaniglia.
Dalla massiccia rappresentanza francese ai tre soli gin tedeschi, uno solo dei quali riesce ad avere una distribuzione extra nazionale.
Il primo, forse quello più famoso ha un nome molto curioso Monkey 47, così come la sua storia. Viene prodotto dalla Black Forest Distillery non molto lontano da Stoccarda, nel cuore, come dice il nome, della Foresta Nera.
Per capire il significato dobbiamo andare indietro fino al 1945, quando Montgomery Collins arrivò in una Berlino divisa e completamente distrutta. Preso posto all’interno del comando inglese, iniziò il lento lavoro di ricostruzione.
elephant-gin-bottleFra le cose che prese maggiormente a cuore, la ricostruzione dello zoo di Berlino, dentro cui c’era una simpatica scimmia a cui diede il nome di Max.
Nel 1951 al termine del suo servizio di leva, lasciò la Royal Air Force, per dedicarsi all’orologeria, di cui era appassionato
Alla passione non corrispose la competenza, pertanto lasciò questa attività per aprire un hotel nella Foresta Nera, a cui diede il nome “The Wild Monkey” in onore di Max.
Da buon inglese non poteva certo rimanere a lungo senza il suo distillato preferito, il gin.
Questo suo desiderio diede inizio ad una piccola produzione casalinga di gin, fatto con l’abbondante ginepro delle montagne, l’acqua purissima e alcune erbe locali, a cui aggiunse le spezie classiche della scuola inglese, per un totale di ben 47 ingredienti.
La storia di Montgomery Collins finisce nel 1960, ma rivive alla fine del secolo, quando, durante una ristrutturazione dell’albergo viene scoperta una scatola di legno con all’interno una bottiglia di vetro e un manoscritto con indicati i botanici della ricetta.
Sulla bottiglia c’è un’etichetta con su scritta a mano: “Max the Monkey, Scwarzwald Dry Gin” . Gli ingredienti sono tipici della Foresta Nera, a cui si aggiungono alcune spezie indiane retaggio storico dell’infanzia di Montgomery.
Dopo la scimmia, un altro animale africano è il simbolo dell’Elephant Gin da non confondere con la proposta successiva della distilleria olandese Wenneker.
Prodotto di nicchia è ispirato ad una ricetta del XIX secolo ed è dedicato a tutti gli esploratori che si sono innamorati dell’Africa. L’azienda che utilizza 14 botanici, molti dei quali africani, per la sua produzione dichiara che in ogni sorso è possibile assaporare il gusto selvaggio del continente nero. Il gin ha anche una finalità sociale infatti dona il 15% degli utili alla Big Life Foudation che protegge e difende gli elefanti dal bracconaggio. Molto bello il pack che richiama una certa voglia di coloniale e spartano allo stesso tempo.
In Germania esiste anche un altro gin, decisamente più di nicchia, il The Duke prodotto da una piccola e orgogliosa distilleria bavarese. I due titolari Schauerte & Schoenecker hanno intitolato il loro gin al fondatore della città di Monaco di Baviera, nel cui cuore hanno insediato la loro micro distilleria. Enrico il Leone fondò la città nel 1158 e in seguito ne divenne il Duca e benefattore.
Il gin è un classico della scuola, con il 60% di ginepro fra i 12 botanici, utilizzati in infusione, a cui si aggiunge la lavanda, ben presente all’olfatto.
La “dolcezza” al naso è assicurata da scorze e fiori d’ arancio, a cui si aggiunge una nota piccante di zenzero.
Tutti i botanici sono certificati biologici, così come l’alcol di base, mentre sull’etichetta capeggia una bandiera di Monaco con l’orgogliosa scritta “Munich Dry Gin”.
Dalla Germania, passiamo all’Olanda, paese che vanta i natali del Jenever, il padre del moderno gin. Ovviamente l’Olanda si avvale dell’esperienza secolare della distillazione di questa acquavite per la produzione di ottimi gin, che hanno uno stile leggermente diverso dalla concorrenza europea.
La Zuidam (compagniadeicaraibi) azienda tutto sommato giovane nel panorama olandese, composta di aziende secolari, ha profondamente rivoluzionato il concetto di gin. Essa infatti produce un ottimo gin in cui i singoli botanici sono infusi e distillati separatamente, per poi andare a creare un blend.
In questo modo si possono rispettare le singole piante, trovare il giusto equilibrio dell’estrazione e ovviare, magari, alle diverse caratteristiche stagionali di spezie ed erbe.
Questo gin viene prodotto in due versioni, una base ed un “Dutch Courage” che riprende l’antico nome con cui gli inglesi avevano preso a chiamare il gin durante la “Guerra dei 30 Anni”.
Il prodotto è veramente ottimo poichè i singoli profumi sono veramente netti e distinti, intensi e persitenti anche al gusto.
Dopo un’azienda giovane passiamo ad una storica, la Nolet, la distilleria fondata dalla famiglia francese omonima, che nel 1691 si trasferì da Cambrai in Olanda in cerca di fortuna, aprendo poi un’attività a Schiedam, la città delle distillerie, la cui storia è ben trattata nel capitolo dedicato al Jenever.
Nota per la sua vodka, la Ketel One, la Nolet si distingue anche per un gin di ottima fattura, il Silver, confezionato in un elegante bottiglia verde. Originale la scelta dei botanici che prevede anche la rosa, la pesca e il lampone, per un profilo decisamente fresco e fruttato. La proposta dei gin Nolet si completa anche con un Riserva, che viene proposto solo in confezione singola ed in bottiglia numerata. Questo gin, che ha ben 52 gradi alcolici, è una creazione speciale del mastro distillatore Carolus Nolet, erede appartenente alla decima generazione della famiglia.
Se Nolet ha il suo gin, così come Bols ha il suo Genever, Wenneker non poteva non essere sul mercato.
I tre colossi della liquoristica olandese seguono strade diverse nella proposta gin ed Olifant Gin è la proposta di quest’ultima.
OlifantDryGin-co_hoogteFondata nel 1693 da Hendrick Steetman, passò di mano nel 1812 a Joahnnes Wenneker ed a suo figlio Fransiscus che nel 1903 per mancanza di linea ereditaria la vendette ad una malteria di Schiedam di proprietà di Cornelis Van der Tujin.
Il genever fu sicuramente la prima proposta dell’azienda ma con il passare degli anni fu necessario adattarsi ai gusti ed ai tempi creando un gin che si ispirò nel nome all’animale africano per eccellenza: l’elefante.
L’Olanda infatti aveva grandi interessi in Africa ed in Oriente e fu la prima nazione ad avere la Compagnia delle Indie dalle quali approvvigionava l’intera Europa di spezie.
Il nome Olifant nacque per ragioni pratiche. Il genever Olifant venne prodotto fin dal 1841 per le colonie africane olandesi e qui venne esportato fino alla fine del secolo, ma visti i problemi di lingua spesso la manodopera locale sbagliava a scaricare le navi. Fu adottato un simbolo conosciuto, l’elefante, per evitare ulteriori disagi. Le botti marchiate con l’animale contenevano jenever ed il simbolo evitava equivoci…
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale venne prodotto anche un classico gin in stile inglese per completare la gamma dei due jenever, un giovane ed un invecchiato.
La proposta olandese si chiude con la storia, in realtà del jenever, della distilleria Steffelaar. Ora in mano alla famiglia Batemburg, questa piccola realtà fu una delle prime distillerie di jenever ed iniziò la sua produzione nel 1658.
Originari di Leida, patria del Jenever, ora si trovano a Schiedam poichè a livello logistico era molto più semplice lavorare trovandosi qui la maggioranza delle distillerie olandesi come Nolet e Notaris, due colossi della tipologia.
I titolari sostengono di aver avuto per primi la ricetta originale di Franciscus Sylvius de La Boe e pertanto hanno in produzione un gin intitolato a suo nome.
Il gin Sylvius, un altro omaggio all’inventore, come lo scozzese Boe, è assolutamente artigianale, prodotto in piccole quantità con alambicchi discontinui di piccola capienza.
Per ogni “cotta” da 500 litri, vengono utilizzati 30 chili di bucce di arancio e 10 di limone, ad indicare che questa vuole essere una sorta di firma, oltre ai classici ginepro e coriandolo. Separatamente vengono distillati anche anice stellato e lavanda che vengono aggiunti successivamente, durante l’assemblaggio del distillato, che conta 45 gradi alcolici.
Il processo di lavorazione è seguito dal master distillers che vanta 65 anni di esperienza nella distillazione,
Per terminare la serie dei produttori europei, parliamo della Svezia.
Imagin, della Facile & C. Distillery di Stoccolma, un prodotto classico, di scuola inglese a 40° alcolici, con 13 botanici, la cui singolarità stava nella bottiglia che si sarebbe potuta definire “sognatrice” un po’ come la canzone di John Lennon, dal quale traeva sicuramente origine il nome con un intelligente gioco di parole. La scritta Im.a.gin (I’am a gin) e la bottiglia erano serigrafate nei colori bianco e azzurro e la percezione d’insieme era quella di un quadro naif, con nuvolette ed uccellini, molto infantile. Per motivi di costi produttivi (serigrafia costosa), e razionalizzazione del pack, invero molto poco descrittivo del prodotto, il gin ha subito un restiling dell’etichetta che è divenuta estremamente razionale ed essenziale, di un austero color nero. Una vera retromarcia che solo il mercato potrà giudicare.
Da Malmoe arriva invece il gin Right, dal pack molto curato e dai botanici classici. L’alcol d’infusione deriva dal mais, proveniente dall’America, caratteristica che dona al gin il classico sapore dolciastro tipico dei Bourbon.
Le note potrebbero ricordare lontanamente quelle dell’Old Tom gin che ha una tendenza dolce più marcata.
I botanici utilizzati sono 8, come impone la scuola inglese, ginepro dall’Austria, coriandolo dalla Russia, scorze di agrumi dalla Sicilia e pepe nero dal Borneo.
L’acqua per allungare il distillato proviene dalle acque purissime del lago Bolmen vicino a Malmoe. Un gin interessante che si staglia a metà fra London Dry e Old Tom, per declinazioni e twist di miscelazioni classiche.
Dopo i gin svedesi, uno lettone, proveniente dalle coste occidentali del Mar Baltico.
Il nome Kurland richiama la regione d’origine del distillato, famosa per le foreste di smeraldo e il mare azzurro. L’attività di distillazione dell’area, ricca di acque purissime necessarie al processo produttivo, è molto antica risalendo al 1839 la nascita della prima fabbrica di vodka.
La Jaunalko, titolare del brand, è decisamente più recente e risale al 1996, quando un imprenditore lettone decise di aprire la sua distilleria in collaborazione con il famoso grossista di alcolici russo Peter Arsenitch.
La produzione è ovviamente incentrata sulla vodka, vero core business della società, sia essa semplice che aromatizzata al ribes, a cui si è aggiunto recentemente questo gin.
L’azienda è molto conosciuta nell’area ed esporta in ben 15 paesi questo gin di vecchia scuola, dove il sentore del ginepro è molto presente, tanto da sembrare l’unico botanico infuso. L’etichetta non lascia dubbi al naso, un bel mazzetto di bacche nere fa bella mostra di se.
L’America ha in Seagram il suo più grande produttore con le qualità Extra dry e Reserve, di cui però non abbiamo traccia in Italia. Gli Stati Uniti sono grandi consumatori di gin, in virtù delle origini britanniche di suoi molti cittadini.
Le figure mitiche di Paul Revere e George Washington erano noti appassionati di Gin e i Quaccheri erano conosciuti per la loro abitudine di bere dei Gin Toddies dopo i funerali.
La diffusione del gin avrà un vero e proprio boom all’indomani della proclamazione del Proibizionismo nel 1919.
no-209-gin-46-1l-La sua distillazione simile a quella del whisky, non creava problemi tecnici, l’aromatizzazione con i botanici e un leggero residuo zuccherino rendevano bevibile fin da subito il gin, che non necessitava di invecchiamento, fondamentale invece al Bourbon per smorzare i toni secchi.
Con la polizia sempre in allerta non si poteva correre il rischio di invecchiare lungamente un distillato, con conseguente aggravio di costi, fu così che il gin divenne la bevanda più popolare prodotto negli Stati Uniti.
Il “N°209” importato in Italia da CDC (compagniadeicaraibi.com) è un gin prodotto a San Francisco dalla omonima distilleria, con una gradazione alcolica importante (46°) e soli 5 botanici fra cui fanno parte il ginepro, il bergamotto italiano, l’angelica inglese, coriadolo e cardamomo.
La distilleria ha una serie di curiosità interessanti, la prima è quella di essere l’unica costruita sull’acqua, avendo la sua sede operativa su un molo di S. Francisco.
La seconda è la storia curiosa che ha portato alla sua creazione, un intreccio di fato e casualità che valgono la pena di essere raccontate.
Le origini della distilleria risalgono 1870, quando il suo fondatore William Shaffler acquistò un alambicco discontinuo a New York e decise di trasferirsi a Ovest.
juniperoIl viaggio all’epoca non doveva essere di più agevoli e la destinazione finale era in un luogo dove gli effetti della Corsa All’Oro e della Guerra Civile avevano creato un crogiolo di diverse culture in lotta per la sopravvivenza, dove la legge spesso era quella della pistola. Il nostro si stabilì in California e aprì la sua distilleria che grazie al lavoro e all’impegno gli fruttò una Medaglia di Onore all’Expo di Parigi del 1889.
I successi commerciali resero possibile l’acquisto anche di una tenuta vinicola che battezzò Edge Hill, mentre nel 1882 assunse il nome “209″ poichè era uso comune del Governo Americano battezzare le distillerie con il numero di registrazione. La distilleria non sopravvisse al proibizionismo , ma cento anni dopo il suo nome era destinato però a tornare in vita per volere del fato.
Leslie Rudd, un imprenditore americano, decise di acquistare la tenuta vinicola di Edge Hill, nel sistemare il materiale presente trovò nel fienile una targa con una scritta sbiadita “Distillery 209″.
Incuriosito da ciò fece delle indagini e scoprì le nobili e rinomate origini della distilleria, decidendo di riprendere l’attività del fondatore, in affiancamento all’attività enologica.
Il gin prodotto è super premium, distillato ben cinque volte che avrebbe sicuramente reso felice il sig Shaffer, tant’è che anche la Medaglia di Onore scomparsa a seguito dell chiusura, riapparve durante un asta nel 2004, fu riacquistata e fatta tornare nella distilleria d’origine.
Rimanendo sempre a San Francisco in California, troviamo la distilleria Anchor, fondata nel 1993 nella Potrero Hill, già conosciuta per un ottimo whiskey ed ora produttrice del gin Junipero un prodotto super premium in perfetto stile London Dry.
La produzione di eccellenza ovviamente si avvale di piccoli alambicchi di rame e dei botanici più pregiati, in un perfetto bilanciamento fra scuola classica e spezie esotiche di nuova tendenza.
Sulla costa est degli States troviamo il Blue Coat prodotto a Philadelphia, in Pennsylvania ed importato dalla CDC (compagniadeicaraibi.com). La particolarità di questo gin è, oltre la bella bottiglia blu, la presenza di tutti i botanici da agricoltura biologica. Ginepro, limone e tutte le altre piante provengono da agricoltura certificata bio, a ribadire ancora una volta come questo stile di vita, sia la nuova frontiera del bere miscelato.
GIN DOROTHY DISTILLINGOvviamente la distillazione di questo prodotto dalle caratteristiche premium avviene in alambicchi di rame di piccola capacità.
Le piccole distillerie sono un fenomeno prettamente anglosassone ed in America, nella città di New York il fenomeno ha preso molto piede.
La prima proposta viene dalla New York Distilling Company la prima distilleria a tornare operativa nella Grande Mela, nel quartiere di Brooklyn, dopo la fine del Proibizionismo. Si calcola che nella sola New York ci fossero più di 50.000 alambicchi casalinghi illeciti che producevano alcol di pessima fattura. Qui invece abbiamo due gin assolutamente di pregio, uno a gradazione piena, pari a 57° il Perry Tot  ed uno a gradazione classica il Dorothy Parker.
Il nome del primo trae ispirazione e rende omaggio all’ingegno ed alla grinta di Matthew Calbraith Perry, un capitano in forze alla marina e fondatore della scuola navale.
Il secondo invece è un tributo alla giornalista newyorkese purosangue nel cuore autrice di sagaci battute, di cui la più famosa sul cocktail Martini, riportata nel capitolo dedicato.
GG_AmericanDryGin-LRUn gin classico americano, con cannella, sambuco ed ibisco, dedicato ad un’icona anticonformista del ventesimo secolo. I gin permettono all’azienda di incassare liquidità in attesa che il rye whisky termini la sua maturazione.
Sempre a Brooklyn trova sede la Green Hook Ginsmiths nata nel 2012 dalla ferrea volontà dei due fondatori i due fratelli Steven e Philliph de Angelo.
Il gin è un classico american dry distillato in alambicco di rame sottovuoto che permette un estrazione più delicata dei profumi per via della temperatura più bassa di lavorazione che evita anche la “cottura” di alcuni botanici come le scorze del limone.
I botanici seguendo un’affermata tendenza sono biologici certificati a partire dal ginepro toscano al sambuco mentre il grado alcolico è di 47 gradi.
L’azienda produce anche un interessante gin aromatizzato alle prugne selvatiche, un tipico albero che si trova lungo le spiagge adiacenti New York. Il gusto non è simile allo sloe gin come ci si potrebbe aspettare dal colore del liquore.
GIN BIO MITCHERSSempre dall’America, ma questa volta dal Kentucky, arriva il Farmer’s Gin, il gin del contadino, distribuito dalla Michters, la storica distilleria di bourbon con sede a Louisville.
La produzione utilizza la totalità dei prodotti provenienti da agricoltura biologica e per fare questo ha posto sotto contratto 4 fattorie locali per l’approvvigionamento delle materie prime.
Alcune erbe sono dichiarate come il sambuco, il coriandolo e naturalmente il ginepro mentre altre rimangono segrete ad appannaggio del solo mastro distillatore John McLaughlin. Il profilo aromatico del prodotto non è dominato, come spesso accade ai gin americani, dal ginepro, ma è giocato su un sottile substrato agrumato e vegetale dato dalla citronella e dal sambuco.
Il gin è prodotto con un piccolo alambicco in piccole partite ed è imbottigliato in una caratteristica bottiglia quadrata e stretta, che al tempo doveva essere stata ideata per facilitare il trasporto e nasconderla agevolmente agli occhi dei controlli.
Bella anche l’etichetta di carta riciclata con le informazioni essenziali sul prodotto.
GIN death door'sIl prossimo gin il Death’s Door arriva dal Wisconsin ed è prodotto sull’isola di Washington.
Un tempo quest’area era rinomata per i suoi prodotti dell’agricoltura fra cui le famose patate conosciute in tutto il paese.
La crisi del settore del 1970 costrinse la comunità ad abbandonare i campi in favore della nascente attività turistica. Oggi l’isola di 22 chilometri quadrati conta 700 abitanti impegnati in varie attività, fra cui la rinata agricoltura basata sulla coltura cerealicola, necessaria alla produzione di questo gin.
Tom e Ken Koyen piantarono 5 ettari di grano che iniziarono ad alimentare la locale produzione di pane del Washington Island Hotel, della Capital Brewery e della neonata distilleria.
L’ottimo gin che porta un nome assai macabro,trae origine dallo stretto e pericoloso tratto di mare che separava l’isola dalla terra ferma.
Il gin è molto semplice nella sua composizione ed ha un profilo aromatico connotato ed inteso, giocato sul balsamico del ginepro, la nota citrina del coriandolo e la freschezza dei semi di finocchio.
spirits-old_smalls_gin-sm3 soli botanici ma in buona quantità assicurano un gin scarno, lontano dai gin di profumeria attuali, decisamente sorprendente nel gusto.
Dall’Oregon arriva un originale proposta la Ransom Distillery che produce una serie interessate di distillati, dal Small’s un classico american gin al più originale Old Tom (recensito nel paragrafo dei metodi produttivi).
Il gin è basato su una ricetta del 19° secolo con ginepro, scorze di limone, coriandolo ed un tocco originale di lamponi.
Il titolare della distilleria è Tad Seestedt che con i risparmi di una vita e parecchi debiti ha coronato il sogno della sua vita nel 1997.
Nel 2008 visti gli ottimi affari l’azienda si trasferisce a Sheridan, sempre in Oregon, all’interno di una tenuta molto vasta (40 acri) dove vengono prodotti orzo, segale e uva che sono le materie prime base per la distillazione dei prodotti della Ransom e dei suoi vini.
L’azienda, a livello di curiosità produce anche un grappa, essendo l’Oregon un grande produttore di vino.
L’azienda, a livello di curiosità produce anche un grappa, essendo l’Oregon un grande produttore di vino.
ingredients-590x590Sempre dall’Oregon arriva invece Aviation Gin il cui nome non può non far venire in mente il mitico cocktail dei primi del 900 secondo alcune fonti creato da Hugo Ensslin in onore delle giovani aquile che solcavano il cielo durante la prima guerra mondiale.
La storia di questo gin inizia come spesso accade per la passione di alcuni ragazzi verso l’arte della distillazione.
Tutto nasce nel 2005 quando ad una festa tiki (strano ma vero) a Seattle, il bartender Ryan Magarian si fa convincere ad assaggiare un distillato portato da alcuni amici.
Non è rum, ma un gin molto interessante, fuori tema tiki, ma interessante.
Il barman rimane impressionato e chiede chi sia il suo autore che scopre essere la House Spirits di Portland.
A questo punto si reca da loro e chiede di sviluppare un gin da miscelazione che sia confacente alle esigenze dei barman. Dopo centinaia di prove, dove diversi botanici sono assemblati e pesati, nasce Aviation di cui il mixology è co-fondatore.
I due distillatori Christian Krogstad e Andrew Tice producono il gin usando spezie biologiche, con il metodo dell’infusione, utilizzando però un filtro da te in tela apposito per evitare che vi siano impurità nella caldaia. Il gin è infatti molto pulito, complesso, senza spezie in evidenza, compreso il ginepro. E’ fresco di agrumi ed ha una nota di lavanda molto originale.
Leopolds-Gin-BottleDal Colorado, da Denver per la precisione, arriva uno dei primi American Gin, il Leopold, che con il suo lancio ha contribuito al fenomeno del gin prodotto dalle micro distillerie.
Fondata nel 2002 la Leopold Bros è una delle realtà più “vecchie del panorama e Todd Leopold è uno dei “decani” della distillazione degli States, il cui diploma ricevuto a Chicago risale al 1996.
Le date recenti fanno capire come il fenomeno delle micro distillerie abbia letteralmente bruciato le tappe.
Da Todd molte giovani leve hanno preso lezione (Privateer Rum per esempio) per avviare poi la loro attività.
Il Leopold Gin è un prodotto che appartiene alla scuola dei blended gin, ovvero l’unione in piccole vasche di varie distillazioni separate, il cui motivo principale è ben spiegato nel metodo produttivo del capitolo.
Ogni bottiglia è numerata, con il batch di riferimento ed etichettata a mano.
Il gin è profumato, abbastanza intenso e complesso, i botanici hanno una percezione pulita e netta, con una predominanza agrumata grazie a pomelo e arance.
knickerbocker-ginDal Colorado al Michigan per il Knickerbocker Gin prodotto dalla New Holland Artesan Spirits, che si segnala anche per una buona produzione di bourbon e birre.
Il nome della distilleria è un omaggio ai coloni olandesi che fondarono appunto New Holland sulle rive del lago Michigan, mentre quello del gin  è legato al loro nomignolo affibbiatogli per via dei loro caratteristici pantaloni alla zuava (pantaloni corti chiusi da un calzino alto).
Il gin, prodotto in piccoli lotti è composto da 12 spezie. Al naso spicca il ginepro e la scorza di limoni, in bocca le spezie come il coriandolo, e la percezione alcolica è evidente (85 proof, ovvero 42,5 gradi).
Il gin viene anche proposto con un invecchiamento in legno che aiuta sicuramente ad arrontondare il carattere di questo gin che mostra alcuni spigoli, tipici anche del duro carattere del territorio. Il Michigan risulta per noi italiani piuttosto freddo e ventoso.
Il gin invecchiato sembra conquistare l’America.
corsairUna distilleria artigianale, la Corsair ma con dimensioni da grande se paragonate all’Italia (paragonabili ad una nostra distilleria di grappa commerciale) ha creato una serie denominata “Experimental collection” dove spicca appunto un gin con un passaggio in legno.
La distilleria ha due sedi un in Tennnessee e l’altra in Kentucky, entrambe aree altamente vocate al whiskey di cui l’azienda ha alcune realizzazioni (uno smoked inusuale ed un rye), oltre che un jenever.
Prima di diventare una distilleria famosa con premi e riconoscimenti a partire dal 2009, la storia parla di due amici, Andrew e Darek che pensarono di produrre bio diesel nel garage di Amy Lee Bell.
Ad un certo punto però decisero che sarebbe stato più divertente distillare gin e whisky, dando inzio alla Corsair Distilllery.
Il pack è il medesimo  del gin base dove spiccano tre ragazzotti con fare scanzonato, da cui il nome, in etichetta. Il prodotto è interessante profumato e complesso, con fresche note di agrumi, che sembra essere un po’ la caratteristica della nuova generazione dei gin americani. Le note del legno non sono evidenti ma smussano alcune botaniche molto più presenti, ovviamente, nel base.
Le piante sono in parte biologiche certificate, mentre l’alambicco. sostiene il titolare incontrato al Tales nel 2014, è di rame battuto al martello di capienza di 250 litri circa, ovvero la storia della distillazione.
Questo permette di avere un gin fragrante prodotto necessariamente in piccolissime quantità.
Dall’America al vicino Canada, il vasto e poco popolato stato da dove proviene  il gin Ungava distribuito in esclusiva da Onesti Group (onestigroup.com).
ungavaIl Canada mancava all’appello degli stati produttori e con questo prodotto premium dal particolare colore giallo acceso, frutto di una seconda infusione, c’entrano a pieno diritto.
La responsabile del colore è la mora artica, il Camemoro che ha una colorazione gialla accesa e che dona insieme alla rosa canina interessati note fruttate.
Il nome particolare deriva dalla baia di Ungava, una distesa selvaggia ed incontaminata nel nord del Quebec dove vengono raccolte manualmente le erbe necessarie alla sua produzione.
Il suo nome significa “Verso il mare aperto” poichè usciti da essa ci si trova in oceano aperto, senza più nessuna isola o avamposto di terra con la sola Groenlandia a centinaia di miglia.
Il gin ha anche una valenza sociale nel senso che la raccolta manuale viene curata dalla popolazione indigina degli Inuit, rispettosi da sempre, della natura e dei suoi cicli.
Le erbe che compongono questo gin sono solo 6 e sono tutte autoctone: il tè del Labrador, il Ginepro locale, il Rododendro, l’Uva Ursina, e le già citate  Camemoro, e Rosa Canina.
Il ginepro locale dona particolari toni agrumati tanto che si è portati a pensare che vi siano scorze di limone, impensabili a queste latitudini.
Le erbe di territorio vengono raccolte durante la breve estate che si può godere in queste fredde aree nordiche molto vicine al Circolo Polare, per nove mesi, infatti, le zone sono ricoperte di ghiacci.
La miscelazione del gin, consigliata sul sito dell’azienda, prevede i classici della tradizione con Tonic e Martini’s rivisitati in versione nordica.
GIN xellentDall’America, ritorniamo all’Europa ed alla piccola Svizzera per lo Xellent Edelweiss Gin della distilleria Diwisa, la bella realtà sita a Willisau nel cantone tedesco. L’azienda produce anche una vodka, la Xellent, e completa la gamma con questo gin che può contare su un lotto di 25 botanici aromatizzanti fra cui spicca la stella alpina.Un botanico decisamente inusuale per il resto della produzione mondiale per un profilo aromatico tipicamente svizzero montano che al naso spiazza il consumatore abituato al classico London Dry. Al naso compare infatti una dolcezza dai ricordi mielosi, tipici del fiore, che ovviamente non è reciso sulle montagne ma in appositi vivai a fondo valle di proprietà dell’azienda.
La distilleria infatti è un esempio di quasi totale autarchia ed amore per il territorio che si esprime in questo gin che ne è l’espressione più vera.Infatti riassumendo: l’alcol base è ottenuto da segale di prima qualità coltivata da 18 contadini in piccoli appezzamenti circostanti al quale si aggiunge una piccola percentuale di orzo. Il mulino per la sua macinazione dista pochi metri dalla distilleria, la maggioranza dei botanici proviene dalla Svizzera e l’acqua per diluire i distillati arriva dal vicino ghiacciaio Titlis distante un’ora e mezza di tragitto per il camion autobotte.

 

Su internet, non ancora distribuiti, sono reperibili gin di nicchia con aromatizzanti fantasiosi e al di fuori della tradizione, molto connotati territorialmente .
Un esempio è il Caorunn, gin scozzese il cui nome gaelico riportato in etichetta significa Rowanberry, un frutto di bosco dal nome intraducibile, utilizzato come aromatizzante insieme a prodotti di territorio quali tarassaco, erica, mele selvatiche per un grado alcolico di 41°. A questa schiera si aggiungevano anche il Geranium ed il Bulldog. In tempi recenti il primo, un London Dry inglese classico, si è accasato in Italia presso la Rossi & Rossi,  così come il Bulldog che ha trovato in Campari il suo mentore.  Il Geranium è molto particolare per la sua nota aromatica esotica e balsamica. Fin dal nome ricorda al consumatore il suo originale botanico, le foglie e i fiori di geranio,  dal profumo caratteristico che accentuano il carattere erbaceo del prodotto, ben presente al naso. Da notare che in ambito enologico, nella terminologia dei sommelier, la foglia di geranio, come quella di pomodoro è usata per indicare un vino particolarmente ricco in note erbacee. Il gin viene prodotto con l’uso di alambicco centenario sfruttando un expertise vecchia di oltre 350 anni. La produzione segue il classico dettame del London Dry, con un infusione di 48 ore di botanici freschi e secchi ed una successiva distillazione. Il gin è di proprietà di H. Hammer noto per esserne un famoso assaggiatore. Del Bulldog si è parlato ampiamente nella recensione dei prodotti inglesi poco sopra.
gin-78Il gin con i suoi cocktail è spesso stato un elemento caratterizzante di libri e film, amato da scrittori, attori e registi.
Il libro “Al di la del fiume e fra gli alberi” ha più di un “cameo” dedicato al Gordon gin , ingrediente fondamentale dei “Martini very very dry” consumati dal colonnello Cantwell e dalla sua giovane compagna presso l’Harry’s bar di Venezia, gestito dal mitico Arrigo Cipriani. Il militare è uso bere un “Martini very very dry”, che verrà ribattezzato “alla Hemingway” negli anni a venire, preparato seguendo un particolare procedimento spiegato dettagliatamente nel capitolo dedicato ai cocktail.
Anche Humprey Bogart in “Casablanca” spesso viene ripreso in compagnia di un Martini Cocktail, mentre James Bond con il suo Vesper Martini lo consacra definitivamente come distillato glamour, insieme alla vodka ed ad un tocco di Kina Lillet.
Il gin, nella sua declinazione Sloe alla prugna o Old Tom, dal tono dolce sono indicati per concludere pasti che abbiano visto come protagonista piatti di carne, le cui spezie ricordino quelle del distillato, utilizzato come prodotto da meditazione, magari servito fresco. Anticamente svolgevano la funzione di “liquorini” dopo pasto, con funzione digestiva e diuretica.
Lo Sloe può anche abbinarsi egregiamente a marmellate di piccoli frutti rossi o al mirto, a crostate di frutta, o per servire in accompagnamento con un piatto di cervo e riduzione di ribes come in uso nei paesi del Nord Europa.
Un cinghiale al ginepro o un maialino cotto con le bacche di mirto sono i compagni ideali, a fine pasto di un gin tonic leggero o di un sorbetto al limone con una piccola correzione di Old Tom Gin.
Seguendo il principio territoriale dell’abbinamento cibo e vino, un gin con Indian Tonic Water, può sostenere anche piatti di cucina indiana speziati con curry e curcuma. Se si vuole traslare il re dei cocktail, il Martini, in cucina o all’aperitivo consiglio di proporre un arancino fritto di riso cotto e sfumato nel vermouth dry al cui interno è sistemata un oliva macerata per alcuni giorni nel gin. Un altro ottimo adattamento è la classica ostrica e carpaccio di salmone fresco per un Martini, magari nella versione Reverse.
I Genever di scuola olandese, leggermente dolci e con una struttura simile a quella del whisky, visto l’uso di malto d’orzo e di grano, sono tradizionalmente consumati lisci come dopo pranzo, serviti freschi di frigo.
In alcuni casi vengono miscelati con Coca Cola, normalmente compagna di altri distillati, ma come detto il Genever ha caratteristiche organolettiche e di struttura diverse dal London Dry. Spesso gli olandesi usano accompagnare anche una birra con shot o sorsi di questo distillato, magari mangiando un aringa affumicata o dello sgombro in salamoia.